Tokyo Tribe

Tokyo Tribe

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Con Tokyo Tribe Sion Sono firma un folle musical-rap che rimanda ai “warriors” di Walter Hill, confermandosi come uno dei registi più eretici in circolazione. Al Torino Film Festival 2014.

La guerra dell’hip hop

A Tokyo, in un imprecisato futuro, la città è governata col pugno di ferro da gang criminali che, nello spartirsi i traffici illeciti, riescono a convivere per miracolo. Lo scontro è sempre dietro l’angolo e l’irreparabile accade quando Merra, il boss del quartiere a luci rosse di Burkuro, tende una trappola a Kai, componente della banda dei Musashino Saru, verso cui prova un odio implacabile. Il suo scopo non è solo quello di annientare i rivali, ma anche di attirare a sé Kai, che vede come la sua nemesi e di cui, per questo, vuole disfarsi. Il regolamento dei conti non si farà aspettare. [sinossi]

Un piano sequenza di quasi cinque minuti, durante il quale la camera fluttua nell’aria, seguendo traiettorie sbilenche in uno squallido quartiere di Tokyo, tra ragazzini sbandati, prostitute, immondizia, criminali più o meno credibili. Un luogo in cui anche una poliziotta può essere denudata, derisa, ridotta alla più bieca mercé della banda di teppisti che domina l’area. Non ha bisogno di introduzioni chissà quanto elaborate Sion Sono per fare entrare il suo Tokyo Tribe in media res e per confermare, qualora qualcuno nutrisse dei dubbi, l’eresia congenita al suo fare cinema. Se il precedente Why don’t You Play in Hell?, colpo al cuore della Mostra di Venezia 2012, aveva squarciato il velo della rappresentazione, sfumando le ossessioni di Sono in un gioco al massacro sul/nel cinema, Tokyo Tribe compie un ulteriore passo in direzione di un discorso sulla finzione scenica come ultimo appiglio dell’arte, scintilla di vita su un corpo altrimenti inerte.

Prima ancora di essere un omaggio ai western urbani di Walter Hill, Tokyo Tribe è infatti un musical, niente di più e niente di meno. Un musical rap, per essere ancora più precisi. La storia della sanguinosa guerra tra le bande che si sono divise buona parte dei quartieri di Tokyo (Shibuya, Shinjuku e via discorrendo) e che ne gestiscono con folle strafottenza il bello e il cattivo tempo è scandita a colpi di rime, in un cantato/parlato che mescola al giapponese schegge anglofone e si perpetua all’infinito, in una reiterazione di sé che delinea con chiarezza anche l’istinto alla ripetizione che non può che essere tratto distintivo dell’architettura narrativa. Laddove Sion Sono si era spesso smarcato dalla routine del genere dimostrando un istinto affabulatorio in grado di far ripartire in continuazione le proprie storie dalle angolazioni più disparate (la mente corre a Love Exposure, inevitabilmente, ma il discorso torna valido anche per Cold Fish, Himizu, il già citato Why don’t You Play in Hell?, Guilty of Romance), tutto questo in Tokyo Tribe viene smussato, uniformato da una scelta musicale che è a ben vedere distante dal puro vezzo autoriale o dal semplice sberleffo nei confronti dello spettatore e del genere.

Guardando al di là dell’oceano, strizzando l’occhio ai Warriors di Walter Hill (ma il settantaduenne regista di Long Beach è fonte di ispirazione anche per il suo Streets of Fire) pur traducendo in immagini un manga seriale, Sono non può che dettare il ritmo in scena a colpi di hip hop, il genere musicale più “americano” dai tempi del rock’n’roll. A questa scelta lega una costruzione della scena che mescola pauperismo produtttivo e gusto per l’eccesso, tra vagheggiamenti alla Clockwork Orange e dispersioni caotiche, frenesie ed escalation di folle e paranoide violenza. Ne viene fuori un racconto esagitato, urlato, avant e allo stesso tempo retro-pop, in cui gli attori/cantanti attraversano lo spazio come fosse il palco di una sala, vivendolo sempre come pura rappresentazione. Un divertissement, senz’alcun dubbio, in cui l’immagine in movimento però non può che trovare un ruolo centrale, imprescindibile, vittorioso anche nella sconfitta. Tokyo Tribe è anche l’ennesimo fermo immagine sull’anima nera e anarcoide di un Giappone sfiancato ma mai davvero annientato, legandosi in tal senso tanto a Cold Fish quanto a Himizu, con cui potrebbe perfino formare un triangolo scaleno. Ma si tratta soprattutto di un film volutamente sgangherato, esagitato, espanso, demente, come tratteggia con precisione il siparietto dopo la scritta “fine”. E già basta e avanza…

Info
Il trailer di Tokyo Tribe.
Tokyo Tribe sul sito del Torino Film Festival.
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