Alaska

Storia d’amore tra due “morti di fame” dal destino apparentemente altalenante ma in realtà preordinato, Alaska di Claudio Cupellini è un dramma determinista che cade continuamente di tono e sfiora spesso il ridicolo involontario. Alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Soli

Fausto è italiano ma vive a Parigi, lavorando come cameriere in un grande albergo. Nadine è una giovane francese e possiede la bellezza commovente dei suoi venti anni. I due si incontrano sulla terrazza dell’albergo e da lì in poi il destino avrà in serbo per loro non pochi ostacoli. [sinossi]

Il cinema dalle ambizioni romanzesche ed epiche ha in Italia un grande, insuperato maestro, Luchino Visconti, e ben pochi epigoni. Unire impegno morale e politico con finezza narrativa e capacità descrittiva – sia dell’ambiente sociale che di numerosi personaggi capaci di essere allo stesso tempo concreti e paradigmatici – son qualità tutt’altro che semplici da riversare su schermo, ed è soprattutto quando si affrontano sfide come queste che si rischia di inciampare nel ridicolo involontario.
Cade a ripetizione in questa trappola Claudio Cupellini che – dopo l’ottimo Una vita tranquilla – incorre in un vistoso passo falso con il suo nuovo film, Alaska, presentato alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Figlio per l’appunto di un’idea di determinismo sociale simile a quella che sostanzia la linea Verga-Visconti, Alaska cerca di raccontarci l’amaro destino di due “morti di fame” (così si definiscono i protagonisti e così, a più riprese, vengono definiti dagli altri): un uomo, Fausto, e una donna, Nadine, che si incontrano per caso sulla terrazza di un albergo parigino e che, di fronte ai tragici rovesci del destino, resteranno sempre legati da un amore disperato, quanto in fin dei conti poco credibile. Le vite dei due passano attraverso pochi alti (lei che viene assunta come modella, lui che gestisce una discoteca) e tanti bassi (in primis, la galera per lui) per una sorta di montagna russa economico-emotiva in cui a cadere per primo a terra è lo spettatore, sballottato da una sequela eccessiva di situazioni inverosimili.
Si pensi alla prima, fondamentale, svolta narrativa: Fausto, che dopo pochi minuti di film si ritrova in carcere, viene picchiato dal compagno di cella perché in modo molto grossolano sta cercando di ritrarre sul muro con una limetta il volto di Nadine; fa rumore in piena notte e viene dunque punito per questo. Subito dopo, però, l’uomo che lo ha aggredito si intenerisce (!?) e domanda quindi a Fausto con fare premuroso se quell’incisione a malapena figurativa sia il ritratto della sua ragazza; da quel momento in poi avrà tanto a cuore il caso da chiedere a sua moglie di prendere informazioni su Nadine.
Ora, non si capisce come mai in tanto cinema italiano manchi la cattiveria, la violenza, la rabbia vera, tanto che persino in un carcere (che qui è anche un carcere francese) ci si debba imbattere in pecorelle smarrite che ritrovano ben presto la diritta via. Cupellini forse per l’occasione ha dimenticato di rivedersi Il profeta di Jacques Audiard, oppure se lo è ricordato sin troppo bene ed ha preferito trasformare quell’educazione criminale in un ritrovo tra uomini burberi ma pieni d’amore verso il prossimo.

Certo, si dirà, la parte in carcere ha un peso relativo rispetto alla durata complessiva di Alaska, ed è così. Però è anche vero che un film che vuole mostrarci come dietro a delle casualità si celi in effetti lo zampino del diavolo/destino, allora quelle casualità devono essere ben restituite, apparire convincenti e ciascun evento deve contribuire a tenere in piedi l’ordito complessivo della vicenda. Invece, non solo la parte in carcere non è credibile ed è anche letteralmente inutile dal punto di vista narrativo (tanto che, secondo noi, la si potrebbe eliminare e sostituire con una bella didascalia: “due anni dopo”, con Germano che ritorna in libertà), ma da lì in poi si susseguono una serie di accadimenti che non riescono a tenersi tra di loro: soldi sottratti, incidenti stradali, discoteche che vengono facilmente prese in gestione ed hanno un successo spropositato senza che si capisca bene il perché, scalate sociali subitanee, pistole, suicidi, ecc.
Cupellini in Alaska costruisce un gigante – il cinema che guarda al romanzesco – che non sta in piedi, fiaccato dai mille malfunzionamenti di ogni suo singolo organo/ganglo narrativo. Per non parlare poi dei personaggi, la cui unica caratteristica è quella di menare le mani e di fare a gara a chi urla più forte, e per non parlare degli attori, con da un lato Elio Germano che, a distanza di anni, continua ad essere prigioniero del ruolo interpretato in La nostra vita di Daniele Luchetti e dall’altro un Valerio Binasco – nei panni dell’amico – incredibilmente a disagio (mentre se la cava Astrid Berges-Frisbey nella parte di Nadine).

Alaska è un film che procede per lunghi tratti con andamento elefantiaco (quanti indugi su primi piani e dettagli di facce contrite di Germano ci dobbiamo sorbire?), mentre in altri – privo della necessaria abilità di racconto – appare troppo reticente proprio per evitare di dover affrontare i passaggi più scomodi (come riesce ad esempio il personaggio di Binasco, palesemente inadatto alla gestione di una qualsiasi iniziativa imprenditoriale, a mettere le mani sulla discoteca Alaska?). È questo un film che incappa in continue cadute di tono e che, delineando sempre tutto con mano pesante e sgraziata, perde ripetutamente il controllo delle situazioni, scivolando nel ridicolo involontario.
Indubbiamente fa piacere che qualcuno nel nostro cinema torni finalmente a parlare dei “morti di fame”, ma non così purtroppo…

Info
Il trailer di Alaska su Youtube.
La scheda di Alaska sul sito della Festa del Cinema di Roma.

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2 Commenti

  1. Giuseppe Vallesi 08/11/2015
    Rispondi

    Buonasera. Potrei sapere gentilmente, se lei ha studiato cinema o materie inerenti alla materia come si è formato ed eventualmente in quali scuole, sempre se possibile ? Grazie, Giuseppe Vallesi.

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