Vultures

Thriller nordeuropeo teso e tetro Vultures (Vargur) di Börkur Sigþórsson solleva interessanti questioni etiche, ma, sospeso com’è tra film di genere e dramma sociale, resta troppo a lungo incerto sulla strada da seguire. In concorso al TFF 2018.

Inside Killer

Erik rappresenta il volto ambizioso della moderna Islanda. Atli, un piccolo criminale appena uscito di prigione, è bloccato in una spirale discendente. Le profonde distanze tra i due fratelli svaniscono quando si ritrovano a lavorare insieme per fare entrare clandestinamente in Islanda una partita di cocaina, nascosta dentro degli ovuli di plastica inghiottiti da Sofia, una giovane spacciatrice polacca. Ma la situazione si complica quando la trasgressiva poliziotta Lena inizia a chiudere il cerchio intorno a loro. sinossi ufficiale del [Torino Film festival]

Esiste oramai una sorta di sottogenere cinematografico, adattabile a varie latitudini, utilizzi e sviluppi, che riguarda una “missione difficile” in cui incorrono esseri umani particolarmente fragili allettati da rapidi guadagni: è quello che racconta l’ingestione, trasporto e, auspicabilmente, evacuazione di ovuli di cocaina. Questo espediente narrativo, già alla base del dramma sociale Maria Full of Grace di Joshua Marston è stato avvistato di recente anche in Sangre blanca di Barbara Sarasola-Day, visto alla Festa del Cinema di Roma e ora fa capolino nel concorso del Torino Film Festival come canovaccio alla base del plumbeo thriller nordico Vultures (Vargur) di Börkur Sigþórsson.

Più che un monito – tale era, e niente più Sangre blanca – indirizzato verso chi pensa di intraprendere la perigliosa “carriera” di mulo della droga, Vultures si configura come un atto d’accusa contro la sete di denaro di un Nord Europa pronto a tutto pur di garantirsi una vita agiata. Bisogna guardarsi dagli avvocati. Questo è in fin dei conti il messaggio che emerge ben netto alla fine del film, dopo una serie di sfortunati eventi e un doppio binario criminale che vede da un lato il traffico di stupefacenti e dall’altro una speculazione edilizia. Il mix si rivelerà esplosivo per l’insospettabile, algido Erik (Gísli Örn Garðarsson), che lavora in un lustro studio di avvocati al quale ha appena sottratto un’ingente somma di denaro per finanziare il suo traffico di droga tra Copenhagen e Reykjavík. Ad aiutarlo è il fratello Alti (Baltasar Breki Samper), appena uscito di prigione, mentre il mulo a cui spetta l’onere di portare a termine il trasporto è la giovane Sofia (Anna Próchniak), esile ragazza madre polacca. La situazione si complica quando Sofia inizia a sentirsi male già durante il volo verso la capitale islandese, e si fa ancora più tesa quando, nella stanza d’albergo, la ragazza non riesce ad evacuare gli ovuli di droga per tre lunghi giorni.

È fatto soprattutto di questa lunga e sfibrante attesa Vultures, una sospensione temporale all’interno della quale Atli si trasforma nel criminale “buono” mentre il fratello avvocato si manifesta quale incarnazione luciferina di un capitalismo rampante e senza scrupoli.
In gran parte ambientato in una raggelante stanza d’albergo, Vultures non si limita però a mettere sul piatto il suo atto d’accusa contro la ricca società islandese contemporanea – di cui Erik è incarnazione – ma approccia, inizialmente con una certa solidità anche i topoi principali del thriller poliziesco. Per cui ecco sopraggiungere l’interessante personaggio di una detective di origine serba, una donna atletica, acuta e intransigente, che inizia a collegare i pezzi del caso, ben determinata a trovarne la soluzione. Al suo fianco, fa capolino a un certo punto anche Ingvar Eggert Sigurðsson, star del cinema islandese, visto di recente nei panni del protagonista di Storie di cavalli e di uomini; la sua resta però una breve comparsate, che poco aggiunge all’indagine in corso. Nel frattempo poi, la tensione cresce ad ogni spasmo della povera Sofia, il vero e proprio ordigno umano a orologeria che scandisce il ritmo del film.

Alla sua opera prima, il regista Börkur Sigþórsson dimostra di saper ben maneggiare i meccanismi del thriller, unendo ai bigi interni in cui tutto avviene (uffici, abitazioni, stanze d’albergo) squarci paesaggistici esemplificativi del marciume umano onnipresente, come ad esempio il suggestivo sfondo di una discarica con tanto di immondizia svolazzante. Non mancano poi i buoni sentimenti che emergono dalla contrapposizione tra il glaciale avvocato Erik e il fratello criminale Atli, naturalmente quest’ultimo si rivela assai più compassionevole nei confronti della povera Sofia, anche per via del fatto che entrambi hanno figli da cui fare ritorno.

La cosa più difficile per un thriller è però sempre quella: trovare una degna, ficcante conclusione. E in questo Vultures, sfortunatamente, manca il bersaglio. La risoluzione, con tanto di sparatoria finale con la poliziotta e bisturi affilato pronto a estrarre infine il carico di coca, risulta quasi improvvisa e in fin dei conti sbrigativa. Tutto si risolve in pochi minuti, i colpi di pistola sono frontali, quelli di bisturi poco rapaci (Vultures, dopotutto significa avvoltoi). Se dunque resta ben netto il severo atto d’accusa dell’autore nei confronti del nuovo capitalismo nordico, ben contento di poter sfruttare nell’anima e nel corpo chi è immigrato in loco per necessità, Vultures molla quasi all’improvviso la morsa di tensione che aveva costruito, per abbracciare la causa sociale e di denuncia che però era ben netta fin dall’inizio del film. Un colpo di scena ben orchestrato avrebbe certo giovato al film, senza per questo inficiare il suo nobile messaggio.

Info
La scheda di Vultures sul sito del Torino Film Festival.
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