Uno sguardo alla terra

Uno sguardo alla terra

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Partendo dalla visione de L’ultimo pugno di terra, unico lungometraggio del documentarista sardo Fiorenzo Serra solo di recente riportato all’originario splendore, Peter Marcias con Uno sguardo sulla terra incontra critici e registi da tutto il mondo per universalizzare e aggiornare quei tempi di cambiamenti, interrogandosi, non senza passaggi a vuoto, sul ruolo e sullo sguardo del cinema del reale, sull’appartenenza a un luogo, sulle tradizioni minate dalla modernizzazione. Al 29esimo Trieste Film Festival per il Premio Corso Salani.

Sa domo est pitticca, su coru est mannu

Un’opera, un work in progress polifonico, che parte dalla visione del film documentario di Fiorenzo Serra “L’ultimo pugno di terra” censurato nel 1965 per arrivare a discutere sul cinema documentario odierno. Noti registi e documentaristi internazionali fra cui Wang Bing, Brillante Mendoza, Vincenzo Marra e Claire Simon raccontano lo “stato di salute” della Terra attraverso la loro arte cinematografica. [sinossi]

Fiorenzo Serra, quando parlava della possibilità che qualcuno scrivesse intorno alle sue opere cinematografiche, chiedeva sempre, espressamente, che non si parlasse di quello che “si vede”, ma “del resto”, di quello rimasto fuori campo, di quello che non è stato possibile filmare, o che è giocoforza rimasto fuori dal montaggio. Perché non è mai sufficiente quel che si mostra o quel che si dice per permettere a chi non la vive di capire davvero la Sardegna, specialmente quella “sua” Sardegna che si estendeva con i suoi paesaggi brulli a circondare la metà del secolo scorso. Era la Sardegna dei cambiamenti, della modernizzazione, dei primi (timidi) tentativi di industrializzazione; era la Sardegna impegnata nel progressivo passaggio da una società di tipo rurale, fatta di piccoli paesi dalle radicate tradizioni e di un’economia basata sulla terra e sull’animale, a quella delle città, agglomerati urbani che hanno sì consentito di uscire da quella che il resto d’Italia chiamava “arretratezza”, ma che nei fatti hanno pure finito per tradire una cultura millenaria, unica e straordinariamente poetica, appiattendola nel nome del Capitale.

Non era in alcun modo un film a tesi L’ultimo pugno di terra, l’unico lungometraggio realizzato da Fiorenzo Serra dopo oltre quattro anni di riprese in una carriera per il resto portata avanti sulla corta distanza, non era un film necessariamente “contro”. Ma, per quanto non fosse apertamente schierato da questa o da quell’altra parte, per quanto nascesse come film di tradizioni e di poetica e non di filosofia e ideologie, quello di Serra era (anche) un film inevitabilmente politico, che volgendo l’obiettivo della macchina da presa sul Popolo non ha potuto fare altro che immortalare gli effetti del potere su chi lo subisce e come il radicale cambiamento della quotidianità fosse nei fatti imposto dall’alto, mettendo in luce le profonde contraddizioni sociali che ogni fase di transizione inevitabilmente comporta.
L’ultimo pugno di terra, agli entusiasmi che la committenza avrebbe voluto, preferiva i dubbi, la sincera preoccupazione di chi è legato a doppio filo alla propria terra e la sta vedendo cambiare, il serio rischio che il nuovo finisca per annientare il vecchio, azzerando una tradizione, una cultura, forse addirittura il senso stesso di appartenenza. Proprio per questo al tempo, all’occhio della Giunta Regionale che aveva precedentemente finanziato il documentario per sostenere e possibilmente celebrare il suo Piano per la Rinascita della Sardegna, il film di Fiorenzo Serra non piacque, o per lo meno al suo interno non piacquero le lotte sindacali dei minatori, non piacquero alcuni commenti della voce fuori campo che non si faceva problemi a definire “atroce” l’inserimento pressoché obbligato in una società che non era più quella della popolazione autoctona, non piacquero i momenti in cui L’ultimo pugno di terra si concentrava sul rapporto, ora di conflitti e ora di imposizioni e capi chini, fra il potere e il Popolo. Quando lo videro in anteprima nel 1964, gli assessori reputarono i contenuti del film pericolosi, troppo negativi, fino a pretendere tagli e modifiche che Serra dovette accettare, consegnando alla storia del cinema una versione del film edulcorata, più superficiale, più blanda, premiata nel ’66 al Festival dei Popoli ma lontana dal montaggio originario voluto e realizzato dal suo autore, rimasto invece per decenni negli archivi della Regione ricoperto da progressivi strati di polvere. Solo di recente, grazie al ritrovamento e al restauro eseguito dalla Cineteca Sarda in collaborazione con la Cineteca di Bologna, L’ultimo pugno di terra è tornato alla sua versione originale, senza che Fiorenzo Serra scomparso nel 2005 facesse in tempo a (ri)vedere il (suo) lavoro completato. Ma anche se “il documento audiovisivo più importante mai filmato in Sardegna” è oggi finalmente tornato al suo splendore originario, anche se è finalmente tornato a essere quello voluto dal suo autore, anche se è finalmente di nuovo possibile vedere quello che “si vede”, la richiesta esplicita di Serra era ed è sempre rimasta la medesima: parlare “del resto”.

Già, parlare del resto. Esattamente la direzione in cui si spinge Uno sguardo alla terra, nuovo lavoro di un altro documentarista sardo, Peter Marcias, che parte dall’opera di Fiorenzo Serra per universalizzare il suo discorso, per renderlo una Babele di voci, di volti e di luoghi traslando le sue immagini dai primi anni Sessanta a oggi, dalla Sardegna fino a Roma, Parigi, Barcellona, New York, Pechino, Manila, e soprattutto da uno sguardo cinematografico all’altro, da quello di sessant’anni fa di Serra a quello contemporaneo di Wang Bing, passando per quelli di Claire Simon, Brillante Mendoza, Vincenzo Marra, Jose Luis Guerin, Mehrdad Oskouei, Tomer Heymann, Sahraa Karimi, coadiuvati dagli occhi ancor più “critici” di Manlio Brigaglia e Piera Detassis. Il risultato è un film che dell’opera (non più) censurata mostra il meno possibile, perché quello che davvero conta è il suo senso, il suo significante oltre il significato, il suo effetto in chi la guarda, la sua nuova e costante ricontestualizzazione. Partendo dalla Sardegna e dal film che l’ha portata sullo schermo in tutta la sua più bruciante intimità, Marcias si interroga nel corso delle sue interviste sul ruolo e sulla funzione del cinema documentario, sull’importanza dello sguardo e dell’umanità di chi tiene in mano la macchina da presa, sulle motivazioni che portano ad accendere una videocamera per catturare la realtà dando voce a chi in genere non ne ha, e non certo in ultimo sui corsi e ricorsi storici della “modernizzazione” che ribalta l’arretratezza, per i quali la Sardegna di sessant’anni fa è così simile all’Afghanistan di oggi, e per i quali, forse, anche la Sardegna di oggi non è poi così dissimile da quella sospesa fra tradizione e urbanizzazione, ma anche fra ancestrale appartenenza e triste necessità di emigrare, rimasta fissata sui rulli di pellicola di Fiorenzo Serra fra il ’60 e il ’64. Come suggerito già dal titolo, Uno sguardo alla terra è prima di tutto un invito alla visione, nel quale chi in genere produce immagini è ora chiamato a guardarne, e nel quale le immagini portano a un discorso più ampio e universale dove le tematiche e la poetica di un film orgogliosamente amatoriale scritto con Zavattini oltre mezzo secolo fa diventano l’occasione per confrontarsi sul senso stesso di continuare a filmare il vero.

Si parte dall’archivio, dai rulli di pellicola, dalla moviola nei cui ingranaggi scorre L’ultimo pugno di terra, il film riscoperto. Come i caschi tutti uguali dei minatori negano la tradizionale vita agro-pastorale al sole e spersonalizzano gli uomini di Sardegna trasformandoli in meri individui, in numeri, in “forza lavoro” da masticare e sputare, quando non da costringere a partire verso la “terra straniera” che sia il “Continente” oppure la Germania, così la modernizzazione ha nei fatti spersonalizzato la Sardegna e i suoi abitanti, svuotandone le tradizioni più radicate fatte di abiti unici e immutabili e di donne che preparano la cartamusica mentre l’uomo è al pascolo. I tempi moderni annullano o quasi la profonda religiosità popolare magari votata a Santi mai ufficialmente canonizzati, mentre gli agglomerati urbani limitano il più possibile quel senso di appartenenza profonda e rigorosissima che solo un isolano può provare, con le sue mani immerse ogni giorno nella terra che gli ha dato i natali e la sua lingua, ben più che un semplice dialetto, che cambia radicalmente fra la Gallura e il Campidano.
Quella progressione verso il “nuovo” che negli anni Sessanta L’ultimo pugno di terra portava sullo schermo, quell’avanzare verso una “società civile” ben più standardizzata, invasiva e lontana dall’ontologia della Sardegna nella sua industrializzazione che svuota i campi, diventa oggi in Uno sguardo alla terra l’occasione per discutere di cinema e, appunto, di terra, del rapporto con i propri luoghi e della necessità di mostrarne la realtà, della poetica e della politica che possono scaturire dalle immagini. Fino a discutere della possibilità, forse illusoria, che il cinema del reale possa cambiare il mondo, o almeno limare qualcuna delle sue più evidenti storture. C’è chi, documentando le atroci condizioni di vita negli ospedali psichiatrici, è riuscito a fare in modo che i pazienti per lo meno non fossero più costretti all’umiliazione dei capelli rasati e della divisa da carcerati, ma c’è anche chi, remando sempre con amore dalla parte di chi è toccato e schiacciato dalla Cina del capitalismo di Stato contemporaneo, è perfettamente conscio che i suoi film non verranno mai proiettati in patria e che quindi mai potranno spostare una sola coscienza, ma continua a filmare per un bisogno etico e umano.

Il film ostracizzato e ritrovato di Fiorenzo Serra, mostrato agli intervistati che cambiano lato dello schermo e della macchina da presa trasformandosi in pubblico, in critici e in veri e propri protagonisti, diventa l’occasione per Peter Marcias per portare in un certo senso avanti l’opera di Serra, per aprirla al mondo e alla contemporaneità, per innestarla nel prisma di differenti punti di vista di chi la guarda e la assorbe. In un lavoro potenzialmente infinito, la Sardegna da isola differente da tutto il resto del mondo viene innalzata a metafora di ogni luogo e di ogni popolazione, di ogni società rurale e di ogni radicata tradizione, di ogni processo di modernizzazione e, non certo in ultimo, di ogni film che si approcci al reale, interrogandosi sulla personalità e sull’etica del filmmaker, sulla sua necessità di far emergere lati nascosti ma ancestrali della natura umana, sulla sua necessità di ragionare in termini che sappiano essere al contempo antropologici, psicologici e sociologici. Sono ambizioni indubbiamente alte, quelle di Marcias, ed è proprio nell’estremo innalzarsi di queste ambizioni che Uno sguardo alla terra trova anche i suoi limiti. Jose Luis Guerin, nel corso dell’intervista, parla di come un regista si possa spesso trovare a essere interessato da tutti gli stimoli che stanno intorno a lui, finendo per perdere la strada maestra come la perde un cammello senza più una guida, immobile nel deserto nella sua indecisione se puntare verso l’oasi o verso la successiva duna. Marcias, in tutto questo, è perfettamente consapevole di essere proprio quel cammello curioso impegnato in un progetto forse impossibile, e su questo cerca di giocare annullando i confini geografici in una grottesca soluzione di continuità fra i diversi paesaggi e le diverse personalità intervistate, portando in Sardegna chi è stato disposto a viaggiare e mettendosi personalmente in viaggio verso la Cina e le Filippine quando ha avuto la possibilità di mostrare il film di Serra a Wang Bing e a Brillante Mendoza. Alla lunga, però, Uno sguardo alla terra soffre della schematicità nella quale è intrappolato, con le stesse domande, destinate a rimanere rigorosamente fuori campo, ripetute a tutti gli intervistati, e con le loro risposte che non sempre risultano ugualmente illuminanti e illuminate. Se infatti Wang Bing, Jose Luis Guerin e Mehrdad Oskouei riescono quasi sempre, evidentemente stimolati dalla visione, a sviscerare pienamente la propria idea di cinema, di poesia e di verità, altri intervistati raramente riescono a elevarsi dalla banalità, raramente riescono ad aggiungere qualcosa a ciò che Serra aveva detto con le sue opere, raramente riescono a incanalare la conversazione in qualcosa di realmente interessante.

Del resto, non è Fiorenzo Serra il vero interesse del documentario di Peter Marcias presentato nella sua versione da 100′, dopo una serie di anteprime al di sotto dell’ora di durata, al Premio Corso Salani del Trieste Film Festival 2018, e forse non è nemmeno la “sua” Sardegna, che pure ancora oggi emerge dalla sua grana con tutta la sua cultura, con tutto il suo orgoglio, ma anche con le sue contraddizioni sociopolitiche del tempo e con tutti i dubbi del sardo che stava smettendo di riconoscere la sua terra. Fra gli straordinari spezzoni tratti da Serra e le considerazioni di chi ne ha appena visto l’intero lavoro, Uno sguardo alla terra vuole parlare del rapporto fra uomo e natura, di quello fra uomo e luogo, di radici e di violenza, di arretratezza e di modernità, di costumi (im)mutabili e di nostalgia, di tecnica cinematografica e di proletariato, di poetica e di censura, ma in questa baraonda tematica sembra spesso mancare, al di là della base di visione su cui ragionare, una vera e propria linea comune, un reale campo semantico sul quale impostare un discorso che sia davvero in grado di andare da qualche parte. Finisce per perdersi, il film di Marcias, finisce per bloccarsi nella sua voglia di sviscerare tutto, troppo, incapace di scegliere quali sentieri battere fino in fondo e quali abbandonare, scialacquando parte del suo potenziale in una bulimia tematica che inevitabilmente perde in lucidità, e che paradossalmente, nella volontà di allargare il più possibile il discorso, perde a tratti di vista quello che vorrebbe essere sempre il centro nevralgico, la Sardegna e le sue unicità, senza la quale L’ultimo pugno di terra non sarebbe mai potuto essere la base dalla quale partire. Ma, come fondamentale contraltare a quelli che possono essere tutti i problemi e le lungaggini di Uno sguardo alla terra, non capita tutti i giorni di poter vedere su uno schermo Wang Bing, o Claire Simon, o Jose Luis Guerin, e capita ancora meno di poter ascoltare dalla loro viva voce quelle che sono le loro idee sul cinema e sulla sua funzione. Così come, di certo, non capita tutti i giorni di imbattersi in immagini così datate eppure così fuori dal tempo, magnetiche e cristallizzate in un momento di eterno, come quelle che Fiorenzo Serra seppe girare nei primi anni Sessanta e che ancora oggi raccontano la contemporaneità, il presente, la società e le sue radici. Basta guardarle, basta “sentirle”, basta viverle. Basta saperci aggiungere, giorno dopo giorno, “il resto”. E questa capacità, a Uno sguardo alla Terra, non la può togliere nessuno.

Info
La scheda di Uno sguardo alla terra sul sito del Trieste Film Festival.
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