The Whispering Star

The Whispering Star

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Con The Whispering Star Sion Sono torna a interrogarsi sulla tragedia di Fukushima, stavolta mettendo in scena uno sci-fi disadorno, minimale e silenzioso. Disperso nelle stelle. Alla Festa di Roma.

A riveder le stelle

Una nave spaziale a forma di bungalow giapponese viaggia attraverso la galassia. A bordo un robot umanoide di nome Yoko svolge il lavoro di corriere postale spaziale. Il suo lavoro è semplice: distribuire pacchi agli esseri umani sparsi in pianeti diversi. Ma con così tanto tempo libero tra le varie consegne, Yoko comincia a chiedersi cosa ci sia in quei pacchetti… [sinossi]

A soli quattro anni dalla tragedia, Fukushima è già un pianeta dimenticato. Una rimozione a cui contribuiscono i media, i cosiddetti “operatori culturali” e ovviamente il governo presieduto da Shinzō Abe; nel pacificato Giappone, moderno e all’avanguardia, nulla deve turbare la quiete apparente. Così le commemorazioni dell’olocausto nucleare del passato (le infami bombe statunitensi su Hiroshima e Nagasaki) smarriscono il proprio senso nella lettura del presente. Non sono stati pochi i registi giapponesi che hanno preso spunto dal disastro di “Fukushima Dai-ichi” per le storie dei propri film: eppure nessuno, con la sola eccezione forse dell’ancora sconosciuto (da noi) Ryūichi Hiroki, ha dimostrato la coerenza di Sion Sono nell’affrontare ciò che lo tsunami ha davvero trascinato via con sé. Quando i detriti non erano stati ancora intaccati, Sono era già lì, a utilizzare la scenografia naturale per Himizu, ritratto sulla gioventù disgregata di una nazione allo sbando; il ritratto si è allargato, smarrendo l’epilessia ansiogena ma non la profondità del trauma in The Land of Hope, fiammeggiante e dolente melodramma familiare. Tocca dunque ora a The Whispering Star (traduzione letterale per il mercato internazionale del titolo originale, ひそひそ星, “Hiso hiso boshi”), che dopo la presentazione in anteprima mondiale a Toronto approda alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma, illuminando uno scenario per il resto piuttosto scarno.
Dopo essersi immerso fino al collo in ciò che rimane della zona del Tōhoku, Sono decide di riprendere lo stesso scenario da una distanza maggiore. Una distanza siderale… Vaga infatti nello spazio la navicella a forma di bungalow su cui viaggia per lavoro Yoko Suzuki, un androide dal codice identificativo 722 che si occupa di consegne di pacchi. I pacchi sono ricordi della Terra che gli umani, oramai dispersi nei pianeti più disparati, si spediscono a vicenda per ricordare ciò che erano un tempo: terrestri. Visto che il viaggio spaziale soffre ancora di un’estrema lentezza, Yoko riesce a portare a termine le varie consegne solo nell’arco di alcuni anni, con tutto ciò che uno strappo temporale simile può comportare.

Non è facile, a prima vista, confrontarsi con un film come The Whispering Star: Sono abbandona qualsiasi riflesso furibondo annullando la velocità. Meglio, riscrivendola: lo spazio/tempo muta completamente, come dimostra in modo cristallino l’incipit, con quella scansione giornaliera che perde minuto dopo minuto qualsiasi reale inquadramento temporale. C’è solo lo spazio, dominato da milioni di stelle, e attraversato da un bizzarro mezzo di locomozione guidato da una memoria artificiale che inizia a usurarsi, scambiando ciò che vede all’esterno (lo spazio) con l’interno (una stanza, con tanto di plafoniere nelle quali sono andate a morire delle falene).
E c’è poi il vero pianeta ostile, quello in cui gli uomini per sopravvivere devono adattarsi, sapendo di andare incontro a morte certa e a un’esistenza solitaria. Il pianeta-Fukushima, quell’ammasso di terra smossa, edifici abbattuti, strade invase dalla natura, dai calcinacci e dai residui di umanità. Un’umanità che non è più lì, e per ricordarsi di sé si attacca ai più piccoli brandelli del tempo andato. Per questo nei pacchi che l’astronave di Yoko trasporta non c’è nulla di apparentemente prezioso: il mozzicone di una sigaretta, un abito, al massimo qualche fotogramma di una pellicola scaduta. Le vestigia dell’impero umano sulla Terra si riducono a pochi oggetti deteriorabili, ai quali ci si abbarbica con la forza disperata della memoria. Come ogni film di fantascienza che si rispetti, The Whispering Star è un western che fa dello spazio la sua wilderness: come il Kevin Costner di The Postman anche Yoko è l’unico collante ancora rimasto in grado di connettere gli esseri umani tra di loro. Un androide.

Nella sua ricerca continua di senso – appagata anche nel rituale quotidiano delle pulizie – Yoko sta già confermando ciò che Sono ha sempre saputo, e sempre messo in scena: non è nella forma umana in quanto tale che si deve rintracciare l’umano, ma nel “sentimento” che ne guida le mosse. Yoko ha un corpo, per quanto rigenerato da batterie che inserisce all’altezza del ventre, e invece gli uomini che vivono nell’ultimo pianeta ancora densamente abitato (e abitato esclusivamente da umani) sono solo silhouette dietro dei paraventi, e non tollerano rumori che superino i trenta decibel di potenza. Immersi nel silenzio e poco più che ombre cinesi, gli uomini sono i primordi del cinema, là dove Yoko è già il futuro, un futuro ancora artigianale ma distante anni luce dall’odierno. Gli uomini sono spettri di ciò che furono, retaggi di memorie che non esistono oltre l’oggetto quotidiano, insignificante. I più aspettano la morte, alcuni sono morti in attesa di quei pacchi che impiegano un decennio per arrivare a destinazione.
Regista politico nell’accezione più alta e potente del significato, Sion Sono regala con The Whispering Star un’ennesima dimostrazione della propria urgenza espressiva, schiaffando in faccia agli spettatori quel pianeta ignoto e abbandonato al suo destino che è Fukushima, oramai incasellato nella memoria/detrito del contemporaneo. Pacco sperduto nello spazio.

Info
Il trailer di The Whispering Star.
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