Les héros ne meurent jamais

Les héros ne meurent jamais

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Cinéma verité, metempsicosi e un viaggio in Bosnia sono gli ingredienti di Les héros ne me meurent jamais di Aude Léa Rapin, interessante ma non del tutto riuscita riflessione sull’identità. Alla Semaine.

Gli eroi sono tutti giovani e belli

Joachim, 34 anni, è stato avvicinato in strada da un uomo che crede lui sia un soldato bosniaco morto il giorno in cui è nato Joachim. Convintosi di essere la reincarnazione di quel soldato, Joachim si imbarca dunque con la sua amica Alice e una piccola troupe cinematografica in un viaggio in Bosnia per rintracciare i dettagli della sua vita precedente. [sinossi]

È un esperimento assai interessante e coraggioso quello portato avanti dalla regista Aude Léa Rapin nella sua opera prima Les héros ne meurent jamais, presentata in proiezione speciale alla Semaine de la critique di Cannes 2019. Con fin troppo rigorosa adesione al sempre valido cinéma vérité, al punto che ogni ripresa è effettuata da uno dei personaggi (la maggior parte risulta realizzata dal misterioso Paul, mai visibile in scena), il film è fondamentalmente la storia di una grande amicizia, e di una catarsi.

Joachim (Jonathan Couzinié) ha 34 anni e vive a Parigi, dove una sera, un individuo di nazionalità slava afferma con certezza di averlo riconosciuto: lui è Zoran Tadic, soldato bosniaco torturato e ucciso il 21 agosto del 1983. E questa è proprio la data di nascita di Joachim, che si convince di essere la reincarnazione di Zoran. Con l’aiuto dell’amica Alice (Adèle Haenel), della microfonista Virginie (Antonia Buresi) e dell’invisibile cameraman Paul (incarnato dunque, in ultima istanza, dalla regista stessa), Joachim si imbarca in un lungo viaggio di espiazione in Bosnia, alla ricerca della propria identità o, per lo meno, di quella della sua vita precedente. La meta è la cittadina di Bratunac, poco distante dai luoghi in cui avvenne il massacro di Srebrenica, ma la morte del misterioso Zoran, è avvenuta un decennio prima dell’inizio della guerra in ex-Jugoslavia.

È un film alla continua ricerca di una connessione con il mondo, la storia, se stessi Les héros ne meurent jamais, che tramite i codici narrativi del road movie si spinge fino a lambire i rapporti nascosti, quasi evanescenti e onirici, di un parigino con una tragica pagina della storia recente. La giovane regista si lascia sedurre dai paesaggi attraversati e si accosta al reportage sia nel raccontare i vari personaggi incontrati che quando riprende poi le celebrazioni dell’anniversario della famigerata strage di Srebrenica. Si pone anche il problema di come raccontare i Serbi, ma la questione risulta assai marginale, liquidata con una semplice battuta. Ci sono d’altro canto diversi momenti che sfiorano i toni della commedia in Les héros ne meurent jamais, a partire dalla maniera in cui è tratteggiato il ruolo della vivace microfonista Virginie (Antonia Buresi), ma appaiono avulsi dall’insieme e da quel velo luttuoso che avvolge costantemente i personaggi.

Les héros ne meurent jamais resta infatti a tratti un film che lambisce i vari argomenti prescelti – il conflitto balcanico e le sue scorie, la reincarnazione – per scegliere poi la strada, forse più facile, di un discorso sul mezzo cinematografico come strumento di dichiarazione d’amore. Filmare è amare, questo è dunque il risultato ultimo di un’indagine che sembrava proprio contenere argomentazioni ben più ponderose e interessanti e che con le sue rivelazioni finali vira improvvisamente verso il melodramma, sciogliendo ogni tensione nel nome di un intimismo che nemmeno i riferimenti storici riescono a redimere.

Tutto d’altronde era già stato abbondantemente denunciato come “falso” nel corso del film, falso è il reportage, poco credibile la metempsicosi in stile cinéma vérité (i toni del grottesco sarebbero stati più adeguati), straniante infine la recitazione della pur volenterosa Adéle Haenel, al punto che viene da chiedersi se persino lei creda o meno in questa storia. E infine, troppo vera, troppo bruciante ancora la memoria della guerra.

Resta da ammirare in Les héros ne meurent jamais e il coraggio di un’operazione composita che, a prescindere dalla sua riuscita, e proprio in tutte le sue intermittenze riesce costantemente a tenere desto l’interesse. E infine non si può certo non avallare la tesi conclusiva del film: raccontarsi delle storie (e dunque fare cinema) è sempre il modo migliore per rendere più accettabile la realtà, in qualunque era e a qualsiasi latitudine.

Info
La scheda di Les héros ne meurent jamais sul sito della Semaine.
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