La poltrona del padre

La poltrona del padre

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Documentario narrato quasi sottovoce, dallo sguardo scevro da giudizi morali ma non privo di empatia, La poltrona del padre ci porta in una quotidianità che, mentre la guardiamo, viene lentamente e inesorabilmente smontata.

Scorie quotidiane

Abraham e Shagra, gemelli ebrei ortodossi, conducono una vita appartata nel loro appartamento di Brooklyn, a New York. Dopo la morte dei genitori, i due hanno iniziato ad accumulare compulsivamente qualsiasi sorta di oggetto e memorabilia, disinteressandosi completamente dell’ordine e dell’igiene della casa. Gatti randagi passeggiano tranquillamente per il maleodorante appartamento, invaso da cartacce, rifiuti e cibo scaduto. Quando l’inquilino dei due, che vive al piano di sopra, minaccia di non pagare l’affitto se i due fratelli non faranno pulizia, Abraham e Shagra sono costretti a chiamare una ditta di disinfestazione: l’arrivo di questa, con l’invasione nell’intimità dei due, sarà occasione per loro per un doloroso viaggio nel passato. [sinossi]

Laddove il documentario vuole farsi esplorazione del quotidiano, in special modo di una quotidianità che ha deviato quel tanto che basta dai paletti accettati dal senso comune, da risultare degna di trattazione cinematografica, prodotti come La poltrona del padre trovano il loro spazio e la loro ragion d’essere. Quella esplorata dai due registi Antonio Tibaldi e Alex Lora (australiano il primo, spagnolo il secondo, entrambi di stanza a New York, entrambi con un solido background diviso tra corti e documentari) è una quotidianità fatta di un equilibrio faticosamente e disfunzionalmente ricostruito, che ha visto i vuoti dell’esistenza, i “buchi” di senso spalancati dal lutto e dalla solitudine, colmati attraverso l’accumulo compulsivo di oggetti, ormai scevri della loro funzione pratica.
Disposofobia è il termine che la psichiatria ha coniato per questa risposta alle pressioni esterne ed interne attraverso l’attaccamento alla fisicità degli oggetti, a prescindere dalla loro integrità o consunzione, o dal loro valore d’uso. Lo spazio di vita fisico si satura, quello dell’anima ne trae giovamento di riflesso: finché la pressione ambientale (quella di un inquilino stanco del cattivo odore e degli scarafaggi) non impone un cambiamento traumatico, preludio a una altrettanto difficile ridefinizione del sé, e dei propri spazi interni ed esterni.

Non azzarda neanche lontanamente un giudizio, questo La poltrona del padre, ma al contrario mantiene, dal punto di vista etico, l’occhio neutro e “agnostico” del documentarista, quello che rende oziosa (in fin dei conti) qualsiasi domanda su quanto ci sia di spontaneo o di ricostruito in ciò che vediamo sullo schermo. La sofferenza e lo smarrimento sul volto dei due gemelli Abraham e Shagra sono lì, reali e quasi tangibili, veicolati allo spettatore nel modo più semplice e privo di mediazioni: il rigore dell’approccio dei due registi, così come l’espunzione di qualsiasi valutazione morale, non tolgono nulla a uno sguardo empatico su un’azione (la disinfestazione) che viene vista come fonte di dolore, quasi un terremoto fisico ed emotivo per i due uomini. Il film ci porta in punta di piedi, con un garbo che contrasta con la radicalità di ciò che vediamo sullo schermo (sacchi di spazzatura, cumuli di carta e sporcizia accumulati ovunque, gatti randagi che passeggiano per l’appartamento, i segni sul corpo di uno dei due fratelli, ripetutamente punto dalle tarme) dentro un universo che ha faticosamente trovato un suo equilibrio: equilibrio che vediamo contestualmente (e dolorosamente) distruggere. Non c’è bisogno di adottare un montaggio frenetico, per mettere in scena quello che è un dramma intimo, per i due uomini, dramma il cui passo viene invece deliberatamente rallentato.

La scansione dei giorni segna il tempo, dilatato quanto indifferibile, di questa sorta di terremoto in slow-motion, all’interno del quale veniamo trasportati (fisicamente ed emotivamente) quasi senza che ce ne accorgiamo. Ogni oggetto, privo di valore d’uso ma investito, nei modi più vari, di un valore simbolico ed affettivo, dà vita a una discussione e a un dilemma morale, in una coazione a ripetere che è rappresentazione plastica di un universo che crolla; ogni sacco dell’immondizia portato fuori è un mattone che cade nella fortezza che Abraham e Shagra avevano edificato. La squadra di disinfestazione si approccia al suo lavoro nel modo più cauto ed empatico, coinvolgendo i due fratelli (specie il più presente Abraham) in ogni piccola azione, spiegandone le conseguenze, accogliendo il dolore, anch’esso espresso sottovoce, dei due. Lo spazio liberato delle stanze della casa finirà per forzare Abraham (e forse il suo gemello, invischiato nel tunnel dell’alcolismo) a gettare uno sguardo su uno spazio interno che si offre alla sua visione altrettanto vergine, ripulito, splendente di un dolore che dovrà essere finalmente compreso, verbalizzato ed affrontato. E la poltrona del titolo, fonte per Abraham di un ulteriore, inestricabile dilemma (portato da un’etica religiosa e familiare che ha perso anch’essa il suo valore d’uso, ridotta ad accumulo più o meno casuale di norme/scorie) torna simbolicamente nell’ultima sequenza, a indicare in modo discreto un possibile, nuovo inizio.

Info
Il trailer di La poltrona del padre.
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