La parmigiana

La parmigiana

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La parmigiana, tra i più lucenti gioielli della filmografia di Antonio Pietrangeli, regala l’ennesimo ritratto femminile del regista capitolino. Con una splendida Catherine Spaak appena maggiorenne.

Piccolo mondo antico

La giovane Dora arriva a Parma, dove trova ospitalità da un’amica della madre, morta quando era solo una bambina. Dora abitava con uno zio prete, ma dopo aver sedotto un seminarista ed essere fuggito con lui a Riccione ha deciso di trovare il proprio spazio nel mondo… [sinossi]

A diciotto anni Catherine Spaak aveva già occupato un posto ben preciso nel cinema della sua epoca, lavorando tra gli altri con Jacques Becker, Alberto Lattuada, Camillo Mastrocinque, Luciano Salce, Dino Risi. Il 1963, anno in cui divenne maggiorenne, avvenne la svolta definitiva: nell’arco di appena dodici mesi recitò nell’episodio diretto da Sergio Sollima del film collettivo L’amore difficile, e poi ne La calda vita di Florestano Vancini, Le monachine di Luciano Salce, La noia di Damiano Damiani e, ovviamente, La parmigiana di Antonio Pietrangeli. Di ritorno dalla sbornia fantastica (ed ectoplasmatica) di Fantasmi a Roma, Pietrangeli si rifugia nei temi e negli ambienti che lo caratterizzano al meglio, e gli permettono di raggiungere i vertici della propria poetica. Nell’esperienza di vita della giovanissima Dora, in fuga dalla casa dello zio prete per aver sedotto un seminarista e alla ricerca di un proprio spazio nel mondo, è possibile rintracciare le movenze, le aspirazioni e le (dis)illusioni di buona parte delle protagoniste dei film di Pietrangeli. Come la Francesca di Nata di marzo, la Celestina de Il sole negli occhi, le quattro ex-prostitute di Adua e le compagne, la Pina de La visita e l’Adriana di Io la conoscevo bene, anche Dora è una donna costretta a comprendere a forza di delusioni e di amarezze il ruolo che la società del benessere – o supposto tale – ha deciso di affidarle.

L’Italia descritta ne La parmigiana è già quella del boom, che guarda al capitalismo statunitense con desiderio e benevolenza, e cerca di coniugarlo a uno spirito conservatore, non rispettoso delle proprie radici ma abbarbicato ad abitudini vetuste. Il corpo di Dora è di per sé soggetto/oggetto. Soggetto pensante, giudicante, furbo e mai prono di fronte all’esterno, ma anche oggetto dello sguardo, del desiderio maschile come dell’invidia femminile. Attraverso una commedia di costume, sempre agitata dal demone del fiele e dell’angoscia, Pietrangeli fotografa il senso di inadeguatezza di un corpo adolescente – e consapevole – nel lento progredire di una nazione ottusa, bigotta e traffichina. Là dove la provincia imprigiona in schema precostituiti, come nella Parma perbenista e borghese dove tutto può accadere solo nelle retrovie, o magari durante un ballo nella casa del popolo, la città inghiotte e sputa, senza alcuna riconoscenza e senza alcun senso di pietà.
Procedendo per balzi in avanti e indietro nel tempo, secondo le regole non scritte della migliore scuola italiana del periodo (e non a caso alla sceneggiatura lavorano tre capisaldi del cinema nostrano, lo stesso Pietrangeli, Ettore Scola e Ruggero Maccari, con l’aiuto anche di Stefano Strucchi, in seguito impegnato con il regista anche ne Il magnifico cornuto), La parmigiana segnala con forza la sua capacità di leggere il proprio tempo ma di renderlo sempre contemporaneo, incapace di invecchiare. Nel guizzare anarcoide degli occhi di Dora, alla ricerca perenne di qualcosa che non può ottenere – per appartenenza di classe, per sesso, per età – c’è tutta l’instabilità riottosa di un’Italia che non accederà mai ai piani alti della società, ma dovrà accontentarsi di ricevere avance da un industriale del nord. Anche il Nico Meciotti interpretato da Nino Manfredi, e che è l’unico uomo verso il quale Dora prova un sentimento sincero, sarà costretto a deluderla, ingabbiato in una Roma asfissiante e già agonizzante, forse a sua insaputa.
Questa danza macabra, de profundis su una nazione che si crede nel pieno del proprio benessere (e da un punto di vista storico, purtroppo, lo è veramente), è condotta da Pietrangeli a colpi di sberleffo: La parmigiana è una commedia sublime e sardonica, che mette alla berlina i vizi della borghesia quanto i passi laterali – e mai in avanti – delle classi meno abbienti. Attraverso una messa in scena come al solito inappuntabile, in cui il regista capitolino dà un’ulteriore prova di cosa significhi saper utilizzare lo spazio a propria disposizione, trovandovi all’interno coordinate inaspettate e mai banali (si vedano come esempio tutte le sequenze ambientate nella casa di Parma dell’amica della madre, in cui ogni stanza chiusa, ogni angolazione della macchina da presa, rappresenta un punto di vista a suo modo politico e morale su ciò che è nel quadro), La parmigiana racconta una tragedia con i ritmi, le movenze e le prassi di una commedia a tratti anche spassosa. Irriverente con il potere, qualunque esso sia, ma non per questo accondiscendente con chi non lo detiene. E nell’inquadratura finale, nella vetrina in cui si specchia Dora, si può vedere il riflesso di Adriana e Adua. Il cinema di Pietrangeli è un piacere infinito, a cui non dovrebbe essere consentito sottrarsi.

Info
La parmigiana, una sequenza.
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