Gott mit uns (Dio è con noi)

Gott mit uns (Dio è con noi)

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Ancora la storia dei vinti e dei marginali per Giuliano Montaldo, che nel 1970 con Gott mit uns (Dio è con noi) rievocava un misconosciuto episodio storico per una pessimistica riflessione sui destini dell’Occidente. Tra film di genere e film politico, un bel recupero in dvd per Minerva Pictures e CG.

La Seconda Guerra Mondiale è alle sue ultime battute. Nei Paesi Bassi un contingente canadese tiene prigionieri centinaia di soldati tedeschi in un campo. Lì vengono condotti anche due disertori della Wehrmacht, contro i quali viene svolto dai comandanti tedeschi un processo sommario all’interno delle baracche… [sinossi]

“I nemici di oggi possono diventare gli alleati di domani”. Tra il 1969 e il 1970, anni della realizzazione e distribuzione di Gott mit uns (Dio è con noi) di Giuliano Montaldo, tale frase poteva registrare già quel che era avvenuto nei 20 anni successivi al termine della Seconda Guerra Mondiale: un rapido processo di perdono storico e il reinserimento della nuova Germania democratica (per il momento solo la RFT, ovviamente) in un contesto di rinnovate fratellanze occidentali. A risentirla pronunciare oggi, la battuta che viene a suggello del film assume tratti ancor più fortemente profetici.
È storia recente, dalla caduta del muro di Berlino allo strapotere europeo di Angela Merkel, il rinsaldatissimo rapporto tra Germania e resto del mondo capital-democratico, che colloca il paese ormai al centro di una netta predominanza nel contesto mondiale con le chiare simpatie degli antichi nemici al di là dell’Atlantico.

Venendo come primo capitolo di una cosiddetta “trilogia sul potere” (seguiranno poi Sacco e Vanzetti, 1971, e Giordano Bruno, 1973), Dio è con noi si pone alla rievocazione di un episodio storico sul finire della Seconda Guerra Mondiale, che illustra innanzitutto il rinnovarsi del potere militare come collante tra nemici e nuovi amici, in un’ottica di rinascita falsamente (o non completamente) democratica. L’episodio appartiene alla storia rimossa, alle sacche periferiche non abitualmente affrontate dai manuali di storia generalista. Tra gli ultimi giorni di guerra e i primissimi giorni di pace avvenne infatti nei Paesi Bassi un’esecuzione che possiamo tranquillamente definire sommaria, ai danni di due disertori tedeschi fucilati dai loro stessi ex-commilitoni.
Ciò avvenne con l’appoggio e con la fornitura delle armi da parte degli alleati canadesi che dirigevano il campo di prigionia dov’erano state internate centinaia di soldati tedeschi. In altre parole, in tempi praticamente di pace si procedette alla fucilazione di due disertori tramite un accordo tra forze militari opposte, nel nome di un condiviso codice etico. Giunge in prefinale, in modi prettamente didascalici, il suggello alla vicenda che riportiamo in apertura del pezzo, per bocca di uno degli alti ufficiali dell’esercito canadese, che convince il comandante di campo a concedere ai tedeschi i fucili per l’esecuzione perché, salvando due disertori, si rischierebbe di mettere in discussione il principio d’autorità in senso lato.

L’intervento dell’alto ufficiale in prefinale testimonia di un modus operandi comune a tutta una generazione di autori italiani impegnati tra fine anni Sessanta e Settanta: il didascalismo militante, quello delle frasi a effetto scolpite nella Storia, spesso nutrite di un evidente senno di poi, frutto di una riflessione storica applicata a posteriori a personaggi e situazioni. Un mezzo insomma per rendere chiarissimi i significati di un film intenzionato a riflettere su storia e principi fondanti di una nuova cultura transnazionale. Ma in ciò risiede anche la grande forza di Dio è con noi e delle migliori opere di Giuliano Montaldo: la volontà di mantenersi cinema serio e al contempo popolare, fortemente radicato nell’industria e nell’ampio respiro internazionale, non cedendo tuttavia alla rievocazione priva di profonda riflessione sul significato della storia.
Come spesso accade nel cinema di Montaldo (Tiro al piccione, 1962, Sacco e Vanzetti, 1971…), anche qui va di scena la storia dei vinti, o meglio ancora dei marginali, siano essi illusi dalla storia, generici disertori o appassionati anarchici. In particolare troviamo echi comuni tra Sacco e Vanzetti e i due disertori di Dio è con noi, trattandosi in entrambi i casi di coppie di capri espiatori per dinamiche socio-politiche più grandi di loro. Anche nei soldati Grauber e Schultze riverberano tracce d’anarchismo rette su simili dinamiche interpersonali tra i componenti del duo, secondo profili opposti di sfrontatezza e timidezza.
Rispetto a Sacco e Vanzetti manca però ai due personaggi interpretati da Franco Nero e Larry Aubrey un maggiore sguardo in profondità, uno scavo più motivato nelle ragioni della loro ribellione. Resta tuttavia il trait d’union montaldiano dell’individualità schiacciata dal sistema, che sia militare, politico-giudiziario (Sacco e Vanzetti) o religioso (Giordano Bruno).

Mentre i due disertori Grauber e Schultze rimangono sfocati sotto il profilo psicologico, gli altri personaggi di Dio è con noi ri-agiscono schemi consolidati in ruoli ai limiti della caratterizzazione, tra probità americana e autoritarismo tedesco. Si tratta però di un coerente allineamento alle regole del cinema di genere, luogo creativo in cui il film di Montaldo affonda platealmente le proprie origini. Il quadro di riferimento rimane in parte l’espressività dello spaghetti-western, riletto secondo coordinate più asciutte ed essenziali nell’ordine di un tesissimo Kammerspiel in campo di prigionia.
A richiamare l’orizzonte del western nostrano intervengono in primo luogo elementi extra-filmici non certo decisivi ma comunque connotativi di un panorama industriale: tra gli attori protagonisti troviamo infatti Franco Nero, fu Django tre anni prima e volto fisso dei cowboy di casa nostra, e Bud Spencer, appena venuto dai primi ruoli western per Colizzi, Zingarelli e Stegani. Accanto a loro un cast di volti stranieri poco conosciuti e in buona parte proveniente dal cinema di genere, italiano e non.
Se in tal senso il quadro industriale di Dio è con noi ricorda quindi le pratiche nazionali in fatto di western, ancor più decisivo è l’impianto espressivo del film, che si colloca nei profili del cinema di genere in senso lato. Non è ignoto infatti al film di Montaldo un certo sensazionalismo che si nutre anche di un gusto tutto italiano per l’evidenza sadica (vedansi le frustate, il ddt spruzzato addosso ai due disertori rinchiusi in isolamento, gli scoppi isterici di Franco Nero, il colpo alla nuca a lui inferto dopo uno sputo colmo di disprezzo), coerentemente supportata da scelte estetiche connotative del loro tempo e di consolidate pratiche. Un esempio tra i tanti, sul colpo alla nuca interviene una rapida zoomata in avanti sul volto sofferente di Franco Nero, un utilizzo dello zoom-in e zoom-out comunissimo a tanto cinema di genere italiano. Dal cinema di genere discendono infine certe facili concessioni sentimentalistiche che conferiscono note imprevedibilmente lacrimose al destino dei due disertori, tra generico pacifismo, enfatica solidarietà virile e fratellanza tra i popoli, laddove interviene anche il commento musicale di Ennio Morricone a sottolineare i momenti più patetici. È da leggersi in tale direzione anche il personaggio di Bud Spencer, che sparisce dal racconto senza alcun motivo (una delle poche debolezze di uno script molto efficace) e che ricopre la primaria funzione di unico portatore di calore umano in un contesto bellico.

Tuttavia Montaldo procede a una sorta di prosciugamento del cinema di genere, riservando le impennate più sensazionali a pochi momenti sapientemente centellinati e lasciando spazio invece a una notevole tensione narrativa alla quale contribuisce la raffinata costruzione dei dialoghi. Così la rigidità dei profili umani da film di guerra si piega al conflitto ideale tra opposte visioni di onore militare e democrazia, per scoprire poi che la visione è una, e una sola. Secondo tale linea di ragionamento Dio è con noi somiglia molto al film a tesi, che sa cosa vuol dire e lo dice a chiare lettere, ma ha la sapienza narrativa di far passare le proprie conclusioni tramite un avvincente racconto di fatti e idee. Film politico, ma senza pesanti evidenze.
Come buona parte del cinema di Montaldo, Dio è con noi non guarda troppo per il sottile, rimane sanamente piantato nel racconto popolare, fatto più di certezze che di dubbi. Ma – sembra perfino troppo facile dirlo – testimonia un cinema robustamente industriale disperso da anni nel cinema italiano. Un’impronta industriale che in parte appare debitrice di retoriche espressive non autoctone, ma capace di dare vita a un cinema che poteva giocarsela alla pari in un contesto internazionale. L’ambizione internazionale appare in fondo uno dei tratti distintivi di tutto il cinema di Giuliano Montaldo, che poteva dedicarsi con la stessa disinvoltura a un racconto in terra olandese (Dio è con noi), alle ingiustizie americane (Sacco e Vanzetti) o a prove più scopertamente fuori confine (Ad ogni costo, 1967, e Gli intoccabili, 1969, con trio di protagonisti addirittura John Cassavetes-Peter Falk-Gena Rowlands). Un cinema, insomma, talmente solido da concedere a Bud Spencer uno dei suoi pochissimi ruoli fuori dal western, dalla commedia o dall’accoppiata con Terence Hill, e ottenere anche da un simpatico non-attore come lui pregnanti note di malinconia.

Extra
Trailer.
Info
La scheda di Dio è con noi sul sito della CG Entertainment.
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