Odissea nuda

Odissea nuda

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Capolavoro dimenticato e maledetto del cinema italiano anni Sessanta, Odissea nuda di Franco Rossi è un anti-mondo movie con Enrico Maria Salerno nei panni di un regista sedotto dalla Polinesia. Il restauro del film, con reintegro del colore e dei tagli della censura, è stato presentato alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Occidente accidente

Un intellettuale italiano arriva a Tahiti per realizzare un film. Ma il lavoro passa in secondo piano, mentre prendono il sopravvento gli istinti primordiali che quella terra risveglia in lui. [sinossi]

“Kant diceva: il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. Per me qua invece esiste solo la doccia sopra di me e le frattaglie dentro di me”. Si esprime così ad un certo punto il protagonista di Odissea nuda, film del 1961 di Franco Rossi che è stato presentato in versione restaurata alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma. E questa boutade, che viene detta in un particolare momento di perdizione del personaggio (quando si è rintanato a vivere e a giacere promiscuamente con due ragazze tahitiane), sembra racchiudere perfettamente il senso e la filosofia di questo capolavoro dimenticato e maledetto del cinema italiano degli anni Sessanta: la degenerazione di un Occidente che ha perso completamente la bussola e ha finito per lasciarsi andare ai suoi istinti più bassi.

Sette anni prima della sua celebre Odissea televisiva, Franco Rossi realizzò questa odissea contemporanea incentrata sulla figura di un regista televisivo che, giunto in Polinesia per girare un documentario, si stufa ben presto del suo incarico e vaga in cerca di soddisfazione sessuale e di abiezione morale.
Si era ancora all’inizio degli anni Sessanta, quando quasi in contemporanea proliferavano i mondo movie di Gualtiero Jacopetti, e Odissea nuda – che era un sadomasochista atto d’accusa nei confronti dello sfruttamento di corpi e menti degli abitanti di quelli che allora venivano chiamati paesi del Terzo mondo – fece scandalo, venne censurato e poi ulteriormente tagliato al momento della sua messa in onda televisiva. Grazie al restauro curato dalla Cineteca Nazionale, insieme all’Istituto Luce e a Euro Immobilfin, è stata reintegrata parte dei tagli – altri ancora verranno aggiunti prossimamente – e soprattutto è stato restituito il colore, dato che per anni del film è circolata solamente una copia in bianco e nero, frutto per l’appunto di un remoto passaggio in TV. E, invece, veder restituito a questo film il suo colore originario fa capire quanto la ‘temperatura’ visiva fosse centrale nella sua stessa concezione. La sensualità dei corpi e dei luoghi, il colore acceso della sabbia, l’azzurro potentissimo del cielo, la vivacità pop degli abiti degli indigeni: si tratta di strumenti indispensabili per far emergere la bellezza primaria del paesaggio polinesiano e per metterla a contrasto con il grigiore intellettuale del nostro protagonista, un Enrico Maria Salerno che si esibisce in una gigantesca prova attoriale, forse la più grande di tutta la sua carriera.
Corpo gracile e quasi rachitico in mezzo ai corpi meravigliosi delle ragazze polinesiane, fisicità imbranata al cospetto dell’eleganza sensuale delle donne del posto, quello di Salerno diventa per sineddoche il corpo di un Occidente vigliacco e prepotente, conscio delle sue colpe ma incapace di porre un freno ad ulteriori e inesauste forme di sfruttamento.

Non è un caso che la voice over del protagonista, inizialmente molto presente e caratterizzata come forma di appunti e notazioni antropologiche, venga man mano spegnendosi al cospetto del delirio dionisiaco prima e del disperante senso di vacuità poi. La ragione lascia progressivamente il posto all’abbrutimento, la mente allo stomaco, e così via.
Una madre che muore e di cui gli arriva per telegramma la notizia, un bambino polinesiano che adotta per non aver niente di meglio da fare e a cui si affeziona, un missionario con cui dialoga sarcasticamente, un potente olandese che ha sottomesso il territorio e che viene considerato il Re Sole locale, e in mezzo una serie infinita di ragazze che concupisce e da cui viene concupito; sono tanti gli incontri e le tappe dell’odissea di questo depravato e umanissimo intellettuale italiano in cerca di erotismo/esotismo e il cui nome di battesimo è lo stesso dell’attore che lo interpreta, Enrico, tanto per farci capire ancora meglio come vi sia un totale processo di identificazione in atto tra la finzione cinematografica, il gesto del filmare e l’essere lì come troupe cinematografica coinvolta anch’essa nel processo della messa in scena e dello sfruttamento (si racconta addirittura che Enrico Maria Salerno fosse stato lungamente intenzionato a rimanere a vivere davvero in Polinesia).
Ecco che allora l’atto d’accusa si fa autocritica e mette alla berlina automaticamente ogni forma di mondo movie già realizzato come quelli ancora di là da venire, a partire dal capostipite del genere, Mondo cane di Jacopetti, uscito nel 1962 (ma c’erano già stati vari mondi di notte, tra cui il primo diretto nel ’58 da Blasetti). Non solo, Odissea nuda anticipa prepotentemente un film come L’occhio selvaggio, presentato lo scorso anno in versione restaurata sempre qui alla Festa del Cinema di Roma, e permette anche di instaurare una serie di collegamenti e legami fecondi con altri titoli cardine del cinema italiano di quella stagione: ad esempio in Dillinger è morto Michel Piccoli sogna in fondo un viaggio che forse coincide con quello che vediamo nel film di Franco Rossi, mentre in Professione: reporter Jack Nicholson perde la sua identità in un’odissea che – anche se più eterea e concettuale – è simile a quella di Enrico Maria Salerno, o ancora in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? è raccontata in forma di commedia la stessa tentazione di sparire e di darsi a un Altrove.

Perciò, il cinema italiano di quegli anni, se da un lato con i mondo movie proseguiva il suo orrendo e controverso discorso coloniale (inaugurato con film come Abuna Messias), dall’altro – sul versante opposto – arrivava a mettere in crisi il processo di civilizzazione che sembrava effettivamente arrivato a un punto di non ritorno. E, con la sua eccentrica struttura narrativa, ellittica e rapsodica (davvero dionisiaca e modernissima), con la sua raffinatissima messa in scena, con la lucidità impressionante del suo discorso, Odissea nuda si pone ai vertici di questa riflessione, oltre a vantare il diritto di essere considerato l’antesignano di tutto rispetto di un percorso che porterà, con film come Professione: reporter, a inarrivabili vertici estetico-politici del cinema mondiale.

P.S. Da segnalare che una delle sequenze che vennero censurate all’epoca e di cui non è stato possibile recuperare la traccia audio ve n’è una particolarmente spassosa (e significativa) con un prete che balla freneticamente con una ragazza del posto.

Info
La scheda di Odissea nuda sul sito della Festa del Cinema di Roma.

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