Fantasmi a Roma

Fantasmi a Roma

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Come molte delle opere dirette da Pietrangeli nel corso della sua breve carriera, Fantasmi a Roma occupa una posizione laterale all’interno del percorso produttivo standard. In una nazione che sta affidando la maggior parte delle sue fortune cinematografiche alla commedia all’italiana, Pietrangeli sfrutta un cast costellato di divi (Mastroianni, Gassman, De Filippo, Buazzelli, Sandra Milo, la strehleriana Lilla Brignone) per mettere in scena un’indolente commedia fantastica. Una gemma da riscoprire.

Miseria, palazzinari e nobiltà

Insieme con quattro fantasmi (larve d’antenati morti di morte violenta), vive in un antico palazzo della vecchia Roma il principe di Roviano. La singolare convivenza trascorre con reciproca e tranquilla comprensione fino al giorno in cui il vecchio principe, tentando di ripararlo, fa esplodere uno scaldabagno e ne rimane vittima. L’incidente, se da un lato offre la possibilità all’anziano gentiluomo di congiungersi in spirito ai diletti antenati, pone dall’altro le premesse d’una preoccupante minaccia per tutti: quella dello sfratto. Federico Roviano, nipote del principe, non chiede infatti di meglio che sacrificare il palazzo dei Roviano alla speculazione edilizia, traendone quel lauto guadagno a lui necessario per affrancarsi dalla schiavitù, soprattutto economica, che lo lega a Eileen, un’attrice pettegola e festaiola. Per allontanare la minaccia del piccone demolitore occorre che l’antico palazzo venga proclamato monumento nazionale… [sinossi]

Se Antonio Pietrangeli fosse ancora vivo chissà in quali territori si sarebbe spinto il suo cinema nella descrizione dei vizi (molti) e delle virtù (poche) della Città Eterna, soprattutto in epoca di “Mafia Capitale” e amenità di questo tipo. Alla sua morte, avvenuta a neanche cinquant’anni a Gaeta sul set di Come, quando e perché?, portato a termine da Valerio Zurlini, Roma si stava ancora leccando le ferite lasciate aperte dalla “battaglia di Valle Giulia” cantata anche dal figlio di Pietrangeli, Paolo; il sindaco, il democristiano Rinaldo Santini, aveva anche altri problemi da risolvere, a partire dallo scandalo legato alla gestione dell’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia). Roma era già una città dominata dalla (mala) politica, corruttibile e corruttrice, sfaccendata, sotto il perenne assedio dei palazzinari. Non è quindi un caso che nel 1961, quando ancora i vagiti contestatari erano ben al di là dal palesarsi, parli di palazzi, monumenti nazionali e speculazione edilizia anche Fantasmi a Roma, sesta incursione dietro la macchina da presa per Antonio Pietrangeli, la settima se si conta anche Girandola 1910, il segmento inserito nel film a episodi Amori di mezzo secolo, prodotto da Carlo Infascelli per la Excela e diretto anche da Mario Chiari, Pietro Germi, Glauco Pellegrini e Roberto Rossellini.

La Roma descritta con bonaria malignità da Pietrangeli rinnova generazione dopo generazione una tendenza alla sottomissione, alla schiavitù, alla costrizione: la schiavitù verso la modernità (è uno scaldabagno simile a un reperto archeologico a uccidere il principe di Roviano don Annibale, vale a dire Eduardo De Filippo), verso la vita mondana e ipercinetica, ma anche nei confronti di una ricchezza sempre ricattatoria e, in ultimo di una storia beffarda. Basterebbe il monologo con cui Vittorio Gassman/Caparra, fantasma di un pittore vessato in vita come in morte dalla fama del Caravaggio, accoglie Marcello Mastroianni e Tino Buazzelli (gli ectoplasmi Reginaldo e Padre Bartolomeo), per comprendere il punto di partenza e di arrivo di Fantasmi a Roma: “E venite proprio da me? Siete cascati bene… Ma lo sapete quante volte mi hanno sfrattato? Oh, da morto, si capisce, perché da vivo nessuno avrebbe avuto il coraggio! Stavo in un palazzetto a Monte Cavallo, e quel marchigiano di Sisto V lo fece sbattere giù. Poi ci si mise anche il governatore di Bonaparte, e allora traslocai un’altra volta. A Porta Pia la casa la persi per colpa dei piemontesi; andai in Borgo e i fascisti spianarono tutto per farci via della Conciliazione. Allora decisi di ritirarmi in campagna. Qui fino a qualche anno fa ci pascevano le pecore. Guardate un po’ che cosa è diventato… Tempo sei mesi e sbatteranno giù anche la mia vecchia torre, con il pretesto che è un rudere fatiscente.”.
Come molte delle opere dirette da Pietrangeli nel corso della sua breve carriera – undici lungometraggi in quindici anni –, Fantasmi a Roma occupa una posizione laterale all’interno del percorso produttivo standard. In una nazione che sta affidando la maggior parte delle sue fortune cinematografiche alla commedia all’italiana, Pietrangeli sfrutta un cast costellato di divi (Mastroianni, Gassman, De Filippo, Buazzelli, Sandra Milo, la strehleriana Lilla Brignone) per mettere in scena un’indolente commedia fantastica.

Gli spettri che si aggirano nelle notti capitoline per sbirciare, spiare e soprattutto rimembrare la propria esistenza sono gli abitanti perfetti del cinema di Pietrangeli, così distante dalla prassi, disabituato alle logiche commerciali. Anche per questo, forse, Fantasmi a Roma appare a distanza di più di cinquant’anni così vivace, attuale, per nulla invecchiato: come può dopotutto invecchiare o deperire un fantasma?
Lo sguardo politico di Pietrangeli, che altrove troverà la propria consacrazione (nell’ottica proletaria de Il sole negli occhi, nell’amarezza con cui in Adua e le compagne si descrive l’illusione progressista, nell’incedere epico e minimale di Io la conoscevo bene), non rinuncia a comparire anche nella storia della “presa di coscienza” dell’erede dei Roviano, interpretato ancora da Mastroianni – che si concede persino un terzo ruolo, quello del soldato tornato in licenza dalla sua fidanzata –; è così che viene messa in scena tanto l’avidità di un popolo che non ha più neanche i denti per azzannare, quanto la vaghezza propria di un’aristocrazia fuori dal tempo, addormentata, che può solo attendere la morte per poter replicare all’infinito il medesimo schema.

Accompagnato da una sceneggiatura brillante, a cui partecipano insieme al regista Ennio Flaiano, Ruggero Maccari ed Ettore Scola, Fantasmi a Roma è un film che non ha molti eguali nella storia del cinema italiano, e forse proprio per questo motivo rischia di essere dimenticato, abbandonato in un cantuccio, relegato in secondo piano. In un cinema che ha fatto del “reale” la sua bandiera di riconoscimento anche e soprattutto internazionale, una storia di fantasmi non può che essere vista di traverso (stessa sorte che toccherà a buona parte del gotico italiano, da La maschera del demonio di Mario Bava a Danza macabra di Antonio Margheriti); il fantastico può essere accettato solo quando viene visibilmente sbugiardato dal reale, come nell’infinita concatenazione di equivoci che struttura Questi fantasmi, che Renato Castellani nel 1967 trae dall’omonima commedia di De Filippo. Ma questa rigida demarcazione tra ‘vero’, ‘reale’ e ‘immaginario’ non può interessare Pietrangeli, che limita i confini alla splendida fotografia di Giuseppe Rotunno, vivida e densa per la Roma dei vivi e slavata, quasi maiolicata, per quel che riguarda i trapassati.
Macabra ironia della sorte, Fantasmi a Roma regala l’ultima interpretazione cinematografica della venticinquenne Belinda Lee, già al lavoro per Val Guest, Terence Fisher e, in Italia, Francesco Rosi, Vittorio Cottafavi, Florestano Vancini e Damiano Damiani: il 12 marzo 1961, quando il film non è ancora stato distribuito nelle sale, la Lee muore in un incidente d’auto in California. Alla guida dell’automobile il suo compagno Gualtiero Jacopetti, che le dedicherà nel 1963 La donna nel mondo.

Info
Una scena di Fantasmi a Roma.
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