Safrom

Il romano Fantafestival ha accolto la proiezione di Safrom, l’ancora inedito zombie movie di Nicola Barnaba: un oggetto interessante ancorché incompiuto, saggio delle capacità del regista fuori dal ristretto recinto della commedia.

Zombie cangianti

Stufo della sua vita noiosa, di un lavoro che non ama e di una relazione soffocante, Max parte per un viaggio tra i boschi, privo di una meta precisa. Nel bel mezzo del nulla, l’uomo si imbatte in una misteriosa ragazza, rimasta in panne con la sua automobile e diretta al laboratorio della casa farmaceutica Safrom. Offertosi di accompagnarla, Max è testimone di una serie di strani eventi, mentre un imprecisato incidente sembra sbarrare qualsiasi via d’accesso alla Safrom… [sinossi]

Con la commedia Ciao Brother ancora in sala, è giunto ora sugli schermi del Fantafestival il secondo film girato da Nicola Barnaba (realizzato precedentemente alla commedia interpretata da Pablo e Pedro), ancora privo di distribuzione. Questo Safrom, italico zombie movie che guarda alla variante sci-fi del genere (quella dei vari Resident Evil) è un prodotto low budget e ultra-indipendente, girato in dieci giorni, evoluzione di un progetto che ha cambiato faccia, e contorni produttivi, più di una volta. Idea iniziale destinata a un film, poi evolutasi in un progetto di web series e infine ridotta di nuovo alle dimensioni del lungometraggio: un percorso che inevitabilmente si avverte, in un’opera che ha in parte mantenuto il passo, i tempi e la progressione narrativa di un “primo episodio”. Una struttura, quella che accomuna il film di Barnaba a tanti progetti analoghi, legata a una concezione di serialità che dal piccolo schermo ha invaso progressivamente il cinema e poi il web, e che concepisce (anche) un lungometraggio come parte di un’entità più estesa e articolata: entità di cui tuttavia, almeno in questo caso, non è per ora prevista una prosecuzione.

Bisogna dire che, se le traversie del progetto hanno in parte penalizzato il risultato di Safrom, con un sentore di incompiutezza che inevitabilmente si avverte lungo tutto il film (ivi compreso il finale aperto), la medaglia ha anche, in questo caso, un risvolto positivo. Il film di Barnaba, nonostante i suoi 78 minuti di durata, è infatti privo del senso di frenesia, del ritmo forzatamente accelerato, dell’artificiosa fretta, che caratterizzano gran parte dei prodotti odierni (anche mainstream) del genere. Per buona parte della sua durata, Safrom costruisce l’atmosfera, accumula informazioni e dettagli, sviluppa il cuore del soggetto come un racconto di detection in chiave fantastica. Una scelta, quella di articolare la prima parte del film sui dialoghi tra i due protagonisti principali (interpretati da Valerio Morigi e Camilla Diana), sfruttando il potenziale delle location e restituendo pochi dettagli dell’orrore a cui i personaggi si avvicinano, che si è rivelata senz’altro vincente. La scelta del regista di prendersi il proprio tempo, restituendo gradualmente un sentore di indeterminata minaccia (incarnata soprattutto dall’ambiguità del personaggio della giovane ricercatrice) ha permesso di minimizzare gli effetti del limitato budget.

Thriller che per quasi un’ora della sua durata resta tutto incentrato (consapevolmente) sul fuori campo, il film di Barnaba è costretto nell’ultima frazione a scoprire le sue carte, rivelando il volto dell’orrore ma anche le sue inevitabili limitazioni di mezzi. La tensione accumulata dal lento avvicinamento dei protagonisti al centro del mistero, costruita anche attraverso un efficace uso del commento sonoro (opera dei veterani Pivio e Aldo De Scalzi) culmina in un’efficace sequenza d’azione, in cui tuttavia la scarna essenzialità del make up rende più ardua del dovuto la sospensione dell’incredulità. Nel momento in cui, per intrinseche necessità narrative, Safrom è costretto a giocare sul registro esplicito, il mancato supporto dei mezzi tecnici si fa sentire maggiormente. Più che le creature che minacciano i due protagonisti, a restare impresso, in questa fase, è il ruvido cinismo del militare interpretato (con gusto e autoironia) da Edoardo Margheriti, figlio del compianto Antonio. Il successivo finale, che rimanda esplicitamente la prosecuzione della vicenda a un successivo installment, finisce per spezzare in modo improvviso, e oltremodo brusco, una tensione solo in parte sciolta dal confronto appena conclusosi.

Esperimento interessante quanto dichiaratamente incompiuto, Safrom va visto come un saggio di ciò che un cineasta come Barnaba (finora messosi in luce, dietro la macchina da presa, nel campo della commedia) può fare nel contesto a lui, evidentemente, più congeniale. Lavorando su un soggetto da lui interamente concepito (pur negli aggiustamenti successivamente subiti) il regista mostra padronanza tecnica e un’ottima conoscenza dei meccanismi del genere, combinate a una buona capacità di massimizzare (laddove possibile) i limitati mezzi a disposizione. Ne deriva un oggetto di difficile collocazione, che lascia solo intuire ciò che sarebbe potuto fuoriuscirne con un diverso sviluppo del concept iniziale; ma che genera anche giustificate speranze per un regista che, laddove gli verrà data la possibilità di approcciare il genere dal suo punto di vista, avrà sicuramente ancora modo di dire la sua.

Info
La scheda di Safrom sul sito del Fantafestival.

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