Il cittadino illustre

Il cittadino illustre

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Con Il cittadino illustre Gastón Duprat e Mariano Cohn portano in concorso a Venezia 2016 una sapida riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista, che delizia lo spettatore con battute mordaci e lo seduce con una galleria di personaggi irresistibili.

Ha tutte le carte in regola per essere un artista

Lo scrittore argentino Daniel Mantovani vive in Europa da trent’anni ed è famoso per aver vinto il Premio Nobel per la letteratura. I suoi romanzi ritraggono la vita di Salas, il paesino in cui è cresciuto e dove non è mai più tornato da quando era ragazzo. L’amministrazione locale di Salas lo invita per conferirgli il più alto riconoscimento del paese: la medaglia per il Cittadino Illustre. Il viaggio prefigura un ritorno trionfante al paese natale, un viaggio nel passato per incontrare di nuovo gli amici, gli amori e i paesaggi della giovinezza, ma soprattutto un viaggio nel cuore stesso della scrittura di Mantovani, nella fonte della sua ispirazione. [sinossi]

Le pagine di un libro possono avere molteplici funzioni, come raccontare una storia, certo, ma se bruciate forniscono poi un piacevole tepore, oppure, in mancanza di meglio, possono fare le veci della carta igienica. Lo scoprirà presto lo scrittore Premio Nobel protagonista de Il cittadino illustre, nuova mordace satira del ruolo dell’artista (dopo L’artista, visto al Festival di Roma nel 2008) firmata dai registi argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn. Presentato in concorso a Venezia 2016, dove ha raccolto risate e applausi a scena aperta, Il cittadino illustre è una farsa rutilante, cinica, spietata e surreale, che non concede soste. Protagonista ne è Daniel Mantovani (Oscar Martínez), scrittore argentino misantropo, da tempo trasferitosi in Spagna. In occasione del conferimento del Premio Nobel, Mantovani aveva sfoggiato tutto il suo narcisistico sarcasmo, affermando che il riconoscimento decretava la sua morte artistica, anche perché deciso da “accademici, giurati e reali di Svezia”, tutte categorie da lui poco apprezzate. Re e regina non l’avevano presa bene. Da allora si è ritirato nella sua villa di Barcellona e rifiuta ogni evento pubblico. Ma quando riceve un invito a tornare a Salas, suo paese natale, per ricevere la cittadinanza onoraria, stranamente accetta. Finirà in panne in una scorciatoia campestre, ritroverà vecchi amici e antichi amori, sfilerà in pompa magna sul camion dei pompieri al fianco della reginetta di bellezza, assisterà commosso a un orribile video a lui dedicato. Ma la sua ipocrita pazienza non durerà a lungo, e nemmeno quella dei suoi concittadini, loro d’altronde sono sempre stati una fonte di ispirazione saccheggiata dallo scrittore, e non certo per parlarne bene. Magari è venuto il momento di ristabilire qualche equilibrio.

Sostenuto da un cast strepitoso (davvero pirotecnica la performance di Dady Brieva, nei panni dell’amico d’infanzia del protagonista) che compone una galleria di personaggi al tempo stesso teneri e inquietanti (a tratti sembra di trovarsi in un horror), il film procede rapido inanellando battute mordaci e situazioni grottesche. Il gusto per la trovata, per lo sbeffeggiamento perpetuo di ambienti e personaggi sono di certo il motore principale di Il cittadino illustre, ma i due registi riescono ad evitare la tentazione di un mero progredire per accumulo, grazie ad uno script decisamente ben congegnato. Sotto l’appagante ipertrofia comica, oltre quell’invenzione che pare perenne e inarrestabile, soggiace infatti – ed emerge in superficie nei punti giusti – la presenza di una forte idea di fondo: quella che l’arte sia indipendente dall’etica, con buona pace del Neorealismo nostrano. La storia d’altronde è piena di esempi di grandi artisti dai comportamenti poco ortodossi, e Mantovani non vuole essere da meno, gli eroi, d’altronde, diventano tali solo da morti.
Numerose sono in realtà le annotazioni filosofiche a margine di questa farsa esilarante, si affronta il tema, già citato, del parassitismo dell’artista dalla vita reale, e in particolare dall’infanzia, ci si interroga sulla necessità, specie per un personaggio pubblico, di recitare perennemente un ruolo, sull’ipocrisia tout court, e anche sul senso della “cultura”, o ancora sulla verità, dal protagonista liquidata come “l’interpretazione dominante”.

E poi, naturalmente, alla base dell’idea stessa del film c’è l’onta insanabile per il Nobel mancato a Borges, che si affianca al problema dell’identità in un paese, come l’Argentina, che ha sofferto le violenze della dittatura, e la cui popolazione, composta in larghissima parte da immigrati europei, vive sospesa – proprio come il protagonista del film – tra il Vecchio Continente e la Patria, e si sente “apolide”. È proprio con questo aggettivo, infatti che il nostro Daniel Mantovani viene apostrofato, quasi fosse il peggiore insulto possibile.Ecco allora che le glorie patrie, gli eroi nazional-popolari argentini diventano “Diego, il Papa, la regina d’Olanda e Messi”, mentre ci si aggira in un paesaggio vasto e selvaggio, dove il senso di libertà è però turbato da una sensazione di realtà post-atomica, tra benzinai chiusi, gelaterie fallite, una palude da tempo prosciugata.
Eppure niente sembra turbare l’artista, anzi, semmai lo ispira, il suo ruolo di parassita della realtà gli appartiene ontologicamente, non può essere altrimenti. Armato di “penna, carta e vanità” continuerà a dissanguare quel che resta delle proprie radici con cinismo, protervia e di quando in quando anche qualche ripensamento. Perché in ogni caso la cultura logora solo chi ce l’ha.

Info
La scheda de Il cittadino illustre sul sito della Biennale.
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