Tutti a casa

Tutti a casa

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Preapertura della Mostra del Cinema di Venezia 2016, Tutti a casa mostra ancora il suo volto migliore, quello di un film incalzante, dal ritmo sostenuto e traghettato da una sceneggiatura di ferro. Un epico viaggio in un paese ferito, spaventato, vivo ma inconsapevole di poterlo davvero essere.

Allo sbando

L’8 settembre 1943, il giorno dell’Armistizio, si diffondono grande entusiasmo per la sperata fine della guerra e altrettanta confusione. L’esercito è allo sbando e la maggior parte dei soldati vorrebbe solo tornare a casa. Il sottotenente dell’esercito Alberto Innocenzi cerca di tenere insieme il reggimento e raggiungere un comando per capire il da farsi, ma rimane in compagnia di pochi soldati, il sergente Fornaciari, il geniere Ceccarelli e l’artigliere Codegato, e con questi decide di dirigersi verso sud e verso i rispettivi luoghi d’origine. Il viaggio è però costellato di difficoltà, che rivelano come la fine della guerra sia ancora lontana… [sinossi]

Dopo il discutibile restauro de Il mercante di Venezia di Orson Welles, presentato in sala Darsena nel settembre del 2015, tocca quest’anno a un classico del cinema italiano come Tutti a casa fungere da preapertura della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Da un progetto tutt’altro che definito, dunque, e foriero di non poche polemiche (in gran parte giustificate), si passa a un’opera completamente storicizzata, analizzata e studiata nel corso di decenni. Nella stagione cinematografica 1960-61 Tutti a casa fu un grande successo commerciale; attirati da Alberto Sordi – che usciva da poco dal set de La grande guerra di Mario Monicelli, dove interpretava un soldato della Prima Guerra Mondiale –, e dagli altri interpreti, gli spettatori italiani presero d’assalto le sale che proiettavano il film, nonostante fossero passati solo venti anni dai tragici fatti sui quali la storia era incentrata.
L’armistizio dell’8 settembre 1943, evento cruciale della guerra che di fatto abbandonò il popolo italiano in balia delle forze nazifasciste, mentre il re e Pietro Badoglio si rifugiavano a Brindisi, al sicuro da bombe, rastrellamenti, vendette, rappresaglie, omicidi, fame. Il neorealismo affrontò con chiarezza d’intenti fin da subito il tema dell’occupazione del suolo italiano da parte dalle camicie grigie e nere del Terzo Reich e della Repubblica di Salò, la commedia all’italiana faticò – per ragioni fin troppo ovvie – ad avvicinarsi a un periodo storico così denso di sangue e violenza. Da questo punto di vista il gesto cinematografico di Comencini, che fino a quel momento era noto soprattutto per il dittico Pane, amore e fantasia/Pane, amore e gelosia, mentre il suo lucente La finestra sul Luna Park era passato criminosamente sotto silenzio.

Proprio La finestra sul Luna Park permette di comprendere la direzione che Comencini ha intenzione di far prendere al proprio cinema, in un progressivo allontanamento dalla commedia per iniziare a muoversi su un terreno meticcio, meno definibile. La trasformazione raggiunge in Tutti a casa uno dei suoi vertici: i cliché del film di guerra vengono sfruttati per mescolarli al dramma storico, ma soprattutto alla commedia. Il protagonista, dopotutto, è Sordi, e nel ruolo di suo padre – in una delle sequenze a suo modo più strazianti del film – si può ammirare Eduardo De Filippo. In un primo tempo la produzione sembrava essere propensa ad affidare i due personaggi rispettivamente a Vittorio Gassman e Totò, che sarebbero dunque tornati a recitare insieme a pochi anni da I soliti ignoti di Monicelli.
Nella messa in scena dell’Italia sotto scacco del nazismo, Comencini, coadiuvato in fase di sceneggiatura da Marcello Fondato e da Age e Scarpelli, riesce a mescolare dramma e comicità con una naturalezza sorprendente, giocando spesso con il paradosso, come testimonia la celeberrima sequenza in cui Sordi, dopo essere stato attaccato con la sua squadra dalle truppe naziste, corre al telefono di una drogheria per informare il suo superiore che “i tedeschi si sono alleati con gli americani!”. È questo solo un esempio, tra i più brillanti, di come Comencini decida di “educare” il pubblico sulla Storia o meglio, vista la relativa vicinanza con i fatti, di “ricordare” la Storia. L’Italia sta veleggiando nell’ottimismo democratico del boom economico, e il rischio che gli stracci, i detriti e le miserie della guerra siano derubricati alla voce passato è molto forte e concreto; tornare indietro è forse davvero l’unico modo per andare avanti nel modo migliore. Senza rimuovere, come vorrebbe il ministro della Difesa Giulio Andreotti, che rifiuta qualsiasi tipo di collaborazione alla produzione, per esempio negando l’utilizzo di due carri armati.

A distanza di quasi sessant’anni dalla sua realizzazione, Tutti a casa mostra ancora il suo volto migliore, quello di un film incalzante, dal ritmo sostenuto e traghettato da una sceneggiatura di ferro. Sfruttando la struttura dell’Anabasi di Senofonte, Tutti a casa viaggia attraverso l’Italia con i suoi sbrindellati soldati, che vorrebbero solo raggiungere parenti e amici e dimenticare tutti gli orrori della guerra. Ma quest’ultima non la si può lasciare fuori dalla porta, non è permesso. Così i compagni del sottotenente Innocenzi trovano la morte – o la prigionia – proprio nel momento in cui raggiungono finamente la “casa”: Codegato (Nino Castelnuovo, nel 1960 sugli schermi italiani anche con Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, Il Gobbo di Carlo Lizzani, La garçonnière di Giuseppe De Santis e The Angel Wore Red di Nunnally Johnson) viene colpito alla schiena mentre cerca di difendere una ragazza ebrea, Fornaciari viene arrestato perché la moglie ha tenuto in casa uno statunitense, Ceccarelli infine muore tra le braccia di Innocenzi, a pochi metri da una casa che non rivedrà mai. A quel punto non resta che una scelta: quella della lotta. Anche perché Innocenzi/Sordi è stato il primo a salvarsi solo per aver abbandonato la casa e l’anziano padre nostalgico che vorrebbe vedere il figlio riunirsi con la teppaglia fascista. La fuga nella notte, nell’Italia della guerra, è l’unica via per la sopravvivenza, prima della definitiva presa di coscienza.
Il tronfio e un po’ pauroso Innocenzi imbraccia la mitragliatrice, e con lui l’Italia entra nella Resistenza. L’unico modo, forse, per tornare davvero tutti a casa. Al di là della retorica degli italiani “brava gente”, Tutti a casa è un epico viaggio in un paese ferito, spaventato, vivo ma inconsapevole di poterlo davvero essere. Un paese di detriti, diviso e in guerra anche con se stesso. La risata, come spesso nel cinema italiano di quel periodo, non è mai davvero piena.

Info
Tutti a casa, una breve clip.
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