Kean ou Désordre et génie

Kean ou Désordre et génie

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Presentato alle Giornate del Cinema Muto un altro adattamento da Alexandre Dumas padre, dopo Monte-Cristo. Si tratta di Kean ou Désordre et génie di Alexander Volkoff, regista russo esiliato in Francia. La storia di uno dei più grandi attori shakespeariani del teatro ottocentesco, la cui vita sregolata sarebbe stata degna di un dramma del grande Bardo.

La sostanza di cui sono fatti i sogni

Quando un famoso attore shakespeariano si innamora di una donna di condizioni sociali più alte, la sua vita professionale e privata comincia a sbriciolarsi. [sinossi]

Si apre un sipario sulla casa di Edmund Kean, così è l’incipit del film Kean ou Désordre et génie del 1924, presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone. Un adattamento dall’opera del 1836 di Alexandre Dumas padre – ma una didascalia iniziale del film segnala anche l’utilizzo tra le fonti di documenti originali autentici relativi alla figura del grande attore teatrale inglese (1787-1833) esibendo così la verità del racconto a seguire – a opera del regista russo naturalizzato francese Alexander Volkoff, che collaborò al Napoléon di Abel Gance. A interpretare Kean il grande attore russo Ivan Mosjoukine, quello che si era prestato all’esperimento dell’effetto Kulešov, anche lui approdato in Francia nella diaspora degli anni della rivoluzione.

Come si diceva, il film si apre, e poi anche si chiude, con un sipario nella casa di Edmund Kean. L’enunciazione ovvia del teatro e il suo doppio, la vita e il cinema. La tormentata vicenda di vita, la storia d’amore tragica, la dissoluzione finale, del grande attore che calcò le scene inglesi e non solo, a cavallo tra Settecento e Ottocento, altro non è che il materializzarsi delle opere del grande Bardo che interpretava, Romeo e Giulietta e l’Amleto. Come se la simbiosi con i testi di Shakespeare fosse talmente forte che questi non potessero che materializzarsi e prendere davvero forma. Nel film, Kean arriva come un mattatore teatrale che entra in scena, con la stessa enfasi. E nel grande teatro all’italiana, ricostruzione nel set del leggendario Teatro Drury Lane al Covent Garden, declama i testi immortali dell’autore britannico, con un suggeritore un po’ macchietta, che però non spunta dalla tradizionale buca ma si colloca dietro le quinte. Nessuno tra il pubblico si alza e scappa quando pronuncia il fatidico “To be or not to be”, ma il gioco teatrale è continuo e passa per i ripetuti travestimenti, proprio come nel capolavoro di Lubitsch Vogliamo vivere!.
Si arriva all’apice della bellissima scena dell’assalto dei creditori nella casa di Kean, con la pantomima del suo aiutante che assume buffamente le sembianze di una tigre, indossando malamente un tappeto ricavato dalla pelliccia del feroce felino. Il teatro torna ed è centrale, ed è anche quello dei giocolieri di strada, mentre nella grande sala Kean reciterà l’Amleto proprio per gli attori ambulanti.

Come nel film francese Gli amanti di Verona del 1949, di André Cayatte su sceneggiatura di Jacques Prévert, Kean vive sulla propria pelle il dramma che sta recitando, un amore impossibile con una donna di estrazione sociale superiore, contrastato dalla famiglia di lei. La Contessa di Koefeld si presenta in incognito agli appuntamenti amorosi celandosi e coprendosi con vestiti pesanti. Ma il culmine di questo gioco di rimandi teatro-vita-cinema, si ha nel momento della rappresentazione dell’Amleto.
Kean, mentre è in scena, vede la protagonista della sua ossessione amorosa seduta su un palco dove Volkoff la evidenzia con un occhio di bue: fa parte anche lei del teatro, della rappresentazione in atto. La recitazione di Kean va in cortocircuito e non riesce a uscire dalla reiterazione di un dialogo con Ofelia. Un conflitto del personaggio Kean, che tra Amleto e Ofelia preferisce scegliere la sua strada narrativa nella figura della seconda, suicida, pur interpretando il primo, il pazzo. Kean sviene in scena, si interrompe la recita e il sipario viene chiuso, ma il corpo privo di coscienza dell’attore rimane a metà, con il braccio che spunta fuori dal sipario chiuso, tra palcoscenico e proscenio, tra teatro e vita.

Le citazioni shakespeariane, dentro e fuori dal teatro e sempre rigorosamente indicate nelle didascalie con riferimento tanto al testo quanto all’atto, proseguono fino alla fine della vita di Kean, dove al suo capezzale vengono declamati brani del monologo di Amleto quando questi scopre il teschio di Yorick al cimitero. “Non tornerò più in Danimarca”, esclama Elena, in quella terra dove vi è del marcio, in una terra letteraria, nel mondo di Shakespeare. Un alberello si spezza per il vento. Sulla vita di Kean cala l’ultimo sipario.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
La pagina Wikipedia francese di Kean ou Désordre et génie.
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