Lo scapolo

Lo scapolo

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Per la rubrica Un Pietrangeli al mese riscopriamo stavolta Lo scapolo, notissima commedia con Alberto Sordi protagonista, assai distante dalle pratiche di “cinema sordiano” di quegli anni e anticipatrice delle inquietudini pietrangeliane anni Sessanta.

“Quando senti freddo, sei arrivato”. Tra i tanti soliloqui a cui Alberto Sordi si concede lungo tutto Lo scapolo (1955), ne emerge uno, appena percettibile, mentre il personaggio si controlla i capelli nell’atto di prepararsi per uscire la sera. Sente freddo alla testa, dove pian piano, proprio al centro, sta spuntando l’inesorabile chierica. È l’ossessione per il suo aspetto fisico da damerino quasi fuori tempo massimo (almeno per le coordinate sociali del tempo), che si ostina a vivere da scapolo pieno di donne lottando con le unghie e con i denti contro il tempo che passa. C’è qualcosa di anarchico e “rivoluzionario” nell’opposizione di Paolo Anselmi all’idea del matrimonio, passaggio obbligato per la convenzionale società quietamente cattolica dell’Italia in via di ricostruzione: la ribelle protesta contro una vita già codificata dalla culla, in cui si è considerati sul bordo dello zitellaggio maschile a poco meno di quarant’anni. Paolo Anselmi non ci sta, recalcitra, sbuffa e scappa, di fronte alla violenta cristallizzazione della vita e della libertà che identifica nella vita matrimoniale. Sarebbe anarchia e rivoluzione, se non fosse che le ragioni profonde per cui Paolo Anselmi non vuole mettere la testa a posto sono a loro volta radicate in un contesto socio-culturale generatore di totale disimpegno ed eterno infantilismo, agli antipodi quindi di un consapevole rifiuto. È l’Italia anni Cinquanta, tutta protesa all’ottimismo della ricostruzione, che riscopre e spinge a riscoprire la dimensione del piacere, in buona parte identificata in embrionali status symbol e nel totale soddisfacimento del proprio ego. Paolo Anselmi non è un decostruttore di solide certezze sociali, bensì la manifestazione di un’ideologia edonistica nella sua forma più imprevista, ovvero il piacere che si chiude in sé, teme la condivisione e continua a giocare da solo nel suo angolo riparato.

Giunto al suo secondo lungometraggio, Antonio Pietrangeli aderisce a un progetto cinematografico “d’occasione” costruito intorno al mattatore Alberto Sordi, che veniva da tre anni decisivi per la costruzione del suo mito. Tra il 1953 e il 1955 Sordi aveva infatti girato decine di film, acquistando un’indiscussa popolarità presso il pubblico italiano e mettendo salde radici a un mito personale che si è prolungato fino ai giorni nostri. Veniva però da esperienze prettamente comiche, più o meno distanti dalla commedia di costume che si affermerà in Italia negli anni successivi (fatti salvi i film con Fellini, in cui comunque la maschera prevaleva sul disegno psicologico).
Lo scapolo nasce anche con l’intenzione di irrobustire il tipo sordiano, di metterlo alla prova con un personaggio più consistente sotto il profilo umano. Occupandosi personalmente del soggetto e affiancando alla sceneggiatura un team in cui appare già la coppia Scola&Maccari, Pietrangeli dà vita a un’opera davvero singolare, decisamente distante dalle pratiche a cui il “cinema di Sordi” si stava rapidamente abituando.
Del tipo sordiano restano alcuni tic, certe smorfie e una lieve dose di cinismo, ma nettamente depotenziati da un contesto estetico che sottotraccia tiene ben fermi altri propositi.
È il futuro cinema di Pietrangeli, quello delle opere maggiori anni Sessanta, che fa capolino in una produzione debitrice al protagonismo del primattore senza farsene mai sopraffare. La protesta di Paolo Anselmi è tutto fuorché una rivoluzione, ma si colloca in un contesto socio-culturale che trova la sua cifra nell’ambiguità. Subito in apertura Pietrangeli racconta infatti, tramite due piani-sequenza, un pranzo di nozze dove tra gli invitati dominano soltanto considerazioni di tipo economico e mondano. Si fanno i conti in tasca agli sposi, e si spera di potersi rivedere presto a un’altra cerimonia, foss’anche un funerale. Da lì in poi, Pietrangeli costruisce una catena di eventi che più volte ci mettono nella condizione di empatizzare con Paolo, con i suoi dubbi e i suoi patetici sussulti.
In pratica, il disimpegnato scapolone, sia pure sostenuto da una spicciola filosofia fondata sul più facile edonismo, rischia spesso di avere ragione, dato che il panorama umano circostante scoraggia qualsiasi tentativo di avvicinamento e abbassa le già pallide speranze di una felicità coniugale. L’amico Armando si tramuta in marito isterico subito al ritorno dal viaggio di nozze, le belle donne in gioventù si tramutano in sformate figure corpulente o in befane agghiaccianti in vecchiaia (e fanno presagire esiti simili nelle piacevoli figlie eventualmente maritabili), e chi è rimasto davvero solo in età avanzata, sbatte in faccia a Paolo il suo probabile destino patetico.

Lo scapolo assume così i contorni di un’imprevedibile parabola sulla solitudine umana calata nel contesto produttivo del cinema d’intrattenimento del tempo. Non si ride mai “cattivo” (come accadrà nel futuro cinema di Dino Risi), né si ride troppo. Risalta invece in toni assai più persuasivi il percorso di un uomo radicalmente solo, per scelta personale, per incapacità ad adeguarsi al ciclo biologico dell’esistenza, ma anche perché tutto quel che incontra in giro è solitudine mascherata da gioia.
Sulla nascente commedia italiana Pietrangeli lascia cadere una cenere sottile, personalissima, che si affida ai tempi lunghi e meditati, e allenta i conflitti in una malinconia generalizzata. Alberto Sordi è di frequente lasciato in scena da solo, e non in funzione delle sue doti da cavallo di razza, bensì per descrivere il piccolo universo di un uomo che del suo tempo non sa che farsene. Parlotta in solitudine, si compiace mentre si prepara per uscire, sfoglia la sua rubrica di donne, ma intanto il tempo passa, muta i corpi, le aspettative e i pensieri. In una delle prime sequenze, Paolo esce con un amico che ha rimorchiato due ragazze, ma all’ultimo si scopre che l’amico ha rimpiazzato Paolo con una spalla più giovane. È il primo brusco risveglio; in una dimensione tanto scoraggiante, anche l’amicizia non è più un appoggio sicuro, anch’essa ha una scadenza, legata al tempo e al corpo che decade. Paolo se ne tornerà da solo a casa, passeggiando in modo sbilenco per perdere tempo, giocando con se stesso (una delle sequenze più belle del film). A specchio, in prefinale Paolo abbandona la festa dove è riuscito a ballare, senza alcuna gioia, anche con Abbe Lane. In una splendida soggettiva, inserita in una sequenza dai tempi saggiamente dilatati, Paolo dà uno sguardo d’insieme al locale notturno mentre si allontana. Abbandona quella vita, va finalmente a sposarsi, ma perché non ha nient’altro da fare. Rinuncia alla libertà perché le condizioni per goderne sono ormai irrimediabilmente perdute, e non per sua scelta. Malgrado la buffa inquadratura che chiude il film, la rinuncia di Paolo alla libertà equivale al suicidio di Adriana Astarelli in Io la conoscevo bene (1965). Intorno c’è solo il vuoto, per cui vivere o non vivere non fa più alcuna differenza.

Pietrangeli aderisce a un contesto generale di commedia di costume, ma come sempre gli interessa assai più l’attenzione ai personaggi che i meccanismi della risata. E come sempre, anche ne Lo scapolo prevale un senso di alienazione che trascende il dato sociale. Certo, siamo nell’universo pietrangeliano che racconta con grande finezza cambiamenti antropologici in atto nell’Italia in ricostruzione: come Adriana, anche Paolo Anselmi è un inurbato che dalla campagna se n’è andato a Roma, e che si lascia ammaliare dalla superficialità della vita cittadina per poi scoprirsene svuotato. Altrettanto significativa sotto il profilo socio-culturale è la partecipazione di Abbe Lane e Xavier Cugat nei panni di se stessi: due star della neonata tv italiana, che però non sono assoldate come attrazioni di per sé a uso e consumo del pubblico fuori dalla catena narrativa, bensì ricoprono un preciso ruolo di testimoni mediali per un paesaggio sociale in via di trasformazione (la tv aveva esordito in Italia appena un anno prima). Ed è sintomatico che di quello status symbol goduto in carne e ossa (il ballo di Paolo con Abbe Lane) al protagonista non importi proprio niente. Tuttavia, anche le buffe inquietudini dello scapolo Sordi si venano di universali cupezze esistenziali, ben al di sopra del dato contingente.
Certe notazioni restano d’inarrivabile finezza, come la rabbia nostalgica di Paolo di fronte al socio Armando profondamente cambiato dal matrimonio, con quello scatto di scoramento infantile per un’amicizia mutata, come fanno i bambini gelosi dei propri amici, o come tutta la sequenza dedicata all’incontro con lo “zitello” anziano, orgoglioso della scelta di non sposarsi, che trascina Paolo in una serata di sconfinata tristezza, dominata dal faticoso silenzio tra due persone sole. Più volte Paolo abita situazioni edonistiche che da un lato precorrono La dolce vita (1960), dall’altro si allineano al calvario per stazioni mondane di Adriana Astarelli. Così come la costruzione narrativa preannuncia già la predilezione di Pietrangeli per le accensioni episodiche, per il racconto frammentato di un’entità umana sempre più sfuggente.

Un senso di solitudine lacerante e universale, che rende impossibile qualsiasi reale avvicinamento tra esseri umani. Che da Paolo Anselmi trasmigra in Adolfo e la bella Culandrona (La visita, 1963), nella gelosia ossessiva di Andrea Artusi (Il magnifico cornuto, 1964), fino all’impenetrabile inquietudine di un’anima che non può più essere raccontata (Io la conoscevo bene, 1965). Così, nei mutevoli canoni di una commedia progressivamente cristallina, Antonio Pietrangeli dava voce all’uomo moderno, al suo disagio esistenziale e al suo inserirsi in un ontologico fiume di solitudine. E riusciva a collocare in un tale contesto un istrione come Alberto Sordi, restituito a un’inedita cifra di pregnante malinconia.

Info
Una clip de Lo scapolo.
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