Payday

Payday

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Al Torino Film Festival, nella sezione Amerikana curata da Asia Argento, risorge dalle tenebre del tempo Payday, che nel 1973 segnò l’esordio alla regia per il cinema di Daryl Duke, cineasta canadese oramai quasi completamente dimenticato. Un viaggio nel microcosmo country che anticipa molti dei temi della New Hollywood. Imperdibile, e dominato dalla straordinaria interpretazione di Rip Torn.

Canta con me Country Girl

Maury Dann è un cantante country impegnato in un tour promozionale negli Stati del Sud. Artista giunto al successo non più giovanissimo, è noto per essere un manipolatore e un uomo egoista che cerca di volgere ogni situazione a suo favore pur di raggiungere i propri scopi, anche in modo violento o fraudolento. Le sue giornate scorrono sempre uguali sul sedile posteriore di una Cadillac, con la quale si sposta da una città all’altra. Disperato ma troppo egocentrico per ammetterlo, cerca il sostegno di pillole e droghe varie per nascondere ai propri occhi la discesa agli inferi che vive quotidianamente. Lo accompagnano lungo la strada la fidanzata Mayleen, tradita regolarmente e a un certo punto anche abbandonata in mezzo al nulla dopo un diverbio, i musicisti che suonano per lui e che spesso sono licenziati per motivi assurdi e il manager Clarence McGinty, che non esita a imbrogliare e infrangere la legge pur di togliere Maury dai guai. [sinossi]

Payday, gemma lucente partorita dal buio della sala durante le giornate del Torino Film Festival grazie ad Asia Argento e alla sua micro-sezione “Amerikana”, ricorda alla stragrande maggioranza del mondo cinefilo di aver dimenticato. È oramai dimenticato un nome come quello di Daryl Duke, cineasta canadese che negli anni Settanta, dopo questo folgorante esordio (alcune fonti riportano un titolo italiano, Giorno di paga, ma in realtà il film non risulta essere mai uscito in sala), piazzò un altro oggetto difficile da classificare, L’amico sconosciuto, che nel mettere in scena un thriller ragionava in modo sapido e crudele sul capitalismo come stato mentale prima ancora che come sistema socio-economico, nel confronto tutt’altro che dialettico tra un addetto di banca e un rapinatore ultra-misogino, interpretati rispettivamente da Elliot Gould e Christopher Plummer. La carriera di Duke, passata per lo più sul piccolo schermo, si arricchisce di altri due film per il cinema, entrambi completamente rimossi dalla memoria collettiva: il bel dramma adolescenziale Hard Feelings (1982) e l’affascinante e a tratti megalomane Tai-Pan (1986), che offre uno dei primi ruoli ‘occidentali’ a Joan Chen.
Dimenticato è anche Rip Torn, caratterista che ha attraversato il cinema statunitense degli ultimi sessant’anni come un meteorite sempre sul punto di trovare il contatto esplosivo ma senza mai compiere per intero il percorso: qui è un sontuoso Maury Dann, trentacinquenne cantante country che gira per il sud degli States passando di data in data, di registrazione in registrazione, ma è il caso di ricordarlo per la sua partecipazione tra gli altri a Un volto nella folla di Elia Kazan, La dolce ala della giovinezza di Richard Brooks, Buttati Bernardo! di Francis Ford Coppola, L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg, Ricercati: ufficialmente morti di Walter Hill e, in tempi più recenti, Marie Antoinette di Sofia Coppola, dove lavorò proprio con Asia Argento.
Ma la triste fiera della mancanza di memoria la vince Don Carpenter, sceneggiatore e coproduttore di Payday, romanziere che scrisse occasionalmente per il cinema (compreso uno script portato a termine su Post Office di Charles Bukowski che non vide mai la luce) e dopo una vita di sofferenze e lutti si sparò un colpo in testa nel 1995, a sessantaquattro anni…

Riscoprire Payday significa in qualche modo riaprire occhi da troppo tempo socchiusi su un mondo, quello del cinema hollywoodiano in odor di “new” sul quale con ogni probabilità si pensa di sapere tutto. Nella sua basica semplicità Payday è un’opera aperta a molte stratificazioni, letture plurime del microcosmo culturale e sociale in cui è ambientato il film, e che sarà scandagliato di lì a pochissimo anche da Robert Altman nel fondamentale Nashville. Per Maury Dann Nashville è davvero uno stato della mente prima ancora che un luogo fisico: è lì che dovrebbe finalmente trovare per un paio di settimane ristoro e riposo, anche se questo tempo di rilassamento lo preoccupa, e non intende rinunciare al suo girovagare ossessivo di città in città, neanche se questa stasi dovesse portare a una serata con Johnny Cash. Dominato da un horror vacui al quale lui per primo non sa dare un nome o una forma, Dann ha trentacinque anni ma ne dimostra quasi il doppio: dopotutto sua madre ad appena cinquantuno anni non ha neanche la forza di alzarsi dal letto, e attende solo che il figlio – non molto prodigo – la vada a trovare per portargli qualche pillola per rendere più rosea la giornata. Dann passa di donna in donna come se dovesse cambiarsi un paio di jeans, e in appena un giorno e mezzo (Payday si sviluppa nell’arco di trentasei ore) si diverte con tre ragazze: una è la sua compagna più o meno fissa, che pure non esita a lasciare sul bordo della strada per un’intemperanza dettata dalla gelosia di troppo – e senza un soldo, visto che “non hai fatto nulla per guadagnarteli” –, la seconda è una spettatrice di uno dei suoi set, con cui si rifugia in macchina giusto il tempo necessario per l’amplesso, e la terza è una giovane che era stata rimorchiata da un musicista della band, che si ritrova però ben presto disoccupato. La ragazza, però, resta con Maury, perché tutto quello che gravita attorno alla band è di sua proprietà, e lui ne usufruisce nei modi e nei tempi che preferisce. Chi si oppone può benissimo andarsene per la sua strada, nessun rancore. O forse sì, ma ben celato.

Pochi film degli anni Settanta emanano il nauseabondo puzzo di morte e disperazione che prende corpo nel film di Daryl Duke. Pochi personaggi possono ambire dopotutto al nichilismo e alla depravazione – umana prima ancora che morale – di Maury Dann. In un vortice di polvere che è quello delle strade di un sud degli Stati Uniti che è mondo a parte, del tutto distante dalle logiche del resto della nazione (non a caso non vi è un solo riferimento alla politica nazionale, e Washington sembra distante almeno quanto Saigon per questi ex-cowboy che non hanno mai saputo riciclarsi nella modernità), si esaurisce l’esistenza non solo di Dann, ma di un mondo che è chiuso in sé, quasi endogamico nelle sue strutture gerarchiche. Tra una chiacchierata con un dj e un mesto ritorno a casa per incontrare figli che non ha mai voluto davvero conoscere, Dann scortica la cornice di un’intera nazione e ne svela l’apatica tensione verso un’autodistruzione che non ha neanche la forza per imprimersi come elemento strettamente culturale. Resta solo la musica country a fare da connettore sociale, a dare un sentimento di un unione, di vicinanza, di rapporto che non sia solo lo squallido incontro di economie in crisi e di barbariche reiterazioni di strutture sociali usurate, e non più riconosciute. Per questo forse la morte di Dann, in una sequenza che rimane impressa negli occhi e rilascia brividi d’emozione (e di perverso sottile piacere) anche a distanza di giorni, non può che arrivare mentre è alla guida della sua Cadillac, cantando a squarciagola Country Girl con un aspirante musicista che gli si è attaccato alle costole, e che lui usa così come userebbe qualsiasi altro essere umano.
Diretto da Duke con un grande senso della visione, e con un’empatia che non si sovrappone mai a un distacco critico, Payday è un piccolo capolavoro, un’operazione a cuore aperto di una nazione disfatta, costretta a girare a vuoto attorno a un punto che non neanche più in grado di conoscere. E che nessuna canzone, neanche la più romantica, potrà mai salvare dalla devastazione.

Info
Il trailer di Payday.
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