Forgotten

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Forgotten segna il ritorno alla regia di Jang Hang-jun, con un revenge movie che riesce a mescolare al proprio interno i generi più disparati, dall’horror al dramma familiare passando per l’action, con l’ambizione anche di raccontare la Corea del Sud della crisi economica del 1997, e forse anche d’oggi. Il suo limite è forse quello di immettere troppi contenuti, puntando sempre sul ribaltamento e sul colpo ad effetto. Al Far East 2018.

Fratelli di sangue

Il ventenne Yoo-seok trasloca in una nuova casa con il padre, la madre e il suo adorato fratello maggiore. Nella casa percepisce però immediatamente un senso di déjà vu e un certo disagio per il fatto che la stanza di fronte alla sua camera è inaccessibile, su esplicita richiesta del precedente proprietario. Dopo pochi giorni dal trasloco suo fratello viene poi misteriosamente rapito. [sinossi]

Interessante elaborazione del revenge movie, genere piuttosto battuto dalla cinematografia coreana e che annovera tra i suoi titoli più pregiati i maggiori film di Park Chan-wook, Forgotten è stato un buon incasso in patria sul finire dello scorso anno, quando è uscito, prima di essere distribuito su Netflix. I due attori protagonisti, Kim Mu-yeol e Kang Ha-neul, sono noti per i loro ruoli televisivi, e anche il regista Jang Hang-jun negli ultimi anni ha scritto alcune serie “abbandonando” per un po’ il grande schermo. Il suo ritorno al cinema è un lavoro estremamente articolato e ricco di ribaltamenti, una storia spaesante e non banale che unisce thriller, horror, action, dramma famigliare, in una cornice in cui è impossibile non ravvisare anche un chiaro intento politico.

La struttura narrativa è bipartita e conduce lo spettatore, nella seconda parte, su un terreno che inizialmente non possiamo davvero aspettarci: il protagonista, che soffre d’ansia e ha problemi emotivi, capisce che nella sua famiglia perfetta e molto amata qualcosa non torna. Da qui, con efficaci e talvolta veramente spaventosi innesti orrorifici, cominciamo a dubitare: il nostro è vittima di una macchinazione o è tremendamente paranoico? Facciamo giusto in tempo ad arrivare alla risposta – attraversando una prima, tesa, scena action – che Forgotten vira di nuovo all’improvviso in una direzione imprevedibile. Capiamo così che il fratello maggiore, fin da subito indizio privilegiato per dipanare la matassa e poi chiave di volta per la comprensione del film, non è proprio quel che sembra, così come non lo è Yoo-seok, e che i due sono in fondo volti opposti della comune ingiustizia della società che li circonda. Entrambi o hanno smarrito la propria identità o simulano di essere qualcosa che non sono per scoprire qualcosa che non sanno, ma in ogni caso cercano memoria e spiegazioni, altrimenti risucchiate in un buco nero interiore creato da un contesto che è cambiato e si è trasformato troppo in fretta, abbandonandoli alla solitudine. La vendetta, motivo dell’azione principale, non sarà quindi realmente possibile perché non ci sono qui veramente carnefici ma solo vittime. E in questo sta, sottotraccia ma evidente, il punto di caduta politico del film, “ambientato” nel 1997, quando la Corea del Sud è colpita da una crisi finanziaria e poi economica (anche se l’epicentro della pesante flessione delle Tigri Asiatiche fu la Thailandia) che si inserisce in una struttura ormai definitivamente capitalistica in cui gli individui non sono protetti nella propria vita o nella propria salute (come mostra Forgotten), ma l’uno contro l’altro e ognuno per conto proprio. È dunque in un momento di crisi, in cui le tradizioni (simboleggiate dai legami famigliari) divengono vulnerabili, che le persone possono (o sono costrette a) mutare, compiere cose di cui non si pensavano capaci, per poi non accettarlo perché quelle scelte non si armonizzano con l’idea che avevano di sé e del futuro che li avrebbe attesi. Di questo, in ultima istanza, parla il film di Jang Hang-jun, che non lascia spazio alla possibilità né di redimersi né di ottenere giustizia. L’intento ha una decisa ambizione, visto che il racconto prima horror, poi giallo, poi drammatico, sottende spunti più ampi che portano a una direzione complessivamente autoriale (è difficile non pensare a Old Boy ma pure ad alcune dinamiche narrative “alla Kim Ki-duk”).

Girato bene, impreziosito da momenti spaventosi e scene d’azione costruite con competenza, il limite di Forgotten è forse quello di risultare un po’ troppo infarcito. Di cambi di tono, di colpi di scena, di sconvolgimenti delle aspettative, di generi, di repentini attraversamenti di stili. Senza tregua. Il che alla fine dà una certa impressione di caos (e la certezza di non trovarci di fronte a un film asciutto). La ragione di queste scelte stilistiche è porre gli spettatori nelle stesse condizioni dei due protagonisti principali, i due fratelli, che in realtà ignorano cosa sta per capitare e quale sia la verità. Nonostante il senso sia chiaro, ugualmente la rapidità dei depistaggi e delle risoluzioni non è sempre condotta tenendo salde credibilità e tensione. Finale di partita ineluttabile, con una bella chiusura nell’ultima scena, Forgotten ha certamente il pregio di rendere fruibile, come film di genere, una riflessione non proprio conciliante sulla Corea degli ultimi 20 anni, un Paese che ha perduto la memoria e con essa la parte più genuina del proprio spirito.

Info
Il trailer di Forgotten.
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