Gold

Gold non nasconde la polvere che accompagna i viaggiatori a cavallo, rinunciando fin da principio alle suggestioni visive dei paesaggi, al respiro epico e avventuroso del cinema western e alle conseguenti potenzialità spettacolari. La fotografia di Patrick Orth si mantiene neutra, praticamente invisibile: una scelta che dovrebbe accrescere il realismo della messa in scena e che almeno inizialmente sembra appartenere anche ai costumi, alla cadenza del racconto e alla scelta di focalizzarsi su alcuni dettagli.

The Argonaut(s) of White Agony Creek

Canada, estate 1898. Un gruppo di coloni tedeschi partono da Ashcroft, ultima fermata della ferrovia, con armi e bagagli per seguire l’uomo d’affari Wilhelm Laser e il suo progetto di arricchirsi grazie all’oro presente nelle vaste terre in gran parte inesplorate e selvagge. Abbandonate le loro vite precedenti, i sette viaggiatori dovranno affontare difficoltà e pericoli inattesi… [sinossi]
È oro! Oro massiccio!
Grande come un uovo d’oca!
Ah! Ah! Ah! Sono ricco!
Ricco! Ricco! Ricco! Ricco…
da L’argonauta del fosso dell’Agonia Bianca di Don Rosa

La corsa all’oro, il Klondike, Dawson City e la grande illusione: Gold di Thomas Arslan, selezionato in concorso alla sessantatreesima edizione della Berlinale, è senza dubbio un western atipico, per ambientazione e contesto, personaggi e scelte estetiche e narrative. Oltre a essere atipico, il lungometraggio di Arslan è anche un western indeciso sulla strada da prendere, come i sette coraggiosi coloni tedeschi partiti per la “città dell’oro” canadese.

Gold non nasconde la polvere che accompagna i viaggiatori a cavallo, rinunciando fin da principio alle suggestioni visive dei paesaggi, al respiro epico e avventuroso del cinema western e alle conseguenti potenzialità spettacolari. La fotografia di Patrick Orth, ad esempio, si mantiene neutra, praticamente invisibile: una scelta che dovrebbe accrescere il realismo della messa in scena e che almeno inizialmente sembra appartenere anche ai costumi, alla cadenza del racconto e alla scelta di focalizzarsi su alcuni dettagli. Si direbbe, a prima vista, una sorta di Meek’s Cutoff all’acqua di rose, assai meno rigoroso e ispirato, ma deciso a dare spazio alla quotidianità della piccola carovana.

Con lo scorrere dei minuti emergono le prime contraddizioni, come il meccanico e insistito ricorso al commento sonoro in alcuni momenti topici e la disattenzione sui costumi, miracolosamente intonsi anche dopo due settimane a cavallo tra le lande sperdute. Venuto meno il rigore formale, appare più difficile immergersi in una cronaca emotivamente poco coinvolgente (nulla ci lega ai personaggi, introdotti frettolosamente) e dal passo claudicante. Quella che era una programmatica e funzionale dilatazione temporale nel film della Reichardt, in Gold si rivela sostanzialmente un approccio poco ispirato al western e al mito della Frontiera.

Arslan pone al centro dei novelli cercatori d’oro la star Nina Hoss, calatasi senza troppi sforzi nei panni di Emily Meyer, eroina un po’ troppo silenziosa e misteriosa – Marko Mandić è invece il cowboy Carl Boehmer, solitario e tenebroso quanto basta per scivolare nel più classico dei cliché. Gli altri cinque compagni di viaggio, tratteggiati superficialmente, sembrano fin da principio delle vittime sacrificali senza spessore, come il padre di famiglia Joseph Rossmann (Lars Rudolph), suonatore di banjo e spalla comica per qualche gag fuori posto.

Il regista sassone scrive e dirige un western antispettacolare più nel risultato che nelle premesse, aggiungendo inutilmente al tema del viaggio tra la natura ostile una storia d’amore e un inseguimento con tanto di sparatoria finale, narrativamente gratuita e dalla messa in scena piatta, quasi svogliata. Gold sembra esaurirsi nello spunto di partenza: l’idea non banale di raccontare la corsa all’oro in salsa teutonica, incentrata su un personaggio femminile, non può però nascondere i limiti narrativi e registici della pellicola. E così si disperdono nei centododici minuti del film alcuni spunti interessanti, come il rapporto con gli indiani presenti nel territorio, e qualche sequenza briosa, in primis l’amputazione della gamba di Gustav Müller (Uwe Bohm), giornalista in cerca di ricchezza e di immortali cronache di frontiera.

Info
Gold sul sito della Berlinale.
Il trailer originale di Gold.
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