Samui Song

Samui Song

di

Samui Song è il titolo del nuovo film di Pen-ek Ratanaruang, tra i nomi centrali di quella che venne definita all’epoca la ‘new wave thai’; lo studio di una donna costretta a confrontarsi con un universo prettamente maschile, dominante e aggressivo, svolto attraverso una forma-cinema libera, che gioca con i suoi stessi stilemi e genera il dubbio (sempre salvifico) nello spettatore. A Venezia alle Giornate degli Autori.

La moglie dello straniero

Viyada, un’attrice tailandese di soap opera sulla trentina, si sente sempre più oppressa dal marito Jérôme, un ricco straniero seguace del leader carismatico di una setta chiamato il Santo. Viyada non ha altra scelta che adottare le misure più drastiche per sfuggire una volta per tutte all’influenza della setta. [sinossi]

Samui Song, dispiace scriverlo, è stato praticamente ignorato nel suo passaggio al Lido di Venezia, dove prende parte alla competizione delle Giornate degli Autori. La seconda e ultima proiezione ha visto una sala semivuota (la già di per sé non invitante Perla 2, al terzo piano del casinò), una partecipazione svogliata e quasi nessuna reazione. Non si sta minimamente parlando del film, né sulle riviste cartacee e online né sui social network. Di fatto è come se Samui Song non esistesse, schiacciato dalla presenza di titoli universalmente considerati più forti – e magari anche in corsa per il Leone d’Oro – e dalla truppa italiana, mai così corposa in laguna. Eppure basterebbe il nome del regista del film in questione per rendersi conto di quale attenzione avrebbe meritato, e perché: Pen-ek Ratanaruang è infatti uno dei numi tutelari della cosiddetta ‘new wave thai’, il movimento di rifondazione del cinema thailandese che prese corpo nel corso degli anni Novanta portando sulla ribalta internazionale nomi come quelli di Apichatpong Weerasethakul, Wisit Sasanatieng, Nonzee Nimibutr. Ma anche e soprattutto Ratanaruang, che esordì venti anni fa con Fun Bar Karaoke per poi sbalordire il pubblico e la critica con 6ixtynin9 (1999) e Love Song – Monrak Transistor (2001). Fu proprio la Mostra di Venezia, sotto l’egida di Moritz de Hadeln, a consacrare in maniera definitiva il regista, presentando nella sezione “Controcorrente” Last Life in the Universe, punto di incontro tra il cinema thailandese e le nuove istante estetiche e produttive nipponiche, con tanto di presenza in scena dell’eccellente Tadanobu Asano e – in un breve cameo – di Riki Takeuchi e Takashi Miike.
Sono trascorsi solo quattordici anni dai fasti di Last Life in the Universe, ed è doloroso constatare come il nome di Ratanaruang sia già stato destinato al dimenticatoio, anche da quella schiera di cinefili che ha sempre guardato con un occhio di riguardo alla produzione asiatica. I motivi possono essere molteplici, a partire dalla scarsa attenzione rivolta alle successive opere del regista, dall’ottimo Invisible Waves a titoli meno compiuti come Ploy o Nymph. Sono dopotutto alcuni anni che Ratanaruang non prende parte a festival internazionali con propri lungometraggi, per l’esattezza dai tempi della Berlinale che ospitò in Panorama Headshot, affascinante miscela di thriller e grottesco dalle tinte estremamente cupe.

È ancora una volta il cinema, e le sue infinite potenzialità espressive, il centro del discorso di Ratanaruang, che con Samui Song (Mai Mee Samui Samrab Ter è il titolo originale) firma forse la sua opera più teorica, e anche quella più stratificata nel rapporto tra utilizzo dell’immagine e detonazione politica della stessa. Si parte da una giovane attrice, che vorrebbe riuscire a lavorare con un criptico ma apprezzato autore ma è incastrata nel ruolo della cattiva in ben due soap opera di successo; Vi, questo il suo nome, è sposata con uno “straniero”, che si è fatto irretire da un santone e cerca di convincerla a partecipare ai culti della setta, che però la donna giudica con estremo disprezzo. In seguito a un incidente stradale notturno, mentre tenta di sfuggire alle attenzioni poco amichevoli del marito, la donna incontra in ospedale un uomo che sta facendo curare la madre, colpita da innumerevoli malanni. Da questo incontro, suggellato da una sigaretta furtiva fumata nel parcheggio dell’ospedale, scaturiranno non poco conseguenze, anche le più imprevedibili…
Ratanaruang ha sempre giocato, nel senso più ampio e onorevole del verbo, con il cinema, con il genere, con le regole che servono a donare forma e struttura a narrazioni archetipiche. In Samui Song, facendo leva sulla duplice essenza della stessa protagonista – donna e attrice, un doppio ruolo sociale in entrambi i casi abbastanza castrante – certifica la necessità di parlare della Thailandia, della modernità, delle relazioni umane e della loro inevitabile cancrena dovuta ai soffocamenti di una società chiusa, violenta, dominata dal maschile.

Circondata da penitenti, monaci e da un marito che è diventato impotente e non può più svolgere il proprio ruolo di maschio (riduce il proprio desiderio di creazione a delle discutibili opere d’arte che porta a termine lavorando l’argilla), Vi è una donna di potere che non ha modo né possibilità di mettere le mani su quel potere e di esercitarlo. È una vittima che non accetta il proprio ruolo e cerca di scardinare le regole. Un po’ come lo stesso Ratanaruang, a ben vedere: ammantato da un elegante superficie noir, grazie anche al bel lavoro fotografico, Samui Song è un caleidoscopio di intuizioni e cambi di marcia. Commedia, dramma, thriller, mélo con tanto di storia lesbo, cinema nel cinema all’ennesima potenza che non serve, come potrebbe apparire a uno sguardo disattento, a sollazzare l’animo ludico del cinefilo di turno, ma a sorreggere su nuove basi estetiche un racconto morale – che fa dell’amoralità il suo principale contenuto – sulle derive di una società capitalistica che ha perso progressivamente di vista le reali necessità dell’umano.
Un piccolo film pazzoide, divertente e sempre in grado di spiazzare, che conferma il talento di Pen-ek Ratanaruang, la purezza mai virginea del suo sguardo, e la ricchezza di un cinema, quello thailandese, che per dissesti interni e cecità esterna continua a vivere ai margini del centro. A Venezia c’era l’occasione per riprendere la retta via, ma sembra essere stata persa. Peccato, davvero.

Info
Il trailer di Samui Song.
  • samui-song-2017-penek-ratanaruang-05.jpg
  • samui-song-2017-penek-ratanaruang-04.jpg
  • samui-song-2017-penek-ratanaruang-03.jpg
  • samui-song-2017-penek-ratanaruang-02.jpg
  • samui-song-2017-penek-ratanaruang-01.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Venezia 2017 – Minuto per minuto

    Dal primo all'ultimo giorno della Mostra, tra sale, code, film, colpi di fulmine e ferali delusioni: il consueto appuntamento con il Minuto per minuto, cronaca festivaliera con aggiornamenti quotidiani, a volte anche notturni o drammaticamente mattinieri...
  • Festival

    Venezia 2017

    La Mostra del Cinema di Venezia 2017, dalla proiezione di preapertura di Rosita di Ernst Lubitsch al Leone d’oro e alla cerimonia di chiusura: film, interviste, premi, il Concorso, Orizzonti, la Settimana della Critica, le Giornate degli Autori...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento