Andron – The Black Labyrinth

Andron – The Black Labyrinth

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Per il nostrano cinema di fantascienza, Andron – The Black Labyrinth rappresenta un progetto ambizioso nelle idee quanto fallimentare nella realizzazione, gravato da evidenti limiti tecnici e narrativi. Al Trieste Science+Fiction 2015.

Labirintiche distopie

Dieci individui si ritrovano prigionieri di un misterioso labirinto, senza memoria della loro identità, né del modo in cui siano finiti in tale situazione. Muovendosi in quella che subito si rivela essere una trappola mortale, i dieci cercheranno di ricostruire il loro passato, decifrando al contempo i segreti del labirinto, e la mente che lo ha creato… [sinossi]

In un panorama di sci-fi italiana che, negli ultimi due anni, ha provato timidamente a rialzare la testa (ne sono esempio gli indipendenti, apprezzabili Index Zero e Monitor) questo Andron – The Black Labyrinth spicca senz’altro come il progetto più ambizioso. Basta guardare il cast artistico e quello tecnico, infatti, per rendersi conto dei contorni dell’operazione tentata dal regista Francesco Cinquemani: Alec Baldwin, Michelle Ryan, Skin e Danny Glover tra gli attori, un direttore della fotografia come il nostrano Gherardo Gossi, gli effetti speciali curati da Michael Kovalski (già effettista per un imprecisato numero di grandi produzioni statunitensi); tutte testimonianze della ricerca di un respiro internazionale, della voglia di confezionare un prodotto in chiave di apertura al mercato mainstream anglosassone, caratteristiche ormai sempre più rare nell’ambito del nostrano cinema di genere. Un’operazione che, secondo le parole di Cinquemani, avrebbe cambiato sostanzialmente faccia, e formato, in fase di pre-produzione: lo stesso regista, nell’ambito della sua presentazione (in anteprima mondiale) al Trieste Science+Fiction, ha infatti spiegato che il film era stato pensato (e scritto) come serie televisiva, e che gli eventi qui raccontati condensano quella che doveva essere la prima di tre stagioni.

Questa premessa può servire a spiegare (se non a giustificare) quella che è l’obiettiva, mancata riuscita del film di Cinquemani; gravato da macroscopici limiti tecnici e da un’evidente confusione narrativa. Puntando sul filone della fantascienza distopica, prendendo come modello tanta narrativa e cinema di genere (vengono in mente il romanzo L’uomo in fuga di Stephen King, classici cinematografici come Rollerball di Norman Jewison, o varianti più recenti come Cube – Il cubo di Vincenzo Natali) il regista cerca di offrire una visione insieme accattivante e cupa del futuro, rielaborando un gusto codificatosi e sedimentatosi nel corso dei decenni. Lo spunto non dimentica il recente filone young adult, scremandone però gli elementi adolescenziali e scarnificandone le premesse: qui abbiamo dieci personaggi gettati in un “gioco” di cui loro stessi ignorano origini e regole, manovrati da un burattinaio che ha sottratto loro persino la memoria. Inconsapevoli della loro identità, ingannati da falsi ricordi, e confusi da frammenti di verità mescolata (forse) ad allucinazioni, i dieci si incontrano e scontrano più volte nel corso del film, svelando(si) e trasformando in corso d’opera ruoli e schieramenti.

Con queste premesse, il film tenta (maldestramente) di portare avanti una riflessione sull’identità e la spersonalizzazione, declinandola sul piano di una fosca visione del futuro, e di un potere dai tratti oscuri e pervasivi. Motivi non certo nuovi nella grammatica del genere, ma senz’altro stimolanti nell’ambito di una produzione nostrana; di essi, tuttavia, non resta che l’aspetto esteriore nel film di Cinquemani, quello puramente iconografico, nei metallici interni del labirinto e nelle scenografie hi-tech della sala di comando in cui si muove il personaggio di Baldwin. Non ci è dato sapere quale tipo di lavoro di scrematura e selezione sia stato fatto sul soggetto originale, e quanto del materiale di partenza sia stato tagliato fuori dal film: resta il fatto, tuttavia, che quello che viene portato alla nostra visione è un prodotto confuso, privo di qualsiasi coesione e coerenza narrativa, gravato da un montaggio che riesce a sbagliare gran parte dei raccordi, e da una regia priva di tensione. Non solo non si riesce ad appassionarsi alle vicende dei dieci personaggi presenti, ma resta obiettivamente difficile anche seguire le evoluzioni della trama: le svolte nodali vengono a volte presentate in modo affrettato e privo di qualsiasi focalizzazione, a volte rapidamente sovrastate da ulteriori passaggi narrativi.

Con tali, evidenti problemi tecnici e di scrittura, il regista finisce per vanificare presto i buoni propositi del progetto, rendendo la visione oltremodo faticosa e poco stimolante. Il tema si nutre (o dovrebbe farlo) di suggestioni psicanalitiche sulla carta interessanti, mescolate in un amalgama non privo di ambizione ai classici motivi del futuro distopico; nonché a quelli del mascheramento (e del possibile rovesciamento) di un ordine sociale opprimente. Suggestioni che restano tuttavia a livello di mera enunciazione, un semplice elenco di buoni propositi che nel film trovano pochissimi riscontri concreti. L’utilizzo del cast non migliora di molto la resa del film, con Baldwin e Glover immobilizzati in ruoli statici e privi di evoluzioni, e una Skin che, alla sua prima prova da attrice, mostra limiti di dizione abbastanza evidenti. Il finale aperto ammicca a quello che, nelle intenzioni del regista, dovrebbe essere uno sviluppo in una possibile trilogia; evoluzione, sempre stando alle sue parole, dell’originario progetto di un prodotto televisivo composto di tre stagioni. Stando a ciò che abbiamo visto, tuttavia (e al netto di quelli che saranno i risultati commerciali) non possiamo purtroppo dire che tale progetto sia partito col piede giusto.

Info
La scheda di Andron sul sito del Trieste Science+Fiction.
  • andron-2015-francesco-cinquemani-001.jpg
  • andron-2015-francesco-cinquemani-002.jpg

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