Roma 2015 – Minuto per minuto

Roma 2015 – Minuto per minuto

Annotazioni, pensieri, piccole e grandi polemiche: il resoconto della vita quotidiana nei fatidici giorni della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, dal 16 al 24 ottobre 2015.

Con la decima edizione della Festa del Cinema di Roma riparte, come d’abitudine, il nostro minuto per minuto, cronaca più o meno seria delle lunghe giornate all’Auditorium. I film, i primi pareri, le news, le eventuali polemiche, le code, i premi, eventuali rapimenti da parte degli alieni, miracoli e tutto quel che vedranno i nostri occhi.

 

Domenica 25 ottobre 2015

15.08
A Festa oramai conclusa arriva il titolo che ha vinto il premio del pubblico, unico riconoscimento scelto per questa decima edizione. Si tratta di Angry Indian Goddesses dell’indiano Pan Nalin, storia tutta al femminile di un gruppo di donne che si ritrova a Goa su invito di un’amica in procinto di sposarsi. Un fermo immagine sulla condizione della donna in India che cerca di sollevare questioni urgenti attraverso un racconto “popolare”, riuscendoci solo in minima parte. Stereotipato e privo di profondità, è salvato in parte solo dalla verve attoriale delle protagoniste. Si poteva trovare un vincitore migliore, senza dubbio… [r.m.]

 

Sabato 24 ottobre 2015

19.10
Ad eccezione di alcune repliche previste domani al cinema Alcazar, sono in corso le ultime proiezioni della decima edizione della Festa del Cinema di Roma. In attesa di sapere chi vincerà il premio del pubblico, informazione che verrà data sempre domani a festival ormai finito, questa sera è possibile recuperare: Io la conoscevo bene per la retrospettiva su Antonio Pietrangeli, Alaska di Claudio Cupellini e Legend di Brian Helgeland per la selezione ufficiale, la versione lunga di La grande bellezza di Paolo Sorrentino e The Wolfpack – Il branco di Crystal Moselle, vincitore della sezione di Alice nella città come miglior opera prima. [a.a.]

17.15
Chiude con Alla ricerca di Nemo (2003) di Stanton e Unkrich la retrospettiva sulla Pixar. In attesa del sequel Alla ricerca di Dory (2016), scelta produttiva in linea con la politica conservativa dello Studio di Lasseter, mutuata dalla Disney, non possiamo che sottolineare l’ammirevole freschezza narrativa e tecnica di una pellicola in computer grafica datata 2003. L’ennesima conferma dello spessore narrativo dei lavori targati Pixar, dell’accuratezza delle animazioni, dello sviluppo tecnologico costante e sempre proiettato in avanti. Tanti pixel e tantissima scrittura.
Allargando lo sguardo alla retrospettiva, resta il rammarico già espresso nei primissimi giorni: un’occasione sprecata, una serie di titoli abbandonati al loro destino (nessuna pubblicazione, che sarebbe sacrosanta e doverosa in occasione di una retrospettiva di un festival così costoso…) e nessun tentativo di contestualizzare, analizzare, studiare, riscoprire. Della genesi della Pixar e del lungo percorso iniziato nel 1979 non vi è traccia. Un pessimo esempio. [e.a.]

16.32
Todd Haynes ha incontrato il pubblico del Teatro Studio Gianni Borgna due giorni fa, in occasione del passaggio alla Festa del Cinema di Roma del suo ultimo film, Carol, già visto in concorso allo scorso Festival di Cannes.“Se mi considero un cineasta indipendente? Assolutamente, a parte la HBO, per la quale ho girato la miniserie Mildred Pierce, ho sempre lavorato in piccolo. I miei film sono tutti in stile diverso, e mi piace sperimentare con le tecniche narrative. L’aspetto dialettico tra artificio e verità è sempre stato uno dei maggiori intenti del mio lavoro”. A proposito di Io non sono qui, biopic anticonvenzionale e cubista sulla figura di Bob Dylan, Haynes risponde così: “Chi è Dylan per me? Non può che essere una risposta e una visione necessariamente frammentata. Di sicuro c’è che avevo voglia di restituire lo spiazzamento di chi, all’epoca, vide Dylan cambiare volto, emaciarsi, iniziare a fare uso di anfetamine e saltare giù e su sul palco per dimenarsi. Volevo lo shock di quella metamorfosi”. Quando Monda gli chiede di tirar fuori due film per lui fondamentali, Haynes risponde così: “Uno è L’eclisse di Antonioni, un film fondamentale che parla del vuoto proprio della modernità e della vita che ribolle sotto di essa; lo stile e il vestiario di Monica Vitti hanno tra l’altro ispirato in parte la Cate Blanchett di Carol, con la costumista Sandy Powell abbiamo cercato quel tipo di eleganza. Del film di Antonioni colpisce la capacità di trasmettee il senso delle opzioni limitate e della mancanza di libertà umana, e lo spazio definito della macchina da presa è talmente straordinario che molte delle immagini di quel film sono finite nel mio bagaglio iconografico di riferimento mentre giravo Carol. Un altro film per me importante è La paura mangia l’anima di Fassbinder, che tra i cineasti post-marxisti degli anni ’60 è stato molto singolare, diverso da altri cineasti post-marxisti come Godard o Herzog. E poi c’è Breve incontro di David Lean: un modo fantastico di celebrare un incontro tra due persone credo risieda proprio nello spiazzante prologo di questa straziante e struggente storia d’amore. Quando vedrete Carol, vi renderete conto che l’ho omaggiato molto da vicino”. Haynes dichiara in chiusura di essere al lavoro su un film su Peggy Lee, magnifica cantante jazz, e quando qualcuno dal pubblico gli chiede un ricordo di Heath Ledger, che lavorato con lui in Io non sono qui, Haynes non trattiene l’emozione: “Un vero, grande artista, che rivive nei modi e nelle attitudini di sua figlia Mathilda, che gli somiglia davvero moltissimo. Ogni volta che la vedo, penso che Heath sia ancora tra noi attraverso di lei”. [d.s.]

16.02
La stima reciproca a farla da padrone, nell’Incontro Ravvicinato di martedì scorso tra Dario Argento e William Friedkin. È quest’ultimo, in particolare, a inondare la platea della Sala Petrassi con la sua consueta ironia e il proverbiale, appassionato carisma: “Ammiro i film di Dario, che è davvero un regista rivoluzionario, alla stregua dei più grandi lavori d’arte contemporanea. Non c’è un suo film che amo di più rispetto agli altri, sarebbe come chiedermi quale opera preferisco tra quelle di Rembrandt o di Michelangelo, e non è un caso che la visione dei film di Dario provochi in me una reazione analoga a ciò che potrebbe suscitarmi un quadro di Goya e di Caravaggio”. Stimolato da Argento a parlare delle proprie, celeberrime e magistrali scene di inseguimento (“Ci hanno provato, ma nessuno girerà mai più delle scene di inseguimento così belle, quelle di Bill sono inarrivabili da qualsiasi punto di vista, artigianali, uniche”), Friedkin ha espresso il proprio punto di vista in proposito: “Le scene di inseguimento sono l’essenza stessa del cinema. C’erano già ai tempi del muto, per cui sono una forma pura di cinema che in quanto tale funziona di per sé, non ha bisogno di alcun tipo di corollario, e non sono proprie di nessun’altra arte se non del cinema. Né della letteratura, né della musica, né dell’opera, dove sia io che Dario abbiamo lavorato. Buster Keaton, che era un gigante del cinema, ha girato le scene di inseguimento più belle di sempre, nelle quali sarebbe anche potuto finire ammazzato, ed è una fortuna che io non le avessi ancora viste, all’epoca in cui ho girato le mie, perché altrimenti non mi sarei mai azzardato a girarle, non ne avrei avuto il coraggio…”. Chiosa ancora Friedkin, stavolta su Argento: “Dario ha preso la paura e la morte e le ha rese due forme di sublime intrattenimento. Io lo metto in un’ideale pantheon a quattro che comprende anche Bava, Hitchcock e Clouzot. Nessun altro”. [d.s.]

15.45
Nel terzo Incontro Ravvicinato, svoltosi in questo caso in Sala Petrassi lo scorso lunedì 19 Ottobre, il regista Wes Anderson e la scrittrice Premio Pulitzer Donna Tartt hanno parlato del loro rapporto col cinema italiano, partendo da uno spunto che avevano concordato col direttore artistico Antonio Monda. Un incontro a dire il vero un po’ sottotono, nel quale ci si è limitati a lambire la superficie dei film citati senza andare troppo in profondità con le analisi e gli stimoli che potevano essere offerti al pubblico presente. La Tartt ha dato il via alla conversazione con Medea di Pasolini, definendolo: “Un film disomogeneo, non particolarmente leggibile da chi non conosce la storia, ma capace di cogliere meglio di qualsiasi altro lavoro la brutalità del mondo classico, la sua ipnotica ritualità. La Callas è la voce del secolo, eppure nel film non si parla quasi mai e lei dirà dieci parole in tutto il film, che pure regge in modo straordinario”. Wes Anderson invece, che non è parso particolarmente brillante né straordinariamente preparato sui film previsti all’interno della conversazione, si è limitato a lodare la componente “documentaristica” del cinema di Pasolini, non avendo visto Medea, in riferimento al proprio rapporto da spettatore con Il Vangelo secondo Matteo. Anche la Tartt, come Sorrentino il giorno prima, ha poi citato La notte di Antonioni, definendolo “il miglior film sulla solitudine mai realizzato”, con riferimenti alla pittura di Piero Della Francesca e alla lunare presenza sullo schermo dei protagonisti, per proseguire poi con un film di produzione e cast italiani girato da Max Ophüls, La signora di tutti, nel quale Wes Anderson ha riscontrato una freschezza e una schiettezza quasi hawksiana, atipica . Poco dopo un rapido accenno a La grande bellezza, il focus è per un attimo passato su Anderson, complice una domanda dal pubblico che gli chiedeva se avesse mai pensato a girare un film di Natale o un film horror, per poi tornare su un film del Bel Paese molto amato da Wes, la cui passione per Vittorio De Sica non è un mistero, ovvero L’oro di Napoli: “Mi interessa molto la forma del film a episodi, come paradigma narrativo, e Totò è il Buster Keaton italiano. In America il film non lo conosce nessuno, ma è davvero bellissimo, non so perché la gente non stia a guardare questo film ovunque in tutte le parti del mondo.” Una dichiarazione che sembra un vero e proprio manifesto di poetica, data la persistente tendenza di Anderson a fare film che riflettono in maniera segmentata sul concetto di narrazione, basti pensare all’ultimo The Grand Budapest Hotel… [d.s.]

15.25
Presentato a Cannes, passa anche alla Festa del Cinema di Roma Il piccolo principe di Mark Osborne, lungometraggio animato con evidenti limiti narrativi ma con qualche spunto interessante dal punto di vista tecnico-artistico. Quasi superfluo sottolinearlo; funzionano la stop motion e le parti del racconto originale, meno l’animazione in computer grafica e la cornice narrativa. In ogni caso, sorvolando su limiti e aspettative deluse, un ulteriore segnale di vitalità della animazione transalpina. [e.a.]

14.10
Sono stati comunicati i vincitori di Alice nella città, sezione autonoma della Festa del Cinema di Roma. Vince il primo premio nella sezione Young Adult Four Kings della regista tedesca Theresa von Eltz, mentre il premio Taodue per la miglior opera prima va a The Wolfpack – Il branco di Crystal Moselle, in questi giorni in sala. Menzione speciale per Mustang, film di Deniz Gamze Ergüven che è il candidato agli Oscar per la Francia come miglior film straniero. [a.a.]

13.42
L’anno scorso deluse profondamente a Venezia con lo shakespeariano Cymbeline, ora torna alla carica con un biopic in piena regola. Michael Almereyda è un regista ondivago, tra i pochi resistenti dell’indie a stelle e strisce degli anni Ottanta e Novanta, e basterebbe questo per provare un sincero affetto nei suoi confronti. Nel corso degli anni ha anche sfoderato alcune pagine di assoluto valore, come Twister (1989), Nadja (1994), Hamlet 2000 (2000), New Orleans, Mon Amour (2008), il corto ispirato a Italo Calvino The Ogre’s Feathers (2012). Non sarà destinato ad ancorarsi nella memoria Experimenter, ma sarebbe ingiusto considerarlo una delusione. La fredda accoglienza ricevuta dalla stampa non rende merito a un racconto diseguale ma non banale, che tende a prendere la via più facile ma sa ancora ricordarsi cosa significhi “fare” cinema. Un racconto orchestrato con professionalità, anche se meno rigoroso di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. [r.m.]

12.20
Un gangster movie londinese deprivato di ogni tensione drammatica e di scene d’azione. Delude e annoia, con i suoi tediosi dialoghi tendenti al vaniloquio Legend di Brian Helgeland, film di chiusura di questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma. Con un Tom Hardy sdoppiato per incarnare i due gemelli Ronnie e Reggie Krai realmente esistiti e spadroneggianti nella Londra degli anni ’60, il film vortica su se stesso dopo pochi minuti, rivelandosi come una lunga presentazione dei suoi personaggi prima, e una contrastata storia d’amore (con un’esangue Emily Browning) dopo. Si stenta a credere che dietro questo esercizio di stile privo di personaggi a tutto tondo e con un cratere al posto dello script, ci sia proprio quell’Helgeland che firmò in passato sceneggiature per ben più riuscite pellicole, del calibro di L.A. Confidential o Mystic River. [d.p.]

11.25
L’Incontro Ravvicinato con Paolo Sorrentino svoltosi lo scorso 18 ottobre, è stato forse il più affascinante e denso tra quelli proposti da Antonio Monda durante la Festa: il regista premio Oscar, palesando delle capacità non comuni da oratore e osservatore attento di cinema, oltre che da spettatore sottile e non banale, ha scelto cinque sequenze per lui particolarmente ragguardevoli proponendole al pubblico della Sala Sinopoli. Le scelte, pur situandosi tutte dalle parti del cinema recente, a parte un’eccezione, si sono rilevate illuminanti, spesso sorprendenti, ma a colpire più di tutto sono stati l’acume e la profondità con la quale Sorrentino le ha descritte, con espressioni e motivazioni che somigliano tanto a certe frasi dei personaggi dei suoi film: concettose, dense, a effetto, ma in grado di condensare un’idea di mondo tutt’altro che telefonata, in questo caso anche dal punto di vista teorico, in pochissime righe. Partendo dalla coincidenza per lui intoccabile tra “bello” e “vero”, Sorrentino ha scelto delle sequenze rispettivamente da: Tempesta di ghiaccio di Ang Lee (“film capolavoro sulla bellezza e i pericoli di una famiglia, un genere di film che io non faccio ma che da spettatore sono quelli che mi affascinano di più”); La notte di Michelangelo Antonioni (“Il jazz di solito al cinema funziona pochissimo ed è noioso, ma in questa scena è semplicemente perfetto, e poi si tratta di un film che racconta benissimo com’è tragico e disagevole stare al mondo”); Era mio padre, e in particolare la scena in cui Tom Hanks spara a Paul Newman sotto la pioggia (“Una scena che raggiunge il massimo del vero con il massimo dell’artefatto, la sintesi di cosa è e dovrebbe essere il cinema: se uno studente di cinema le vede, può tranquillamente risparmiarsi due o tre anni di scuola di regia”); Una storia vera, nella fattispecie la sequenza della conversazione intorno al fuoco (“Ci sono dentro tutti gli elementi classici dei film di Lynch che fanno paura, il fuoco, la notte, ma siccome lui ha deciso che non fanno paura non fanno paura: questa capacità di cambiare tono è una caratteristica propria solo dei geni. Si tratta di un film sulla forza sottovalutata delle cose insensate”); e infine una sequenza di Mars attacks! con protagonisti Martin Short e Lisa Marie nella quale, secondo Sorrentino: “La natura aliena della donna genera una forma di erotismo dirompente, che se fosse umana non ci sarebbe. Se incontrassi Tim Burton gli chiedere come ha fatto a farla muovere in quel modo, perché io davvero non me lo spiego…”. [d.s.]

10.30
A proposito di “sguardo retrospettivo”, doveroso tornare con la mente anche all’omaggio a Pablo Larraín, che si è concluso ieri sera al Maxxi con la proiezione dell’eccellente El club, già Premio della Giuria all’ultima Berlinale. L’incontro con il giovane regista cileno prima della proiezione, in una sala gremita in ogni ordine di posti, ha confermato l’impressione di avere a che fare con uno dei nomi fondamentali del cinema contemporaneo: un regista che ha un’idea di cinema precisa e lucidissima, e sa bene come e perché metterla in scena. Rimane il rammarico per il gran numero di accreditati che sono stati respinti all’uscio dopo aver fatto ore e ore di fila. Perché ospitare un incontro con un regista così apprezzato in una sala piccola come quella del Maxxi, mentre tutti gli altri incontri si sono svolti in Petrassi? L’ha forse richiesto la Bolero, che distribuirà in sala il film dal prossimo 20 novembre, per evitare di far vedere El club a troppe persone, perdendo in sbigliettamento? Chissà… [r.m.]

09.35
Mentre la Festa vive l’ultima giornata della sua decima edizione e mentre attendiamo con non spasmodica attesa il vincitore del premio del pubblico e quello di Alice nella città, è il caso di fare qualche bilancio. E prima di riflettere sulla qualità di questa Festa che ci pare essersi distinta più nello sguardo retrospettivo al cinema del passato che in quello del presente (tenendo tra l’altro il cinema che fu e quello che è/sarà rigorosamente separati, anche perché programmati spesso in differenti zone della città), ci sentiamo intanto di dover deprecare il trattamento subito in questi giorni dai ristoratori della zona. L’Auditorium in fin dei conti è isolato da Roma così come il Lido è isolato da Venezia e il trattamento che subiscono gli accreditati dagli autoctoni è lo stesso: superficialità, diffidenza, disprezzo, prezzi gonfiati, cibo spesso scadente. E così, in due differenti ristoranti al di là di via Flaminia, ci siamo ritrovati a dover discutere: in uno perché era troppo tardi e sembrava volessero farci un favore nel darci da mangiare, facendoci pesare la cosa per tutta la durata del pasto (e tirando fuori un conto salato), nell’altro per l’attesa infinita e per il trattamento subito, esplicitamente di fastidio, e dove ad esempio il pane era stato appena tirato fuori dal freezer. I nomi dei due ristoranti in questione? Perilli al Flaminio e Ristorante Pizzeria Vignola. Se certi festival faticano a funzionare, è anche perché il territorio che li ospita si pone in modo esplicitamente respingente. Ma, si sa, purtroppo dall’Auditorium non si scappa… [a.a.]

 

Venerdì 23 ottobre 2015

19.05
Siamo agli sgoccioli con la retrospettiva Pixar. In attesa dell’ultima proiezione di domani, Finding Nemo, spendiamo due parole per i due titoli passati oggi tra Teatro Studio e sala Mazda. Up (2009) di Docter e Peterson, che a suo tempo fece bella mostra di sé a Cannes, ci ha regalato l’incipit più struggente dello Studio di Lasseter: una storia nella storia, un film nel film raccontato attraverso immagini e montaggio, senza l’inutile orpello di troppe parole o spiegazioni. Carl bambino, i sogni di un piccolo viaggiatore, i miti dell’infanzia, i cinegiornali, il grande amore e la vita che scivola via: la faticosa risalita della collina è una sequenza che resta dentro. Ha incontrato meno i favori di pubblico e critica Monsters University (2013) di Dan Scanlon, prequel di Monsters & Co. che gioca con college movie e teen movie, rielaborando classici del genere come Animal House e La rivincita dei Nerds. Da gustare rigorosamente in originale, con le voci di Billy Crystal, John Goodman, Steve Buscemi, Helen Mirren… [e.a.]

17.36
Tra i vari titoli della selezione ufficiale che concorrono al premio del pubblico è passato un po’ in sordina Amama, esordio al lungometraggio del regista basco Asier Altuna. Un viaggio simbolico, ma anche ricco da un punto di vista narrativo, nella Spagna rurale, territorio in via di estinzione; immerso in un mondo realistico eppure visionario, Altuna firma un’opera decisamente interessante, da recuperare (domattina ultima proiezione alle 9.00 al Teatro Studio). [r.m.]

17.23
Dopo il mezzo passo falso di Mood Indigo – La schiuma dei giorni, torna ai suoi altissimi livelli Michel Gondry con Microbe & Gasoline, presentato in Alice nella città. Viaggio di formazione on the road su una macchina-casa con gerani costruita dai due ragazzi protagonisti, il nuovo film del regista francese ci regala tutti i pezzi forti del suo repertorio autoriale: ossessione per la meccanica, per il disegno e per le invenzioni, personaggi infantili e saggi insieme, libertà narrativa, spirito eversivo mai urlato ma piuttosto evidenziato da un’eccentricità naturale e spontanea. Uno dei (non troppi) film di questa edizione della Festa da conservare con cura nella memoria. [a.a.]

17.02
Proiettato in mattinata nella Sala Petrassi, presentato nel programma con una durata errata (i 75 minuti segnalati sono in realtà circa 100) The Propaganda Game di Alvaro Longoria è comunque un documentario meritevole di visione: lo stile è piano, rigoroso e privo di guizzi, ma l’intento (uno sguardo da dentro su un regime tuttora “misterioso” come quello nordcoreano, e sulle sue logiche comunicative) è sicuramente ammirevole. Longoria evita letture semplicistiche, e mette in scena un vero e proprio “gioco”: che è insieme ritaglio, selezione e mascheramento della realtà (da parte delle autorità) nonché rappresentazione ipotetica, enfatica e altrettanto distorta (da parte dei nemici del regime). La verità, sembra dirci il regista, c’è ma è altrove, per ora fuori dalla nostra portata: nascosta, sepolta sotto le tante rappresentazioni mediatiche del suo oggetto, una per ognuno degli schermi che appaiono nell’ultima, significativa immagine del film. [m.m.]

16.43
Un altro recupero, stavolta tra i film presentati presso la Sala del MAXXI: Isabella Rossellini’s Green Porno Live!, proiettato alla presenza della stessa attrice e protagonista del documentario, restituisce la tournée teatrale della Rossellini alle prese con il suo celebre e apprezzato spettacolo Green Porno, nel quale la figlia di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman racconta, con toni buffi, ludici e accattivanti, la sessualità del mondo animale travestendosi essa stessa in base alle necessità delle spiegazioni da fornire al pubblico, con leggerezza e tanta voglia di mettersi in gioco attraverso una passione, quella per il mondo animale, che riguarda la Rossellini fin dalla tenera età. Il doc di Jody Shapiro si limita a resocontare il tour teatrale e ad intervallare il tutto con delle performance sceniche della Rossellini girate in studio sullo sfondo di alcuni fondali: momenti gradevoli e irriverenti, ma senza mai sganciarsi dalla natura esclusivamente promozionale dell’operazione. [d.s.]

16.15
Recuperi non troppo felici in chiusura di Festa: Pan – Viaggio sull’isola che non c’è, nuova versione in 3D delle celeberrime avventure di Peter Pan presentato nella cornice di Alice nelle città, è un blockbuster fallimentare a 360°, che non centra né la dimensione spettacolare, clamorosamente disarticolata e sciatta, né convince sul piano dell’efficacia narrativa, compromessa da un accumulo di parentesi e dispersioni che lo rendono un film “scritto” male e montato ancor peggio, senza nerbo e senza ritmo, affondato oltretutto da un 3D superfluo. Joe Wright, regista britannico abituato a progetti di ben altro calibro, è stato palesemente subissato dalla mole di un’operazione decisamente non nelle sue corde, che si limita ad accumulare spunti visivi derivativi da altre opere avventurose del cinema passato e recente, la saga de I Pirati dei Caraibi su tutte, e finisce col confezionare un prequel dell’arco narrativo più noto dell’universo di J.M.Barrie rabberciato e poco credibile, soporifero e con un cast in caduta libera: Garrett Hedlund nei panni di Uncino da ragazzo è conciato come un giovane Indiana Jones, Rooney Mara è spaesata e fuori parte, Hugh Jackman è un Barbanera caricaturale che arringa le masse sulle note dei Nirvana (da Neverland e Nevermind…) e dei Ramones: delle scene da scult istantaneo, che se non altro valgono il prezzo del biglietto per gli amanti del trash più o meno involontario. Flop da capogiro negli Usa e si parla già di una perdita di 150 milioni di euro per la Warner, alle prese con un vero e proprio annus horribilis dopo i tonfi di Jupiter Ascendence e Operazione U.N.C.L.E. Nessun rimaneggiamento anche tardivo del montaggio, azzardiamo, avrebbe potuto però evitare il tracollo… [d.s.]

14.45
La regista, sceneggiatrice e produttrice Janet Grillo continua a raccontare l’autismo e le sue implicazioni con il nuovo lungometraggio Jack of the Red Hearts. Nucleo gravitazionale della sua filmografia – l’opera prima Fly Away (2011), il cortometraggio Flying Lessons (2008), la produzione per HBO del documentario Autism: The Musical (2007) e via discorrendo – e tema spesso colpevolmente rimosso, l’autismo viene però messo in scena in maniera didascalica, zuccherosa, quasi svilito da una sceneggiatura zeppa di falle. Non bastano il visino bello di AnnaSophia Robb, la performance della giovanissima Taylor Richardson e l’impegno di Famke Janssen. [e.a.]

13.33
Dopo Una vita tranquilla, Claudio Cupellini fa un netto passo indietro con Alaska, presentato in mattinata alla Sala Petrassi. Dramma nel corso del tempo tra due disgraziati che passano da una prigione all’altra, dalle stalle alle stelle e viceversa, il film perde ben presto la bussola e avanza a tentoni attraverso una serie di situazioni sempre più incredibili e indigeste. Tra personaggi inesistenti, attori lasciati andare a ruota libera (in particolare Elio Germano) e molteplicità impazzita di turning point, Alaska non riesce mai a focalizzare la storia d’amore tra questi due disperati e cade troppo spesso nel ridicolo involontario. [a.a.]

12.25
A chiudere la mini-retrospettiva dedicata a Pablo Larraín viene presentato in serata al Maxxi il film più recente del regista cileno, El Club, in concorso alla scorsa edizione della Berlinale. Stavolta lo humour nero e l’amara veemenza satirica dell’autore di Tony Manero si scaglia contro la chiesa e contro le grottesche quanto oscure regole che la governano. Per chi non l’avesse già visto, è uno dei film da non perdere di questa edizione del festival. [a.a.]

10.42
Presentato nella sezione Hidden City il documentario Filmstudio Mon Amour del regista Toni D’Angelo, che ricostruisce la nascita e l’attività del leggendario cineclub romano, nel quale esordirono, tra gli altri, Amelio, Bellocchio e Moretti. Il film vuole essere un omaggio a un centro di formazione culturale e cinematografica di prim’ordine, nato alla fine degli anni ’60 e per lungo tempo punto di riferimento assoluto per i cinefili della capitale, dove era possibile vedere film inediti o importati dall’estero, opere sperimentali e marginali e primizie imperdibili, in un momento storico nel quale la fruizione cinematografica era ancora indissolubilmente legata al tempio sacrale della sala e non eravamo ancora, come asserisce Bernando Bertolucci nel film, nell’era del “post-theatrical”. D’Angelo, lasciandosi guidare da Armando Leone, volto storico del Filmstudio, e da testimonianze di personaggio noti più o meno legati al cineclub, approfitta dell’occasione per provare a fare il punto sullo stato della cultura nell’Italia (e soprattutto nella Roma) di oggi, ma il suo spaccato non è trainato a dovere da una voce narrante spesso goffa e pretenziosa, si ferma all’abbozzo e per quel che riguarda il Filmstudio non va oltre l’aneddotica. Interessante e accurato, oltre che molto meno opaco, il lavoro videografico. Il regista ha dichiarato di averci lavorato sopra ben tre anni. Musiche di Alvin Curran. [d.s.]

 

Giovedì 22 ottobre 2015

22.02
In serata al Teatro Studio è stato presentato il film svedese Girls Lost di Alexandra-Therese Keining, facente parte della selezione ufficiale. Curiosamente non inserito tra i titoli di Alice nella città (visti i temi che tratta) il film è un dramma fantastico che vede protagoniste tre liceali, trovatesi per le mani una pianta miracolosa che le trasforma in ragazzi. Raccontato così, il plot sembra quello di una commedia adolescenziale sulla crescita e l’identità sessuale: ma il film della Keining, in realtà, parte come un dramma di ambientazione scolastica sul bullismo, deraglia presto in divagazioni dark e quasi horror, ha una fase da commedia e ne fuoriesce poi con una serie di considerazioni sull’identità, sull’amore (gay e non), sulla dipendenza e la crescita. Troppi, decisamente, i temi e le suggestioni messe in campo, in un pastiche mal amalgamato, scritto in modo spesso approssimativo e privo di una direzione precisa. Il film, gravato da un’estetica a tratti pacchiana e ai limiti del kitsch, ha provocato freddezza nella platea dei giornalisti intervenuti, non riscuotendo neanche (caso piuttosto raro) un timido tentativo di applauso. [m.m.]

20.30
Nel giorno della replica di The Boy and the Beast di Hosoda, una delle speranze post-ghibliane, torniamo alla Pixar, che proprio dallo Studio Ghibli ha sempre pescato a piene mani. Il lungometraggio di oggi è Monsters & Co. (2001) di Docter, Unkrich e Silverman, gioiello estetico e narrativo: riflessi de Il mio vicino Totoro, qualche limite nei fondali ma una cura maniacale del character design di Sullivan. L’animazione della Pixar continua a progredire, a superare confini tecnico-artistici un tempo impensabili, ma il cuore pulsante resta fortunatamente la struttura narrativa. [e.a.]

13.15
Due donne on the road, una in cerca di una riconciliazione con il proprio passato e relativi affetti, l’altra di un percorso da intraprendere senza troppa paura per il futuro. Sono queste le protagoniste di Grandma nuova commedia firmata da Paul Weitz (About a Boy, American Dreamz), un talento le cui abilità in questo campo non hanno più bisogno di conferme. Al centro del film, presentato ieri sera al Festival in Alice nella città, troviamo una mattatrice d’eccezione: Lily Tomlin, nei panni della nonna del titolo, una poetessa femminista nonché accademica, misantropa per scelta, lesbica e con una lunga relazione alle spalle terminata con la morte della compagna. Insomma un personaggio esplosivo già sulla carta, a cui Weitz affianca una graziosa ed eterea nipotina (Julia Garner) con una discreta gatta da pelare: racimolare il denaro per interrompere una gravidanza indesiderata. Diretta con mano sicura, scritta (strepitosi i dialoghi) e interpretata egregiamente (nel cast anche il premio Oscar Marcia Gay Harden e Sam Elliott) Grandma è una commedia corroborante e liberatoria, sfacciata, irriverente e politicamente scorretta. Ce n’era proprio bisogno. [d.p.]

13.10
Per coloro che non fossero stati presenti al Festival di Cannes lo scorso maggio, stamattina è stato presentato anche Carol, l’ultimo parto creativo di Todd Haynes. Ritornando con la mente alla visione sulla Croisette: ennesimo giro circolare del regista statunitense attorno alle opere di Douglas Sirk, Carol è un melò elegante, rarefatto ma sanguigno, interpretato da due attrici (Cate Blanchett e Rooney Mara) in forma smagliante. A pochi passi dal calligrafico, ma con una tale classe da rapire lo sguardo. [r.m.]

12.40
La mattina è proseguita con la visione di Ouragan, l’odyssée d’un vent, documentario in 3D di produzione francese che è il parto collettivo di Andy Byatt, Cyril Barbançon e Jacqueline Farmer. Un viaggio che segue passo per passo l’evoluzione dell’uragano Lucy, dalle prime avvisaglie in Senegal fino all’arrivo sulle coste della Louisiana, passando per Puerto Rico e Cuba. Immagini potenti, curate fino al minimo dettaglio, per un documentario per il resto sterile, che non riesce a trovare un’idea migliore da quella di “umanizzare” l’uragano, la cui voce fuori campo – ovviamente femminile – detta i tempi del racconto e dona una lettura “morale” del cataclisma, neanche ci fosse qualcuno in grado di apostrofare un evento di questa portata con l’aggettivo “cattivo”. Al di là della maestosità delle immagini, se ne poteva davvero fare a meno. [r.m.]

12.10
Apparizione suggestiva quanto letteralmente eccentrica stamattina in Sala Petrassi con la proiezione di Full Contact di David Verbeek. Diviso in tre parti, il film mette in scena la guerra dei droni con un pilota che dal Nevada bombarda i nemici afghani usando un joystick. Ma nel momento in cui l’uomo fa saltare in aria una scuola per bambini, tutto cambia e sia il protagonista che il film deragliano. Girato splendidamente, Full Contact si pone volutamente come opera ostica e concettuale, ma alla lunga viene il serio sospetto che il mascheramento serva a nascondere un intento sin troppo didascalico (l’abbraccio tra i due nemici, l’incontro di corpi). Resta il fatto che il film di Verbeek è una delle poche opere davvero disturbanti di questo festival. [a.a.]

 

Mercoledì 21 ottobre 2015

23.30
Ancora Pixar. Il programma di oggi è stato quasi un testacoda: alle 15, nello scomodo Teatro Studio, A Bug’s Life – Megaminimondo (1998) di Lasseter e Stanton, secondo lungometraggio realizzato dalla Pixar, mentre alle 17 in sala Mazda si è rivisto Cars 2 (2011) di Lasseter e Lewis. Il 1998 era anche l’anno di Z la formica, pellicola targata DreamWorks Animation: uno scontro impari, stravinto dallo studio di Lasseter sia sul piano tecnico-artistico che narrativo. Ci piace ricordare una celebre citazione del miyazakiano Laputa (il salvataggio della principessa Dot, modellato su quello di Sheeta) e la discendenza spirituale con il misconosciuto e sfortunato gioiello Hoppity va in città (1941) di Dave Fleischer.
Cars 2 può vantare sequenze action dal ritmo frenetico, una valanga di splendenti pixel, gag e qualche buona intuizione, ma resta uno dei passaggi meno ispirati della filmografia pixariana. In questo caso, come per l’originale Cars e gli improponibili Planes e Planes 2, a dettare legge è il merchandising. E si vede. [e.a.]

12.19
Mentre stamattina abbiamo assistito a uno degli “scult” dell’anno, Game Therapy di Ryan Travis (sorta di Matrix alla meneghina dominato da un nerdismo ai limiti del sopportabile, che spinge lo spettatore alla risata grazie a una notevole comicità involontaria), la mente corre alla proiezione di ieri sera in sala Petrassi, dove ci siamo imbattuti in Eva no duerme del trentottenne argentino Pablo Agüero. Viaggio nell’Argentina delle dittature militari, Eva no duerme ruota attorno all’occultamento del cadavere di Eva Perón, e al mito iconico della figura dell’Evita nazionale. Un film rigoroso, diretto con ottimo senso della messa in scena, e interpretato da un cast internazionale, a partire da un eccellente Denis Lavant. [r.m.]

11.50
Nella mattinata di oggi, la sala Petrassi ha accolto alle 9 la proiezione di The End of The Tour di James Ponsoldt: film-intervista tratto dal libro Come diventare se stessi, che il giornalista David Lipsky trasse dalla sua lunga intervista allo scrittore David Foster Wallace. Il film di Ponsoldt viene presentato a Roma in curiosa contemporaneità con la presenza in sala di Life di Anton Corbijn: altro film ispirato all’interazione (e all’amicizia) tra un’icona popolare scomparsa prematuramente e un operatore della comunicazione, che finisce per “vampirizzarne” la notorietà. Già presentato al Sundance, comunque, il film di Ponsoldt è un prodotto indipendente che manca, nella sostanza, il bersaglio: il clima emotivo e culturale che animava gli anni ’90 (di cui la stessa opera dello scrittore si nutriva) resta del tutto sullo sfondo, mentre la figura di Wallace non riesce ad emergere nella sua complessità e spigolosità. La tensione derivata dall’incontro/scontro tra i due personaggi viene gestita narrativamente nel modo più risaputo, mentre Jesse Eisenberg, nel dar vita alla figura del giornalista, è decisamente meno ispirato del solito: immobilizzato in un ruolo a cui la sceneggiatura non riesce mai a conferire uno spessore che vada oltre la figurina, condannato alla replica di cliché sulla professione giornalistica riproposti con superficialità. [m.m.]

11.25
Il cinema italiano è tornato quello delle due camere e cucina (o, forse dagli anni Ottanta ad oggi è sempre stato così e ci eravamo illusi che fosse cambiato?). A ricordarcelo, dopo Due partite di Enzo Monteleone e dopo Il nome del figlio della Archibugi, è Dobbiamo parlare di Sergio Rubini. Il modello insuperato resta La famiglia di Ettore Scola, dove – pur rinchiusa in un appartamento – la macchina da presa riusciva a costruire un ritratto magistrale dell’Italia novecentesca. In Dobbiamo parlare arriva invece solo l’isteria di due coppie in crisi, che litigano in maniera estenuante, con gli attori prigionieri di una recitazione e di una scrittura teatrale, di uno sterile parlarsi addosso che è quanto di peggio possa capitare al nostro cinema contemporaneo. E, in più, Rubini e i suoi sceneggiatori infilano anche delle battutine sulla destra e sul PD (che sarebbe la sinistra! bah!) che ormai sono più risapute e stantie delle gag delle torte in faccia in una comica slapstick. [a.a.]

11:00
Interviste, citazioni in didascalia, filmati di repertorio, estratti di film e un’ingente galleria di dipinti di ogni epoca. Sono questi i materiali che vanno a comporre Monogamish di Tao Ruspoli, documentario-puzzle polimorfo e sfacciato sulla monogamia. Tutto parte da un dato autobiografico: il regista, figlio del principe Alessandro “Dado” Ruspoli, ha da poco divorziato e interroga studiosi, amici e parenti sul significato odierno del matrimonio. Sorta di home movie riscattato solo in parte dagli interventi di sociologi e antropologi (davvero interessanti le informazioni sulla vita sessuale delle popolazioni Inuit e Bari) Monogamish diverte, ma sembra non accorgersi della sua eccessiva autorefenzialità, almeno fino al colpo di scena finale, che trasforma il tutto in una stramba pubblicità progresso su una nuova corrente di pensiero: il poliamorismo. Chissà se ne sentiremo ancora parlare. [d.p.]

 

Martedì 20 ottobre 2015

23.40
Una giornata non certo entusiasmante sul piano della qualità si è chiusa con il film che (per chi scrive) mette una seria ipoteca sulla palma di peggior visione della Festa: il russo Little Bird di Vladimir Beck (facente parte sia della selezione ufficiale che di quella di Alice nella Città) è un pasticcio di rara pretenziosità, fotografato male e montato peggio, che parla del nulla e vorrebbe farlo in modo esteticamente attraente. Le storie incrociate di quattro ragazzini, in una colonia estiva, sono al centro del film di Beck, per una vicenda che poteva essere tranquillamente raccontata in un corto. Mettendo in campo una serie di pacchiani simbolismi, accumulando gratuiti silenzi, e caricando il tutto di un’estetica da art house (smaccatamente atta a coprire il suo vuoto concettuale) il film irrita e annoia. Beck non riesce neanche a prendere in giro lo spettatore con stile, tanto è palese il carattere posticcio della sua ricerca dell’immagine ad effetto, tanto sono gratuite e inverosimili le situazioni che mette in scena; e oltretutto (cosa che fa invero sorridere) fa questo maldestro tentativo in un film con una fotografia che ha la fattura di quella di un brutto homemade movie. Viene davvero da dire (e per una volta non ci sembra di esagerare) che questo film ci ha tolto inutilmente un’ora e mezza della nostra vita. [m.m.]

23.10
Il secondo degli Incontri Ravvicinati della decima edizione della Festa del Cinema di Roma ha avuto come protagonista l’attore britannico Jude Law, attualmente a Roma per girare la miniserie HBO “The Young Pope” di Paolo Sorrentino, dove interpreta un pontefice americano di finzione. Law, sottrattosi al red carpet prima della masterclass, ha ripercorso la sua carriera attraverso una manciata di clip, partendo da Steven Spielberg e da A.I. – Intelligenza artificiale: “Uno si immagina di entrare nel mondo di Spielberg, il regista più di successo della storia del cinema, e di essere un piccolo ingranaggio in una grande macchina. Invece lui ha voluto fin da subito che io fossi partecipativo, che dessi il mio contributo. Incontri ravvicinati del terzo tipo è il suo film che ha avuto il maggior impatto su di me. Mi ha affascinato moltissimo l’equilibrio tra solitudine da un lato e fantasia e magia dall’altro e poi nel corso della mia vita l’ho rivisto più volte, da giovanissimo, da padre, da attore con vent’anni di carriera sulle spalle: è un film che ogni volta che lo rivedi ti cresce dentro un po’ di più”. Sull’esperienza con Sorrentino, Law racconta solo un aneddoto, non potendo sbottornarsi su molto altro per contratto: “Rimango per più ore al giorno con addosso l’abito papale, che ha un aspetto fantastico, però è un po’ scomodo: per paura che si possa sgualcire devo fare mille manovre e alla fine sto in piedi per tutto il giorno, anche quattordici ore senza sedermi”. Infine, stimolato dal direttore artistico Antonio Monda a scegliere il suo film preferito, Law ha volato alto proponendo al pubblico della Sala Sinopoli La morte corre sul fiume: “Mia madre me lo fece vedere intorno ai sedici, diciassette anni, quando stavo iniziando ad amare il cinema in modo assoluto: questo film mi fece capire cosa si poteva fare col cinema, quali vette potevano essere raggiunte. Ha dentro la magia della teatralità, che non è mai troppo usata dal cinema: va bene l’ossessione per il vero del cinema, è legittima, ma non è possibile dimenticarsi della teatralità, in questo caso in equilibrio tra cupezza inquietante e misteriosa magia. Gli studios non capirono per niente Laughton, e che non abbia più potuto lavorare né fare un altro film, a pensarci, mette davvero addosso una gran tristezza”. [d.s.]

21.15
Torniamo a dare un’occhiata alla retrospettiva dedicata alla Pixar. Tra ieri e oggi sono stati proiettati, tra Teatro Studio e sala Mazda, Ribelle – The Brave (2012) di Andrews, Chapman e Purcell, Gli Incredibili (2004) di Brad Bird, Ratatouille di Bird e Pinkava (2007) e Cars – Motori ruggenti (2006) di Lasseter. Qualche annotazione in ordine sparso. Da un lato possiamo soppesare l’importante contributo di Brad Bird, talento che la Disney si fece scappare e che ammaliò il mondo dell’animazione con l’opera d’esordio Il gigante di ferro (1999), passando poi alla Pixar e successivamente, con convincenti risultati, al cinema live action (Mission: Impossible – Protocollo fantasma e Tomorrowland – Il mondo di domani). L’altra faccia della medaglia è Cars – Motori ruggenti, lungometraggio tecnicamente ineccepibile quanto narrativamente debole: a parte il sequel, quantomeno vivace e arricchito dalla consueta fiumana di pixel, non possiamo nascondere sotto un tappeto i tragici spin-off Planes (2013) di Klay Hall e Planes 2 – Missione antincendio (2014) di Roberts Gannaway, che la Pixar ha scaricato alla DisneyToon Studios (ma la famiglia è sempre la stessa).
Ribelle – The Brave rappresenta quasi un caso a parte. Uscito lo stesso anno di Ralph Spaccatutto (2012) di Rich Moore, Ribelle segna il momentaneo contro-sorpasso della Disney sulla Pixar. Visivamente curatissimo, con qualche citazione ghibliana di troppo, il lungometraggio del trio Andrews, Chapman & Purcell tenta di aggiornare le principesse di matrice disneyana, ma resta intrappolato in inutili melensaggini. Invece, un po’ a sorpresa, Moore sembra pescare a piene mani dalla creatività, dall’immaginario e dalla filosofia narrativa di Lasseter e soci, confezionando un vero e proprio gioiellino. Poi è uscito Frozen – Il regno di ghiaccio e siamo tornati alla solita rassicurante e canterina banalità. [e.a.]

14.39
Spostandoci alla Petrassi, la mattinata di proiezioni stampa è invece proseguita col danese Land of Mine, dramma bellico diretto da Martin Zandvliet. Il film racconta la poco nota opera di sminamento delle coste danesi subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ad opera dei reparti tedeschi prigionieri. Il film mostra da subito una certa eleganza nella messa in scena e un’efficace gestione della tensione; ma si perde presto in un’evidente incertezza di tono, parallela alle improbabili oscillazioni umorali del protagonista Roland Møller (sergente a capo di un plotone di giovani prigionieri). Con una gestione poco efficace del racconto, e una certa prevedibilità (e pretestuosità) di molti suoi passaggi narrativi, il film di Zandvliet finisce per sciupare, in gran parte, le sue buone premesse iniziali. [m.m.]

14.32
In mattinata la sala Sinopoli ha ospitato la proiezione di Ville-Marie, dramma di affetti, destini e segreti intrecciati, diretto dal canadese Guy Édoin. Il film vede, tra i suoi personaggi principali, una poco convinta Monica Bellucci nel ruolo di una madre attrice che cerca di riallacciare i rapporti con un figlio da tempo lontano, e contemporaneamente di non far naufragare la relazione col suo compagno regista. Il problema principale del film, tuttavia, non sta tanto nella recitazione dell’attrice italiana, quanto piuttosto in un formalismo gratuito e stucchevole, in temi usurati (la rappresentazione di un cineasta egoista, che cerca di vampirizzare il vissuto della sua compagna-attrice) e nel maldestro tentativo di costruire un dramma corale, incentrato sui giochi del destino, senza avere la capacità e l’acume narrativo necessari. [m.m.]

14.02
Tra le vere perle di questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma vi è senza dubbio il recupero a nuova vita di un titolo maledetto del cinema italiano, Odissea nuda di Franco Rossi. Girato nel 1961 – sette anni prima dell’Odissea ‘ufficiale’ e canonica sempre diretta da Rossi – il film venne ampiamente censurato per l’uscita in sala, per poi essere ulteriormente tagliato al momento della messa in onda televisiva, avvenuta nel ’68. In Tv tra l’altro venne mandata una versione in bianco e nero, e in quella forma il film è stato ricordato da allora in poi. Riscoprire allora il colore dell’Odissea nuda è motivo di grande emozione, per un film che basa molto del suo fascino sulla temperatura visiva di corpi sensuali, di cieli azzurri, di bellezza incontaminata ma allo stesso tempo degenerata dall’arrivo degli Occidentali. Il nostro novello Odisseo è infatti un regista cine-televisivo – interpretato da un maestoso Enrico Maria Salerno – che finisce per lasciar da parte il lavoro e si immerge nella vita selvaggia, dimentico di sé e della civiltà moderna. Rapsodico, visionario, cinico e umanissimo, il film di Rossi merita assolutamente di essere valutato come una delle – tante – grandi opere del nostro cinema anni Sessanta. Peccato che al Maxxi, dove l’Odissea nuda è stato proiettato ieri sera (e, purtroppo, non sono previste repliche), non vi fosse molto pubblico. [a.a.]

11.03
Nello spazio dedicato agli omaggi, in un contesto in cui si trova il ricordo di Ingrid Bergman, quello dedicato a Francesco Rosi, a Sergio Corbucci e ad altri ancora, vi era spazio anche per il documentario Hitchcock-Truffaut, diretto da Kent Jones e già presentato quest’anno al Festival di Cannes. Incentrato sul celebre libro-intervista che Truffaut fece ad Hitchcock, il film scorre in maniera innegabilmente piacevole, perché si gode sempre a rivedere immagini e sequenze tratte dalle opere dell’uno e dell’altro e anche perché – visto che è stata conservata la registrazione dell’intervista – si possono finalmente ascoltare le voci dei due cineasti mentre dicono le frasi più celebri di questo leggendario volume. Ciò detto, non emerge nulla che non si sapesse già e, soprattutto, sembra limitante la scelta di aver voluto intervistare dieci registi contemporanei – tra cui Scorsese e Wes Anderson, ma non De Palma (!) – lasciandoli parlare con superficialità. Questo perché lo scopo di Il cinema secondo Hitchcock era proprio l’esatto opposto: approfondire e sviscerare il mestiere del regista e il mistero del cinema. [a.a.]

10.47
In mattinata è stato presentato Angry Indian Goddesses, del regista indiano Pan Nalin, già noto al pubblico internazionale per Samsara; applausi piuttosto generosi per un film dominato da buone intenzioni ma incapace di metterle in pratica. Un racconto corale al femminile che cerca di tenere in un racconto unico tutti i problemi legati ai diritti delle donne che ancora sussistono in India, e non solo lì. Il risultato è quello di un pamphlet poco interessante, risaputo e a tratti forzato. Resta la buona resa delle interpreti che riescono a donare credibilità a personaggi stereotipati e privi di approfondimento. Ma è poco. [r.m.]

 

Lunedì 19 ottobre 2015

23.58
È strutturato come un vero e proprio thriller psicologico The Confessions of Thomas Quick, documentario di Brian Hill presentato stasera al festival e dedicato al “primo” serial killer svedese. Assemblando materiali di varia natura che comprendono immagini di repertorio, ricostruzioni filmate e interviste, Hill sembra voler ricostruire, con uno stile che assomiglia pericolosamente ai documentari destinati alla tv a pagamento, la storia di un pericoloso pluriomicida, pedofilo, necrofilo e cannibale, ma il suo film, una volta giunto al turning point, si trasforma in un atto d’accusa nei confronti della psichiatria e del sistema giudiziario svedese. E improvvisamente al centro della scena non c’è più il mostro da sbattere in prima pagina, bensì la verità e il fatto che questa è sempre meno avvincente e intrigante della menzogna. [d.p.]

19.34
Nella giornata di oggi la selezione ufficiale ci ha offerto anche il dramma Une enfance di Philippe Claudel, da noi recuperato nella proiezione pomeridiana per il pubblico. Quella narrata da Claudel è la vicenda di un nucleo familiare disfunzionale, madre abbandonata, patrigno violento e alcolizzato, e due ragazzini lasciati (più o meno) da soli a badare a se stessi. Il film è raccontato dall’ottica del più grande dei due figli, tra interni opprimenti e dominati dalla respingente figura del patrigno (il convincente Pierre Deladonchamps) e sequenze in esterni a misura di bambino, teatro di estemporanee quanto velleitarie “fughe”. Il film di Claudel, interessante per il tentativo di ragionare sulla marginalità familiare, e sul colpevole disinteresse delle istituzioni, soffre però di una certa schizofrenia di tono e di una gestione non ottimale del montaggio, riuscendo a scuotere solo nell’intelligente finale. [m.m.]

14.15
C’è davvero di tutto nella selezione ufficiale di Roma 2015. E non tutti i conti tornano. Difficile, ad esempio, appassionarsi a Les rois du monde, opera prima di Laurent Laffargue che si regge a fatica sulle spalle di Sergi López e Eric Cantona, e sulle grazie di Céline Sallette. Una storia di passioni, di corpi appesantiti, di una provincia opprimente, di fughe e ritorni impossibili. Ci sono il teatro, una resa dei conti da western contemporaneo, serate sballate, litri di pastis e un improbabile triangolo tra ragazzetti, contraltare di quello tragico degli adulti. Un frullato un po’ sconclusionato di tutto e di niente. [e.a.]

14:00
Recuperato nella proiezione di ieri sera Sinatra – All or Nothing at All il nuovo, fluviale (oltre 4 ore la durata) documentario d’inchiesta di Alex Gibney. Questa volta il regista premio Oscar per Taxi to the Dark Side concentra la sua indagine su uno dei personaggi più celebri e discussi del XX secolo: Frank “The Voice” Sinatra e lo fa innestando interviste rilasciate da critici, colleghi, familiari e dallo stesso Sinatra sulla scaletta del suo concerto di addio, tenutosi nel 1971 a Los Angeles. Se nella prima parte Gibney si concentra soprattutto su cenni biografici, raccontandoci l’ascesa, la caduta e la risalita di The Voice grazie all’Oscar vinto con Da qui all’eternità, nel secondo capitolo del film emergono, come se ripescati direttamente dallo schedario di J. Edgard Hoover, i dati storici più intriganti e tuttora poco chiari della sua vita. Si va dall’amicizia con i Kennedy all’impegno nella lotta per i diritti civili, dai legami con la mafia alla creazione del Rat Pack a Las Vegas, fino poi al matrimonio con Mia Farrow. Ricchissimo e chirurgico nella composizione dei materiali, Sinatra – All or Nothing at All è il ritratto di un cittadino americano sul quale si è sollevato più di un sospetto, ma anche di un individuo complesso e tormentato, che ha attraversato una porzione importante e significativa della storia e della cultura (musicale, cinematografica) del proprio paese. [d.p]

13.42
Sempre più piena la Sala Trevi per la retrospettiva dedicata ad Antonio Pietrangeli. Ieri – domenica – è stato raggiunto l’apice con la proiezione di La parmigiana che è stata presa d’assalto dal pubblico. Un pubblico, va detto, che solo in piccolissima parte è lo stesso del festival, vale a dire dell’Auditorium. I due mondi sembrano essere a sé stanti e forse almeno qualche film lo si sarebbe potuto fare nella sede principale della Festa, oltre al già molto celebrato Io la conoscevo bene che verrà presentato sabato prossimo al Teatro Studio. Non solo, la scelta di non prevedere delle repliche – sempre con l’unica eccezione di Io la conoscevo bene – appare ugualmente poco azzeccata. I titoli delle varie retrospettive – consideriamo che c’è anche l’omaggio alla Pixar – sono veramente troppi, se si aggiunge anche la bizzarra e auto-referenziale scelta di proiettare i film del cuore dei selezionatori. Meglio sarebbe stato puntare su una rosa più ristretta di film del passato e valorizzarli con repliche, incontri, tavole rotonde. Inutile sottolineare che, fosse stato per noi, avremmo scelto di puntare solo su Pietrangeli. [a.a.]

13.29
Qualcuno stamattina ha detto che l’unica cosa buona di questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma è la sigla che, di volta in volta, presenta estratti da film celebri (Hollywood Party, Luci della Città, , Il gattopardo) riuscendo in pochi secondi – grazie alla genialità degli autori di quei film – a commuovere e a divertire. È un’esagerazione, senza dubbio uno sproposito, eppure vi è da dire che finora questa personale reinterpretazione del concetto di sigla di un festival dia l’impressione di essere l’unico segno forte della presente edizione (oltre all’ottima scelta di presentare la retrospettiva integrale su Antonio Pietrangeli). Per il resto si viaggia a vista e non si capisce ad esempio quale possa essere stato lo spirito guida dei selezionatori nello scegliere i 36 titoli del programma ufficiale. Uno dei titoli che, in tal senso, appaiono più decontestualizzati è Registro di classe. Libro primo 1900-1960 di Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani, un film d’archivio su come è stata raccontata prima dal Luce e poi dalla televisione la vita scolastica del nostro paese. Nelle immagini mostrate vi sono sì delle cose sorprendenti e bellissime, ma quel che manca è il film stesso: Amelio e la Pagliarani si sono infatti limitati ad accostare delle sequenze una dopo l’altra senza cercare di costruire un discorso. Quello che c’è, quello che si vede, allora è stato messo evidentemente perché era bello o perché faceva colpo e non seguendo una qualsivoglia coerenza estetico-narrativa. [a.a.]

13.08
Abbiamo recuperato in Sala Sinopoli l’atteso Mustang, esordio alla regia di Deniz Gamze Ergüven, che la Francia ha scelto a sorpresa come suo rappresentante nella corsa all’Oscar per il Miglior Film Straniero. Un interessante racconto adolescenziale tutto al femminile che non perde ritmo e intensità nonostante alcune evidenti forzature narrative, e che coinvolge lo spettatore più giovane, come hanno dimostrato le scolaresche che hanno accompagnato la proiezione con frequenti scrosci di applausi. Giusta la collocazione in Alice nella città, il film potrebbe creare un piccolo caso distributivo anche in sala, dove approderà il 29 ottobre con Lucky Red. [r.m.]

12.50
Proiettato in mattinata, nella selezione ufficiale, il nuovo film di Robert Zemeckis, The Walk 3D, è dedicato alla vicenda del funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto del 1974 apparì sul cielo di New York camminando sopra un cavo teso tra le Twin Towers. Film d’avventura e di sospensione emotiva e visiva, The Walk 3D usa l’oliato meccanismo spettacolare tipicamente zemeckisiano (e spielberghiano) per farci un preciso discorso-storico politico. Dopo l’11 settembre del 2001, infatti, le Twin Towers tornano finalmente in scena, tornano letteralmente ad esistere. Hollywood arriva dunque a superare quel meccanismo di rimozione che, a parte alcuni casi (il finale di Munich di Spielberg), aveva fatto sì che i due grattacieli – con gesto inusuale per una società fondata sullo spettacolo e sull’onnipotenza del visivo – fossero una ferita così terribile da non poterli e doverli più vedere. [a.a.]

 

Domenica 18 ottobre 2015

19.00
Vecchia e nuova, si vede bella animazione a Roma. Un po’ sacrificata tra le pieghe del programma, segnaliamo la coproduzione franco-danese Tout en haut du monde, aka Long Way North, più che convincente esordio alla regia di Rémi Chayé. Il percorso artistico di Chayé, storyboarder e assistente alla regia dei fondamentali The Secret of Kells e La tela animata, si rispecchia perfettamente nelle scelte di character design, nella predominanza dei colori sulle linee, nella elevata valenza pittorica di molte tavole e nella qualità dello script di questa opera prima. Romanzo di formazione, avventura ed esplorazione, pur con qualche passaggio un po’ forzato nel finale, Long Way North è un gioiellino da difendere a spada tratta, ennesima dimostrazione della qualità ed estrema vivacità del cinema d’animazione transalpino. L’animazione tradizionale è vivissima.
Bicchiere tra il mezzo pieno e il mezzo vuoto per il nuovo lungometraggio del talentuoso Mamoru Hosoda. The Boy and the Beast, una sorta di contraltare dello splendido Wolf Children, alla lunga si perde un po’, smarrendo quella compattezza narrativa che Hosoda aveva mostrato di possedere con La ragazza che saltava nel tempo, Summer Wars, Wolf Children, ma anche con lavori meno personali come One Piece – L’isola segreta del barone Omatsuri. Ottime animazioni, il consueto efficace character design, alcuni passaggi spettacolari (la sequenza della balena), altri indubbiamente commoventi: Hosoda continua a utilizzare fantasy e fantascienza per sondare l’animo umano, i rapporti interpersonali, i legami tra genitori e figli.
Chiudiamo tornando alla retrospettiva Pixar: tra ieri e oggi, oltre alla masteclass con Kelsey Mann, si sono rivisti Toy Story 2 – Woody & Buzz alla riscossa (1999) di Lasseter, Unkrich e Brannon, Toy Story 3 – La grande fuga (2010) di Unkrich e WALL•E (2008) di Stanton. Insomma, tre dei titoli più significativi. E se le avventure, con un meraviglioso incipit silenzioso, del robottino innamorato perdevano un po’ di incisività con l’entrata in scena dei personaggi umani, il secondo e terzo capitolo di Toy Story rasentano la perfezione, raggiungendo inattese vette comiche e drammatiche. Nell’universo Pixar si può morire dal ridere (Toy Story 2), ma anche sciogliersi in lacrime (Toy Story 3). Memorabile nel terzo (ma non conclusivo) capitolo della saga l’omaggio a Il mio vicino Totoro. Una doverosa citazione delle fonti… [e.a.]

18.33
Il cinema del dolore dovrebbe sempre essere trattato con una certa cura, e spesso guardato con occhi dubbiosi, pronti a scovare il ricatto nascosto nella storia: un titolo come These Daughters of Mine, della polacca Kinga Debska, per esempio, sarebbe da rifuggire come la peste, soprattutto in ambito festivaliero. La storia delle due sorelle costrette a fronteggiare prima l’aneurisma della madre, e poi il tumore terminale del padre, è una continua trappola tesa allo spettatore, che finisce (ahinoi) spesso per caderci, almeno a giudicare dalle reazioni in sala. Malcostume non solo italico, visto che la Debska è autrice di un certo successo in patria… [r.m.]

15.10
In mattinata, tra le ben tre proiezioni stampa delle nove mandate in contemporanea con scarso spirito di programmazione vi era, oltre a Freeheld e Au plus près du soleil, anche Office 3D il nuovo film del maestro di Hong Kong Johnnie To, già presentato in anteprima a Toronto. La prima prova di To con la stereoscopia, è forse un film più mainland che hongkonghese, ma per una volta questo non rappresenta un (grave) limite; nel raccontare la vicenda di una finanziaria cinese, e di un importante affare che finirà per coinvolgere (e sconvolgere) la vita di tutti i suoi dipendenti, To sceglie per la prima volta il linguaggio del musical. Il colpo di genio del regista è quello di utilizzare, per l’approccio a una vicenda, e a un genere, assolutamente classici, una scenografia che è il massimo dell’astrazione: interni ed esterni con superfici trasparenti, linee senza volumi, ad esaltare il carattere immersivo della terza dimensione e a rappresentare un capitalismo pervasivo, che annulla del tutto la sfera personale (e per sua natura “invisibile”) dell’individuo. Un’opera in cui To deve fare qualche inevitabile compromesso con le autorità (e il finale ottimista ne è il più evidente esempio) ma in cui il suo discorso autoriale può proseguire e svilupparsi, in un genere finora mai affrontato, se non tangenzialmente in Sparrow. [m.m.]

15.08
Per tornare alla serata di ieri va segnalata l’affollata proiezione per il pubblico di Lo chiamavano Jeeg Robot (presentato addirittura in due sale in contemporanea, alla Sinopoli e al Mazda Cinema Hall). Film già chiacchieratissimo, quello di Gabriele Mainetti, un divertente e riuscito esempio di cinema super-eroistico italiano, che approccia il genere con un’attitudine alla “romanità”, e a un suo filtraggio attraverso una visione tipicamente nostrana, che sorprende e convince. Mainetti, presentando la storia di un supereroe sui generis originario di una borgata romana (un ingrassato ed efficace Claudio Santamaria), preme il giusto sul pedale del grottesco, non rinuncia al realismo noir e a una visione tutt’altro che conciliatoria della realtà delle periferie, si immerge nell’immaginario di genere e ne esce con un prodotto non privo di sbavature, forse mancante di compattezza (qualche minuto di durata in meno gli avrebbe giovato); ma estremamente godibile e pieno di un vigore, e di una genuina passione per il “mestiere” (quella che in Italia si è persa da anni, e che da anni ci ostiniamo ad invocare) che è impossibile ignorare. [m.m.]

13:43
Dopo aver raccontato lo scontro generazionale tra quarantenni e ventenni in Giovani si diventa Noah Baumbach con Mistress America accorcia le distanze per raccontarci di trentenni e ventenni. I temi sono grossomodo i soliti: il parassitismo economico e intellettuale, la perdita delle illusioni giovanili e l’eterna ricerca (davvero senza età) di un proprio posto nel mondo. E innegabilmente anche l’acume è quello usuale, tallonato da un sarcasmo imperituro e sferzante, in grado di esaltare quell’intreccio indissolubile di crudeltà e tenerezza che da sempre caratterizza le pellicole dirette e/o scritte da Baumbach. [d.p.]

11.20
Applausi scroscianti in mattinata alla Sala Sinopoli per la proiezione stampa di Freeheld, dramma sulla lotta per i diritti civili di una coppia lesbica. Tratto da una storia vera e interpretato da Julianne Moore e da Ellen Page, il film diretto da Peter Sollett è il classico polpettone strappalacrime, aggiornato con le tematiche lgbt e dunque appesantito ulteriormente dalla tesi – tipicamente da anime belle – di come la democrazia americana sia pura, funzionante e libera e di come – sotto la spinta dei cittadini (il mito populista della democrazia partecipativa) – si possano fare dei grandi passi in avanti per l’umanità. Di fronte a tutto questo il dramma umano dei personaggi finisce in secondo piano, i character non hanno descrizione e fungono semplicemente da paravento per la messa in scena dell’ovvio. E non sorprende l’entusiasmo di molti colleghi: questo è un film che – tipicamente ricattatorio – può fare colpo sul pubblico. [a.a.]

 

Sabato 17 ottobre 2015

18.00
Il cinema e la cinefilia come via di fuga, come strumento per crescere, per capire se stessi e la vita. L’esordiente Crystal Moselle riesce a entrare nella casa e nelle vite della famiglia Angulo: padre, madre e sei fratelli cresciuti per anni e anni tra quattro mura, lontani da tutto e da tutti. E il cinema, i film, come unico ponte per il mondo esterno. Presentato nella sezione Alice nella città, The Wolfpack scivola in alcuni passaggi (la telefonata alla madre, la sequenza in metropolitana, la presenza troppo tangibile della macchina da presa), ma tra i suoi meriti può vantare l’immersione in una famiglia davvero fuori dall’ordinario. Anzi, in due famiglie: gli Angulo, che giorno dopo giorno riescono a uscire da quel dannato appartamento, e quel carrozzone di scriteriati cinefili da festival, che forse hanno osservato gli Angulo senza riconoscersi… [e.a.]

17:02
Hanno preso il via anche gli Incontri Ravvicinati, una delle novità della decima edizione della Festa del Cinema di Roma sulla quale il neodirettore artistico Antonio Monda ha molto puntato e che quest’anno avranno una cadenza addirittura giornaliera. Si è partiti ieri in Sala Sinopoli con una delle coppie d’oro del cinema americano e mondiale, Joel Coen e Frances McDormand, che in una masterclass coordinata dallo stesso Monda hanno intrattenuto il pubblico a proposito della loro carriera e di un rapporto privato e professionale iniziato nel 1984 con Blood Simple, opera prima dei fratelli di Minneapolis, e poi proseguito fino ad arrivare ai giorni nostri e all’atteso Hail, Caesar!, nuovo film dei Coen, in sala da febbraio. I ricordi e gli aneddoti si sono sprecati, partendo dal primo incontro, avvenuto grazie alla decisiva mediazione dell’amica e collega di Frances McDormand Holly Hunter, che le suggerì il provino per Blood Simple, fino all’adozione del figlio Pedro, ventunenne ragazzo paraguaiano, presente in sala al seguito dei genitori. Passando per una manciata di grandi film, per i molti Oscar vinti sia da lui che da lei, per un quotidiano da gestire nel quale per sopravvivere come coppia è fondamentale, secondo Frances, “continuare ad avere delle storie interessanti da raccontarsi, quando si ritorna a casa dai rispettivi lavori”. Joel ricorda di come lui e Ethan scelsero Frances per Blood Simple proprio in virtù di un suo rifiuto iniziale (“Dovevo vedere la particina del mio ragazzo di allora che recitava in una soap, ma nel frattempo leggevo lo script di Joel & Ethan davanti alla tv”, precisa Frances tra le risate generali). Stimolata da Monda, la McDormand ha avuto anche modo di soffermarsi sull’ispirazione che Anna Magnani ha esercitato su di lei: “E’ stata una vera scoperta, inizialmente conoscevo solo il suo volto, capace di rappresentare la vita come le attrici americane non sanno, non sapevano e forse non sapranno mai fare. Domani devo ricordare a Joel di cercare alcuni dvd qui in Italia, perché in America sono introvabili! La Magnani poi viene dal teatro, come me, per cui il mio legame empatico con lei non può che essere davvero enorme”. Rispetto allo schivo e flemmatico Joel, è proprio Frances a regalare i passaggi più gustosi, raccontando di quando si precipitò a scuola dal figlio conciata come Linda Litzke, il suo personaggio di Burn After Reading, ma ritornando, ovviamente, anche sul cruciale Fargo e su quanto quel film rappresentasse da vicino il vissuto suo e del marito, che avrebbero conosciuto il figlio adottivo da lì a poco (diventando genitori esattamente come Marge Gunderson e il marito si apprestavano a fare alla fine del film). Particolarmente succoso, infine, anche il momento, sicuramente azzeccato dal punto di vista dell’ideazione dell’incontro, nel quale i coniugi Coen, a seguito di una clip sulle celebri coppie della storia del cinema, hanno scelto un film insieme e un lavoro dell’uno o dell’altro: il film prescelto da entrambi è stato La storia di Qiu Ju di Zhang Yimou, mentre Joel ha citato, come migliore interpretazione di Frances in un’opera non sua, la recente miniserie Olive Kitteridge: “Io la conosco come nessun altro e probabilmente ci vedo tutte le sfumature del suo carattere, ma so che lei si è sforzata di rendere accessibili a tutti le connotazioni psicologiche del suo personaggio. Ci è riuscita magnificamente”. Il film del marito prediletto da Frances McDormand, tra quelli nei quali lei non ha recitato, si è rivelato invece Inside Llewyn Davis: “Lo trovo stupendo, è praticamente perfetto. Un distillato purissimo di tutto ciò che Joel e Ethan hanno fatto nel corso di tutta la loro carriera. Con quel film mio marito Joel mi ha davvero stupito. E, vi assicuro, dopo trent’anni di matrimonio non è certo una cosa facile”. [d.s.]

15:00
Torna ad affrontare tematiche esistenziali e affettive di un certo peso l’irlandese Lenny Abrahamson che dopo l’originalissimo Frank si cimenta con un dramma di impianto più classico, senza dimenticare di andare affondo nella fragile psiche dei suoi personaggi. Stiamo parlando di Room, visto questa mattina al festival, sorta di tragedia familiare incentrata sul rapporto madre-figlio e ambientata per buona parte nella stanza cui fa riferimento il titolo. Qui vivono infatti Ma e il figlio cinquenne Jack, avuto dall’uomo che da oltre sette anni la tiene reclusa in un piccolo prefabbricato blindato e insonorizzato. La loro è una relazione esclusiva, le cui problematiche si amplieranno ulteriormente quando i due riusciranno a ritrovare la libertà. Abile metteur en scène e cesellatore di personaggi tormentati, Abrahamson ondeggia tra toni drammatici e onirici, tra tragedia intima e sociale, confermandosi tra gli autori più interessanti del momento. [d.p]

11.20
La programmazione nel palinsesto di un festival dovrebbe essere trattata con maggiore cura. Lo dimostra il posizionamento alle 9.00 del mattino della proiezione stampa di Whispering Star, il film con cui Sion Sono torna a ragionare su Fukushima dopo Himizu e Land of Hope, affidandosi in questo caso alle forme della fantascienza. Un viaggio tra le stelle che punta sulla monotonia e la reiterazione di gesti e azioni, ultime balugini di un’umanità dispersa e fragile, pronta a collassare sotto troppi decibel. Un’opera densa e ostica, che avrebbe meritato una collocazione più consona, magari in prima serata, per arginare il rischio della perdita di attenzione. La conferma, d’altra parte, del talento di Sono, tra le voci (i sussurri) più affascinanti del cinema contemporaneo. [r.m.]

 

Venerdì 16 ottobre 2015

23.53
L’apparizione nella scomoda sala “Teatro Studio” di una splendida copia in 35mm di A Brighter Summer Day di Edward Yang, vale da sola la giornata passata all’Auditorium. Il capolavoro del maestro taiwanese, recuperato all’interno dei “film del cuore dei selezionatori”, è un mastodonte di quattro ore che racchiude al proprio interno un fiammeggiante melodramma giovanile, e la riflessione su una (non) terra imbastardita come l’isola di Formosa. Il film è iniziato con un’ora di ritardo, dovuto a uno slittamento di programma e alla necessità di proiettare sempre nella sala l’episodio di Siamo donne diretto da Roberto Rossellini e con protagonista l’allora consorte Bergman. Un’occasione per rivedere un piccolo gioiello comico, scherzo familiare che gioca con il cinema e con il “realismo”, e per di più vederlo presentato da un’emozionata e divertita Isabella Rossellini. Una volta tanto un ritardo giustificato… [r.m.]

23.45
La selezione di Alice nella città ci ha poi portato Belle e Sebastien – L’avventura continua: sequel più debole del prototipo di due anni fa, mancante del magnetico sguardo da documentarista (da attribuire alla regia di Nicolas Vanier) che aveva impreziosito quest’ultimo; ma anche obiettivamente più esile a livello narrativo. Un prodotto ben confezionato quanto medio nella sostanza. [m.m.]

23:00
Un’immersione pan-musicale e pan-teistica ha allietato l’udito e lo spirito degli spettatori in questa prima serata del festival. Il viatico è stato Junun, documentario firmato da Paul Thomas Anderson, in cui il regista di Il petroliere e Vizio di forma segue il sodale Jonny Greenwood nel corso delle sessioni di registrazione di un album con il compositore israeliano Shye Ben Tzur e un gruppo di musicisti indiani, nella splendida fortezza di Mehrangarh nel Rajastan. Con un sincero spirito di esplorazione e l’ebbrezza puerile di un neofita, Anderson ci lascia penetrare all’interno di questo gruppo eterogeneo di musicisti, lasciando risplendere una protagonista d’eccezione: la musica, con il suo potere divinatorio, le sue imprevedibili commistioni di generi e ritmi. [d.p.]

16.45
Le retrospettive sono impegnative, dispendiose, ostiche da organizzare. Ci sarebbe poi la questione del relativo volume monografico, che dovrebbe accompagnare le visioni, approfondire, contestualizzare, suggerire e via discorrendo. Ecco, le retrospettive erano impegnative. Poi si è pensato bene di usarle come riempitivo, come tappabuchi, come specchietto per le allodole…
La retrospettiva Pixar, iniziata oggi con Inside Out (che trovate in tutte le sale del mondo), rispecchia perfettamente questo processo di sottrazione, di impoverimento. A parte la masterclass con Kelsey Mann, non esattamente una ciliegina sulla torta, il programma prevede il canonico percorso che parte dal 1995 (Toy Story) e arriva fino a oggi: lungometraggio + cortometraggio, ordine sparso (con buona pace dell’evoluzione digitale e della maturazione narrativa) e titoli che potere trovare in qualsiasi negozio di dvd & blu-ray, in televisione, online, dappertutto. Un po’ poverella come offerta culturale.
Fatte queste tristi premesse, e bypassando l’inflazionatissimo Inside Out (ne hanno scritto persino Polito e la Lucarelli), frettolosamente innalzato a capolavoro, guardiamo alla seconda proiezione in programma, Toy Story – Il mondo dei giocattoli (1995) di John Lasseter, tra qualche minuto in sala Mazda. Sono passati oramai sedici anni dai primi vagiti della Pixar (al tempo LucasFilm Computer Graphics Project), il mondo ha già notato l’egregio lavoro in computer grafica di Piramide di paura, e cortometraggio dopo cortometraggio Lasseter e soci hanno aggiustato il tiro: il primo Toy Story mette già in mostra una chiara struttura narrativa, la fondamentale centralità della storia e dei personaggi, fluidità nelle animazioni, ricchezza di pixel, tanta inventiva e un problema con la resa grafica dei personaggi umani – questione ancora irrisolta. È l’inizio di una nuova fase della Pixar, fulminea nel mettere la testa davanti alla Disney, nel lasciarsi indietro DreamWorks & Co., nel passare da una pellicola ogni due-tre anni a una munifica cadenza annuale. [e.a.]

15.20
Il secondo film della mattinata (film di apertura ufficiale della Festa) è stato Truth di James Vanderbilt. Esordio alla regia per Vanderbilt (già affermato sceneggiatore) il film racconta le rivelazioni che, nel 2004, investirono George W. Bush sugli appoggi che, in gioventù, gli evitarono l’arruolamento nella guerra del Vietnam. Animato da una coppia di interpreti d’eccezione (Cate Blanchett e Robert Redford, rispettivamente giovane giornalista e veterano dell’informazione televisiva) il film può contare su un’ottima sceneggiatura, e su un afflato democratico che lo collega al miglior cinema di impegno degli anni ’70; ma ha forse il limite di risultare eccessivamente derivativo, e a tratti squilibrato nella gestione della sua componente emotiva. [m.m.]

15.04
In parallelo con i lavori della Festa, inizia anche alla Sala Trevi la retrospettiva integrale dedicata ad Antonio Pietrangeli. Un regista che merita una profonda rivalutazione, alla quale Quinlan ha voluto contribuire nel corso dell’ultimo anno, proponendo una recensione di un suo film al mese. Oggi, con ingresso libero fino a esaurimento posti, nella piccola sala della Cineteca Nazionale sarà possibile recuperare a partire dalle h. 17.00 Il sole negli occhi (1953), Lo scapolo (1955) e Souvenir d’Italie (1957) [r.m.]

11.45
Le proiezioni stampa della decima edizione della Festa del Cinema di Roma iniziano – se si esclude la sezione Alice nella città che in realtà ha cominciato il suo percorso già da ieri – con un film quasi-sconcertante. Più realisti del re – il re sarebbe Marco Müller, direttore del festival fino allo scorso anno – i nuovi selezionatori presentano in selezione ufficiale il film cinese Monster Hunt, diretto da Raman Hui, campione d’incassi in patria e recentemente acquisito per la distribuzione italiana da Minerva. Il film rappresenta l’ennesimo vano tentativo – almeno dal punto di vista estetico – di inseguire la maestria hongkonghese da parte della produzione cinematografica cinese. Stavolta, dopo aver provato a incorporare wu-xia, commedia demenziale, commedia romantica, ci si prova con l’action demenziale alla Stephen Chow, mischiato al cinema per ragazzi (e infatti forse anche questo film avrebbe avuto una migliore collocazione in Alice nella città). Il risultato è semplicemente disastroso. In questo mondo distopico descritto da Raman Hui, in cui mostri e umani si fronteggiano e si odiano, gli schieramenti vengono continuamente confusi, i colpi di scena si accavallano a una tale velocità che appaiono uno più assurdo dell’altro, i personaggi si comportano in modo schizofrenico e completamente irrazionale e, infine, le canzoni che interrompono il racconto zavorrano ulteriormente il tutto. Il prodotto commerciale cinese conferma dunque la scarsa esportabilità fuori dai confini patri, ma allo stesso tempo appare sempre più inevitabile il suo preponderante palesamento nei festival internazionali – basti pensare che solo pochi mesi fa Venezia si era chiuso con il brutto Mr. Six – visto che ora la potenza cinese è diventata il maggior mercato cinematografico mondiale. [a.a.]

Info
Il sito ufficiale del Festival del Film di Roma.
Il sito di Alice nella città.

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