Bright Nights

Bright Nights

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Presentato in concorso alla Berlinale 2017, Bright Nights del regista e sceneggiatore tedesco Thomas Arslan è un on the road minimalisma, apprezzabile nella confezione ma quasi impalpabile, inconsistente, pigramente adagiato sui paesaggi norvegesi e sulla presenza scenica del pur bravo Georg Friedrich.

Non ci sono orsi nel nord della Norvegia

Michael è un ingegnere civile austriaco e vive con la sua ragazza a Berlino. Negli ultimi anni non ha praticamente visto il figlio quattordicenne Luis. Quando il padre di Michael muore, i dovranno viaggiare insieme per raggiungere il luogo del funerale, in una zona remota del nord della Norvegia. Due persone che a malapena si conoscono sono improvvisamente intrappolate in un lungo viaggio, immersi in lunghissime giornate in cui il sole non tramonta mai… [sinossi]

Le colpe dei padri non dovrebbero mai ricadere sui figli. Le colpe dei festival non dovrebbero ricadere sui film. Almeno fino a un certo punto. Difficile, infatti, non porsi qualche domanda sulla generosa presenza nel concorso berlinese di Bright Nights (Helle nächte) di Thomas Arslan. Difficile, quindi, non fargliene almeno un po’ una colpa.

Arslan scrive e dirige un film in ritardo di decenni. Come se padre e figlio in viaggio, colpe e rimossi (e rimorsi) e tutto quel che segue non fossero già un refrain abusato, consumato e svuotato. Appunto, svuotato. Arslan si dimentica di riempire Bright Nights, di dare un senso ai tanti cliché, ai paesaggi naturali indubbiamente affascinanti, alla inevitabile incomunicabilità tra padre e figlio, a un viaggio che il cinema ha ripetutamente messo in scena. Il minimalismo di Bright Nights è impalpabile, scontato, lontano mille miglia da un concorso internazionale. Ma le quote nazionali, si sa…

Arslan si affida alla fisicità e alla performance di Georg Friedrich, che ritroviamo in concorso con Wild Mouse di Josef Hader. Bravo in entrambe le pellicole, due ruoli distanti – un mezzo sbandato nella commedia di Hader, un ingegnere emotivamente scostante nell’on the road di Arslan. Dotato di voce magnetica e di presenza scenica, Friedrich lavora di sottrazione, regge senza fatica i mezzi toni, regala al personaggio di Michael i segni visibili dei rimossi/rimorsi che via via verranno a galla. Interessante il giovane compagno di viaggio, Tristan Göbel (Luis), attore in erba con una filmografia già corposa. Ricorda un po’ Joseph Gordon-Levitt pre-Mysterious Skin.

Arslan si accontenta di accenni, di qualche suggestione lanciata nello stagno: la routine del cantiere, sequenza iniziale che sembrava promettere altro; la lenta ricostruzione della disgregazione familiare, anticipata dalle difficoltà con la giovane compagna; la specularità dei rapporti tra Michael e il padre defunto e tra lo stesso Michael e il figlio Luis che non vede mai. Bright Nights procede a velocità di crociera, in macchina, traghetto, a piedi, tra strade, sentieri, campeggi e tende montate lungo il percorso. Si parla poco, si litiga, ci si ritrova. Poi l’intermezzo con Cecilia e il suo video heavy metal, ché Luis sta crescendo.

Paesaggi. Strade. Una sepoltura spartana. Una corsa rabbiosa.
E poi Michael che porta in spalla Luis.
Bright Nights è davvero tutto qui. Grazioso, scivola via sequenza dopo sequenza, chilometro dopo chilometro. Privo di guizzi, intuizioni. Utilizza i paesaggi come cartoline, la stagione del sole come una pallida gag. In un certo senso, è diametralmente opposto al viaggio di Gold, western antispettacolare più nel risultato che nelle premesse – altra presenza balzana nel concorso della Berlinale, in questo caso edizione 2013. Eppure, un po’ paradossalmente, è più facile ricordare le peregrinazioni della precedente e balbettante fatica di Arslan, mentre Michael e Luis sono fantasmi che stanno svanendo rapidamente. A poche ore dalla visione.

Info
La scheda di Bright Nights sul sito della Berlinale.
  • bright-nights-2017-thomas-arslan-helle-nachte-01.jpg

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