Girls Lost

Tra il dramma adolescenziale, la trattazione simbolica sull’identità, e la riflessione sull’amicizia e il tradimento, Girls Lost trova i suoi limiti in una generale incertezza di tono (e di temi trattati) e in una poco convinta regia. Alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Identità contese

Kim, Momo e Bella sono tre ragazze emarginate e vittime di bullismo, ma legate da una reciproca e fortissima amicizia. Un giorno, le tre trovano un fiore secernente un nettare che magicamente, se bevuto, le trasforma in ragazzi: nelle nuove identità, le tre amiche troveranno finalmente l’agognata accettazione sociale. Ma quando Kim, nella sua nuova veste, inizia ad avvicinarsi maggiormente a un suo coetaneo, il legame con le due amiche inizia ad incrinarsi… [sinossi]

Tre liceali emarginate, una misteriosa pianta, un nettare che, quando bevuto, trasforma magicamente le tre in ragazzi: gli ingredienti sembrano quelli di una commedia fantastica adolescenziale, o di uno shojo manga con al centro il tema dell’identità sessuale. Invece, Girls Lost, tratto da un romanzo inedito in Italia, ambisce a mescolare molti generi, atmosfere e suggestioni, dai quali però proprio i toni da commedia restano (quasi) esclusi. Parte quasi come una fiaba dark, il film della regista Alexandra-Therese Keining, con l’inquadratura della luna piena in un cielo notturno, una maschera che brucia, una voce fuori campo che introduce alla storia e al tema della diversità: poi, il setting viene rivelato (una cittadina svedese) e ci vengono presentati i personaggi di Kim, Momo e Bella. Le prime due legate da un rapporto che forse va oltre l’amicizia, e per questo bersagliate dalle angherie dei compagni maschi; la terza, semplicemente bruttina, solitaria e incapace di costruire rapporti che vadano oltre quello con le due amiche. Tutte e tre outsider, avvinte l’una all’altra da un legame che il film non perde tempo a introdurre: nella prima sequenza in cui le si vede entrare a scuola, infatti, le troviamo mano nella mano, e subito le vediamo subire l’immancabile atto di bullismo. Il registro scelto, ce ne accorgiamo immediatamente, è esplicito: all’allusione si preferisce l’immediata messa in tavola delle carte, l’esplicitazione smaccata delle premesse.

La componente fantastica del film si rivela poco dopo, col rinvenimento della misteriosa pianta, la sua coltivazione, e la sorta di rito iniziatico della consumazione del nettare, che provocherà l’inaspettata trasformazione. Qui, il film inizia a oscillare nell’atmosfera, mettendo in campo immagini kitsch (la crescita notturna dei baccelli, le cellule riprese al microscopio) e allineandole a sequenze dal tono gratuitamente cupo, senza che una vera esigenza narrativa giustifichi simili divagazioni. Successivamente, infatti, si torna al realismo e al bozzetto della vita adolescenziale, di cui le tre (nella loro nuova pelle) sono finalmente compartecipi. L’incertezza nel tono, e la poca compattezza narrativa, sono in effetti due tra i problemi principali di questo Girls Lost: ambizioni alte, e ad ampio raggio, temi teoricamente adeguati per essere trattati in un contenitore dalla forte impronta onirica, e insieme scarsa consapevolezza e capacità di gestire il materiale a disposizione. Dovendo scegliere tra la descrizione puntuale e naturalistica, che prenda le premesse fantastiche solo come pretesto narrativo, e la divagazione onirica tout court, la regista semplicemente resta a metà: mescolando poco convinte ricostruzioni dei rituali della vita adolescenziale a un lirismo a tratti pacchiano (la sequenza subacquea), didascaliche immagini a rappresentare il legame tra le tre (la danza nel giardino) a un risaputo plot di tradimento e scoperta dell’identità.

L’incertezza di atmosfere, risultato evidente di una scarsa chiarezza di intenti, si ripercuote anche in una più generale incertezza sui temi trattati: ci si chiede, per gran parte della durata del film, dove la sceneggiatura voglia andare a parare, se si vogliano approfondire i temi dell’amicizia, quelli della crescita, quelli dell’universo femminile in un microcosmo presentato come spietatamente maschilista, o ancora quello dell’identità sessuale, e della sua scoperta e accettazione. Non trovando un focus, e volendo abbracciare un po’ tutti questi motivi nel suo sguardo, il film della Keining finisce per non approfondirne realmente nessuno: non aiutato, in questo, da una messa in scena a tratti inutilmente enfatica (il film abusa in lungo e in largo del ralenty), a tratti sovraccarica di simbolismi, ma priva di vere idee. La sceneggiatura inanella qualche dialogo involontariamente ridicolo (specie sulle implicazioni sessuali delle trasformazioni), rende ardua la sospensione dell’incredulità nella gestione dei passaggi narrativi legati alle stesse mutazioni, e presenta con disarmante superficialità il rapporto omoerotico tra la Kim trasformata e il suo coetaneo bullo. Una conclusione all’insegna di un maledettismo d’accatto, altrettanto inverosimile nelle sue implicazioni, chiude il cerchio di un’opera che presenta limiti tanto di concezione, quanto di realizzazione.
Tra i sei interpreti principali, comunque, a vestire ognuno i panni di una versione delle tre protagoniste, salveremmo almeno parzialmente (con tutte le riserve su una direzione probabilmente non ottimale) la magnetica Tuva Jagell nel ruolo di Kim; quella che, nello sviluppo del plot, assume gradualmente il ruolo di personaggio principale. Concludiamo con due note a margine, tra il serio e il faceto ma, per chi scrive, tutt’altro che secondarie: la si smetta, una volta per tutte, di utilizzare l’ormai usurato topos che mostra due o più personaggi sdraiati per terra che fissano il cielo; e, inoltre, si eviti di utilizzare motivi sonori che, gratuitamente e senza giustificazione, fanno il verso allo stile del primo John Carpenter. Non trovare più, da anni, l’originale in sala, ci sembra già motivo di delusione sufficiente.

Info
Girls Lost sul sito della Festa del Cinema di Roma.
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