Woodshock

Meditazione lisergica e botanica sull’elaborazione del lutto, Woodshock di Kate e Laura Mulleavy si accontenta di uno sperimentalismo visivo fine a se stesso. A Venezia 2017 nella sezione Cinema nel Giardino.

Crystal Ball

Theresa, giovane donna tormentata che sta precipitando in una spirale di dolore a seguito di una profonda perdita, è lacerata tra le sue emozioni a pezzi e gli effetti allucinogeni di un potente cannabinoide. [sinossi]

L’abbinamento tra Kirsten Dunst e la natura è oramai assurto al livello di un classico senza tempo, pressoché irrinunciabile se si vuole giocare sicuro con l’eleganza dell’immagine. Devono aver ben assimilato la cosa, se non altro per ragioni professionali, le due sorelle stiliste Kate e Laura Mulleavy che, nel corso del loro debutto sul grande schermo Woodshock, fanno ampio uso di questo consolidato mix. Presentato nella sezione Cinema nel Giardino di Venezia 2017,
Woodshock posiziona infatti la sua protagonista al centro di composizioni visive che riecheggiano ora i controluce che la inondavano di dorati raggi di sole in Il giardino delle vergini suicide
(1999, Sofia Coppola), ora la immergono nella madida natura, in questo caso californiana, tra felci e sequoie, un po’ come aveva fatto Lars Von Trier nel suo capolavoro Melancholia. D’altronde poi, anche qui la Dunst è depressa e poco vestita. Prodotto e interpretato dall’attrice, evidentemente in cerca di un ruolo da protagonista che rappresentasse per lei anche una sfida allettante, Woodshock si compiace dunque della sua caparbia ricerca estetica, cerca di stupire con effetti visivi più o meno elaborati, ma il suo sperimentalismo appare sin da subito, oltre che derivativo, anche piuttosto datato, con quello spiccato gusto vintage da rivista di arredamento anni ’70.

Nel film, la Dunst incarna Theresa, una donna che lavora in uno store di cannabis legale e che accetta di praticare alla madre malata l’eutanasia con un potente cannabinoide cui viene aggiunto un non specificato composto chimico. Inizia così un’allucinata, prolungata, lisergica elaborazione del lutto, tra immagini bucoliche, lensflare, cortecce di legno, prismi ottici, cristalli, carta da parati floreale. Ma le invenzioni visive delle due registe non sono infinite, tutt’altro, i su citati “pattern” sono ripetuti all’infinito senza sostanziali variazioni e allietano, si fa per dire, il delirio domestico della protagonista, adorna di graziosi completini intimi, e poco altro. Fanno capolino di quando in quando, a turbare il suo brodo lisergico primordiale, alcuni personaggi mestamente secondari, come l’indifferente marito (Joe Cole), il cui unico, agognato obiettivo è abbattare una sequoia secolare e il collega di lavoro Keith (Pilou Asbaek) il cui legame con Theresa avrebbe meritato forse maggiore attenzione.

Come talvolta accade quando la narrazione è ricusata e l’immagine sin troppo venerata, Woodshock finisce sospeso sul confine tra il ridicolo e il didascalico. Per cui ecco apparire il simbolismo un po’ greve della staccionata, reale e simbolica difesa costruita in fase di sonnambulismo dalla delirante Theresa, e poi c’è anche un jukebox che suona una canzone dei Suicide, cosa piuttosto insolita nella realtà quotidiana, ma utile a ribadire di cosa si sta parlando.
Ma se davvero l’obiettivo era realizzare un pamphlet visivo contro la cannabis e l’eutanasia, idea che balugina in più di un’occasione nel corso della visione del film, allora non era necessario giocare con luci e colori così a lungo. Uno schermo nero con una didascalia sarebbe stato assai più funzionale.

Info
La scheda di Woodshock sul sito della Biennale.
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