Il demone sotto la pelle

Il demone sotto la pelle

di

Primo capitolo della serie Zona Cronenberg, attraverso cui ripercorreremo tutta la carriera del regista canadese, che a settembre riceverà a Venezia il Leone d’Oro alla Carriera. Si inizia con Il demone sotto la pelle (Shivers).

L’isola di cemento

L’Arca di Noè è un condominio di lusso alle porte di una metropoli: grazie ai suoi servizi esclusivi, che lo rendono quasi autosufficiente, gli abitanti possono sfuggire ai disagi e ai pericoli quotidiani della città, protetti in un luogo ovattato e sicuro. A turbare questo “angolo di paradiso”, l’omicidio di un’adolescente da parte di un uomo che, dopo averla dissezionata, si toglie la vita… [sinossi]

Il primo film non autoprodotto di David Cronenberg è un incubo psicosessuale che prende la forma di un body horror, le sembianze di un B movie sudicio ed essenziale, e in meno di 90 minuti mette in campo alcune delle idee destinate ad attraversare tutto il suo cinema. Ballardiano fino al midollo, Il demone sotto la pelle (1975, in originale Shivers, “brividi”) è già abbondantemente influenzato dal geniale letterato e dal romanzo che Cronenberg porterà sullo schermo 20 anni dopo, Crash, tanto che il finale del film – con gli abitanti del residence che, in macchina, escono dalla loro “zona protetta” per andare in città – sembra preconizzare la diffusione di quella “psicopatologia benigna” di cui si fa portavoce Vaughan nel libro di Ballard (che è del 1973). L’horror messo in scena è poi materializzazione di una “fantascienza del presente” interessata all’influenza che la tecnologia (o, nei primi film di Cronenberg e anche in questo, la medicina) ha nel risvegliare la radice non sessuale della sessualità e nel porre all’uomo nuove sfide adattive e creative, agli effetti che i sistemi normativi eccessivamente algidi hanno sulla psiche, alla repressione razionale che si ribalta in epidemia erotica, alla falsa coscienza di un’evoluzione umana che crede di aver superato la propria natura biologica e animale per finirne semplicemente travolta. Dunque a servizio di temi che Cronenberg dipanerà da qui ai decenni a venire.

Coevo proprio del romanzo Il condominio di James. G. Ballard (High-Rise, 1975), Il demone sotto la pelle è ambientato – come quel libro – in un condominio esclusivo alle porte di una metropoli, in cui pacati e civili borghesi vanno a vivere per sottrarsi ai disordini e ai pericoli quotidiani dei quartieri cittadini, riportati nel film dai notiziari televisivi in sottofondo. Il residence “Arca di Noè” viene presentato sui titoli di testa da una voce narrante (che ritroveremo sul sardonico finale) che pubblicizza le virtù del posto, capace di difendere le persone “dalla contaminazione della città”, privo di violenza e aggressioni, ma fornito di ristoranti, boutique, un supermercato, addirittura di un inceneritore di rifiuti e assistenza sanitaria. “Un’esistenza a misura dell’uomo”. Ovviamente nel “paradiso” quasi autosufficiente penetra qualcosa che si sottrae al controllo: si tratta dell’esperimento del folle dottor Emil Hobbes (Fred Doederlin), che si propone di riattivare la sessualità troppo sopita tramite un parassita e una cavia umana, la giovane Annabelle (Cathy Graham), conosciuta durante una visita medica (“le stava palpando le tette per la prova del cancro, a scuola”, un’altra immagine decisamente ballardiana), poi prontamente uccisa e dissezionata nel suo appartamento all’interno dell’Arca nella seconda sequenza del film, contraddistinta da un ironico montaggio alternato poiché l’omicidio-suicidio è inframmezzato con l’arrivo di una sorridente e stolida coppia, nuova ospite del luogo. L’ambiente unico in realtà è già diviso in questa sequenza (e a ben vedere fin dalla sua presentazione sui titoli, che si sviluppa in singoli e atomizzati scatti fotografici), fratturato in una bipartizione che si fronteggerà nell’intreccio in cui il rimosso/mostruoso avrà la meglio.

Inizialmente, superata la brutalità dell’omicidio di Annabelle, il contagio è ancora nascosto e Il demone sotto la pelle è pervaso di ironia grottesca. Sono molte le scelte brillanti e persino comiche, come quella del verme vomitato da uno dei primi contagiati, Nick Tudor (Alan Migicovsky), sull’ombrellino di un’anziana che passeggia, o quella dell’uomo di mezza età che desidera sembrare giovane e parla con entusiasmo delle “megavitamine” che fermano l’invecchiamento della pelle. Ironica risulta in realtà anche l’inizio della “famosa” scena in cui il verme fallico stupra l’iconica Barbara Steele nella vasca da bagno, strizzando l’occhio al soft-core. Ma il sarcasmo, proprio qui – la scena non a caso è a metà film – lascia il passo all’inquietudine e la mutazione della Steele non prelude a nulla di divertente. Da quel momento l’epidemia si propaga, l’appetito sessuale torna belluino e trionfante e il tagliente sfottò sulle idiosincrasie moderne dei borghesi lascia il posto all’incubo, plasticamente messo in scena in una seconda parte in cui l’orgia irrompe, i personaggi si trasformano in veri e propri zombie e la corruzione sociale si compie. I protagonisti sono ridotti a ruoli standardizzati, a funzioni utili a portare avanti la semplice trama con le sue nettissime suggestioni: c’è Roger (Paul Hampton), il dottore del residence presentato come l’eroe che salverà la situazione; c’è l’infermiera-aiutante Francis (Lynn Lowry) che ha una storia un po’ frigida con lui (gli si spoglia davanti senza ricevere alcuna reazione); c’è l’immancabile aiutante esterno che fornisce la spiegazione di ciò che sta avvenendo ed è destinato, una volta arrivato all’Arca, a fare una bruttissima fine. Ci sono poi ovviamente lo scienziato pazzo, il dottor Hobbes (chissà se il cognome è puramente casuale, considerato che il primo contagiato si chiama Tudor…) e la sua vittima Annabelle, la lolita che trasmette il “male” sessuale nel complesso residenziale. Ma soprattutto c’è il motore dell’azione, la malattia che si diffonde attraverso un parassita di forma fallica e dal colore fecale, un creatura davvero schifosa (e destinata a restare nell’immaginario) il cui contatto fa diventare chiunque un assatanato.

Attraverso una frattura interna e pochi caratteri meramente funzionali, in meno di 50 minuti Cronenberg tramuta il placido condominio in un’orgia di tutti contro tutti, in un delirio psicotico in cui gli abitanti fin troppo erotizzati irrompono negli appartamenti, si palpeggiano sui cofani delle macchine, escono dai pertugi delle porte dei sotterranei dove vediamo due bambine legate al guinzaglio che ansimano come cani, mentre padri incestuosi offrono le figlie adolescenti ad altri adulti e una bambina bacia un uomo trasmettendogli per via orale il disgustoso “vermone”. Una serie di invenzioni sceniche che sfruttano benissimo gli spazi e di immagini ardite e incubali di notevole impatto.
Girato in 15 giorni quasi tutto in interni, contraddistinto dall’unità di luogo, tempo (l’intreccio copre 24 ore) e azione, Il demone sotto la pelle sfrutta fino al midollo un ridotto budget e una struttura di genere per dare massimo agio possibile alla spiccata visionarietà del regista “in erba” e per puntellare gli interessi teoretici di Cronenberg, affascinato dalle mutazioni fisiche (il vermone si muove nei corpi producendo rigonfiamenti che ricordano quelli di Jeff Goldblum ne La mosca), dalla rapidità di propagazione della psicopatia di massa, dalle distorsioni prodotte dalla negazione dei conflitti e dei desideri. Paure inconsce e suggestioni ballardiane (“Ogni cosa è erotica, la morte è erotica, la malattia è l’amore di due creature contrastanti che cercano di unirsi”, dice l’infermiera Francis ma la frase potrebbe uscir fuori dalle pagine di Crash o de La mostra delle atrocità) sono elaborati con precisione dal regista 32enne, perfettamente concentrato sui propri obiettivi già nei suoi due film autoprodotti (Stereo e Crimes of the Future) e in questo. In cui – vale la pena annotarlo nuovamente – le automobili sono elementi ricorrenti: alle macchine fa menzione lo speaker che pubblicizza l’Arca (i residenti possono essere sereni lasciando le amate auto nel garage del residence), di auto parla pochi minuti dopo un assicuratore che dice di occuparsi perlopiù di macchine quindi di incidenti, nell’asfissiante garage si consumano rapporti sessuali e anche lo stupro che ammorberà l’infermiera. Quando Roger tenta di fuggire con la macchina viene messo in scena uno scontro “alla” Crash, con una vittima ben esibita, lamiere contorte e ammaccate, parabrezza sfondati. All’uscita delle auto verso la città è consegnato poi il finale, quando la coppia Roger/Frances, rinata e diversa (dopo che lei ha baciato veramente, in ralenti, il suo dottorino donandogli l’afrodisiaco verme e facendolo finalmente suo), andrà in macchina a risessualizzare il mondo. A contagiarlo. Un secco finale horror molto diverso da quello del melò sui generis che sarà Crash, ma che rimanda a una relazione molto stretta tra questi mondi e tra queste due opere (in fondo siamo sempre di fronte a una coppia che deve ritrovare una sintonia).

Ottimo successo al botteghino canadese e prontamente distribuito all’estero, Il demone sotto la pelle è già la piena dimostrazione dell’intelligenza prodigiosa con cui il regista è in grado di piegare qualunque genere o impianto narrativo ai suoi interessi, al suo universo concettuale, al suo pensiero sull’umano e sulla contemporaneità. Il demone sotto la pelle è, come molta fantascienza e molto horror di quegli anni (non è certo un caso che Cronenberg parta da questi generi), un film che espone idee forti sulla società e le sue dinamiche, una farsa grottesca sulla borghesia perbene, sul suo destino di implosione o disgregazione psichica, sulla violenza di ritorno da cui nessuno è immune. Questioni, a ben vedere, che affondano nella psicanalisi e nel surrealismo le proprie profonde radici. E rendono Il demone sotto la pelle una declinazione zozza, futuribile ed epidemica dei film di Buñuel degli anni Settanta.

Info
Il trailer de Il demone sotto la pelle.
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-09.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-08.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-07.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-06.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-05.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-04.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-03.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-02.jpg
  • il-demone-sotto-la-pelle-1975-shivers-david-cronenberg-recensione-01.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    Maps to the Stars RecensioneMaps to the Stars

    di Hollywood secondo David Cronenberg, un microcosmo attraversato da sensi di colpa, violenze segrete e stelle prive di luci. In concorso a Cannes 2014.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento