Meek’s Cutoff

Meek’s Cutoff

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Girato in 4:3, Meek’s Cutoff nega le suggestioni visive tipiche dei film di frontiera, l’esaltazione degli spazi, dell’orizzonte: il realismo della cineasta americana non contempla, in questo caso, il formato panoramico, concentrandosi sui personaggi, sui carri, sulla carovana.

My Own Private Oregon

L’anno è il 1845, agli inizi dell’epoca della Pista dell’Oregon, e una carovana di tre famiglie su carri da pionieri ha assoldato un montanaro, Stephen Meek, per essere guidata verso le Cascade Mountains. Asserendo di conoscere una scorciatoia, Meek guida il gruppo su un sentiero non segnato attraverso l’altipiano desertico per poi perdersi tra la salvia e le rocce aride. Nei giorni successivi gli emigranti si trovano a patire la fame, la sete e la mancanza di fiducia nell’istinto di sopravvivenza dei compagni di viaggio. Quando un indiano errante incrocia il loro percorso, gli emigranti sono combattuti tra la fiducia in una guida che si è dimostrata inaffidabile e un uomo che è sempre stato considerato come il nemico naturale… [sinossi]

La presenza della rigorosa regista indie statunitense Kelly Reichardt nel concorso della 67a Mostra del Cinema di Venezia era già un’ottima notizia. E non ci ha deluso, ma era prevedibile, l’atipico western Meek’s Cutoff, il suo quarto lungometraggio, accolto dalla stampa con un discreto numero di applausi, qualche fischio e parecchi silenzi. Tutte reazioni già messe in conto, visto lo sguardo sui generis della Reichardt, coerentemente antispettacolare, lontana mille miglia da qualsiasi logica commerciale. E se la consacrazione veneziana, al pari del lussuoso cast (Michelle Williams, Paul Dano e Will Patton), ha assicurato alla Reichardt la distribuzione nel Bel Paese [1], già sappiamo che i suoi film resteranno confinati tra i prodotti di nicchia.

La Reichardt affronta il western, genere fondante del cinema a stelle e strisce, rinunciando sistematicamente a ogni componente spettacolare, a partire dal formato. Meek’s Cutoff, girato in 4:3, nega le suggestioni visive tipiche dei film di frontiera, l’esaltazione degli spazi, dell’orizzonte: il realismo della cineasta americana non contempla, in questo caso, il formato panoramico, concentrandosi sui personaggi, sui carri, sulla carovana. Non ci sono corse sfrenate a cavallo, inseguimenti, sparatorie, epiche imprese o mascolini duelli. Le notti sono immerse in un buio pesto e il sole del giorno è spesso accecante, straniante nella sua immobilità. Il Far West non è un mito, è (una) storia da raccontare. E per raccontarla, Kelly Reichardt parte da rigorose scelte espressive e tecniche, confermate nella scarna struttura narrativa. Meek’s Cutoff, inevitabilmente meno coinvolgente dal punto di vista emotivo del precedente Wendy & Lucy (2008), è un esempio di coerenza indie.
La coerenza, d’altronde, caratterizza la poetica della regista americana: ancora una volta osserviamo personaggi in viaggio, destinati a spostarsi oltre gli estremi confini della società, circondati dal paesaggio naturale, se non immersi. Ancora una volta l’Oregon, dopo i boschi di Old Joy (2006) e la cittadina ferroviaria di Wendy & Lucy [2].

La macchina da presa asseconda con pochi e calibrati movimenti la dilatazione temporale, la reiterazione dei gesti, il lento ed estenuante cammino della carovana, raccontando la Frontiera dei primi coloni, quella Frontiera racchiusa nelle ellissi narrative dei western mainstream. Non c’è epica, ma resoconto. Non ci sono eroi, ma gente comune in viaggio, persone in cerca di nuove opportunità, speranzose ma sprovvedute, come la guida un po’ farlocca Stephen Meek (Bruce Greenwood), calzante incarnazione di una cultura impreparata di fronte a un luogo sconosciuto, a un mondo altro.

Meek’s Cutoff racconta la Frontiera invisibile e ci offre una lettura mai superficiale dell’incontro tra la cultura bianca e quella indiana, tra i coloni, sperduti tra deserti e montagne, sospettosi e sempre più paranoici, e un nativo, in perfetta sintonia con il territorio, con il linguaggio della natura. Un incontro difficile, dettato soprattutto dalla necessità. Un incontro che, almeno per un istante, sembra sfiorare gli animi dei due protagonisti, in un indimenticabile campo/controcampo, in un intenso gioco di sguardi. E il volto (splendido) di Michelle Williams, sacrificato e quasi nascosto per tutta la pellicola, è immortalato e incorniciato in un primo piano che ricorda una intensa e dolorosa inquadratura (anche lì un campo/controcampo) di Wendy & Lucy. Un sodalizio, quello tra regista e attrice, davvero felice.

Note
1.
Consideriamo la mancata distribuzione in Italia del commovente Wendy & Lucy un delitto, senza giustificazioni. Non avrebbe fatto sfracelli al box office, ma le potenzialità per diventare un piccolo cult c’erano. Questione di coraggio e fantasia. Il discorso è vecchio, ma noi abbiamo la testa dura.
2. Il lungometraggio d’esordio, River of Glass (1994), era ambientato nella natia Florida.
Info
Il trailer originale di Meek’s Cutoff.
Meek’s Cutoff sul sito di Pretty Pictures.
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