Psychosia

La prevedibilità è il tallone d’Achille di Psychosia, opera prima della danese Marie Grahtø Sørensen, presentata alla Settima Internazionale della Critica (SIC). E così, alla lunga, gli indizi disseminati e le ricercate specularità perdono forza narrativa, avvicinandosi pericolosamente all’esercizio di stile, allo sfoggio di una messa in scena indubbiamente accurata, ambiziosa, con più di una zampata visiva.

Persona

Viktoria è una singolare ricercatrice nel campo del suicidio, estremamente autodisciplinata, che viene invitata in un reparto psichiatrico per curare Jenny, una paziente con tendenze suicide. Nel corso di intime conversazioni notturne si crea tra loro un forte legame. Per la prima volta nella sua vita, Viktoria si apre e entra in stretto contatto con un’altra persona. Ma più le due donne si avvicinano, più diventa chiaro che non tutto è come sembra... [sinossi]

Parte da un’esperienza provata sulla propria pelle, da un difficile vissuto, la regista e sceneggiatrice Marie Grahtø Sørensen. Nella messa in scena di Psychosia, che è soprattutto messa in scena degli intricati labirinti della mente, c’è quindi una fortissima impronta personale, accompagnata dalla voglia di mettere lo spettatore di fronte a un mondo ai più sconosciuto. Ottimi propositi, amplificati dalle ambizioni estetiche, dagli echi inseguiti dei vari Bergman, Dreyer e Lynch. Cinema visceralmente autoriale e personale che cerca di misurarsi con una struttura narrativa decisamente più mainstream, consueta, già ampiamente utilizzata.
Il tallone d’Achille di Psychosia è infatti la sua prevedibilità, lo svelamento immediato di questo meccanismo narrativo, di questo accesso a una dimensione altra, partorita dalla mente della protagonista. Sgretolata l’impalcatura narrativa, colti i rimandi ai nomi altisonanti, il film della Sørensen appare depotenziato, come le traiettorie della protagonista.

Gli indizi disseminati e le ricercate specularità perdono forza narrativa, avvicinandosi pericolosamente all’esercizio di stile, allo sfoggio di una confezione indubbiamente accurata e con più di una zampata visiva. Alcune immagini non lasciano indifferenti, a partire dall’apparentemente scontato contrasto tra l’asettico bianco e la vernice rosso sangue. Allo stesso modo, il gioco di scatole cinesi delle visioni/illusioni/farneticazioni riserva snodi visivi interessanti, anche se la programmatica glacialità bergmaniana/dreyeriana di Viktoria è piuttosto didascalica.

Le pulsioni sessuali inseguono il desiderio di morte, di autodistruzione, in una contrapposizione eros/thanatos che diventa martellante, ossessiva. L’ospedale diventa uno spazio geometrico da sabotare, un foglio bianco da imbrattare. Attrazione e repulsione giocano la stessa partita e Psychosia ci cala in questo labirinto, ma non ci abbandona mai, mantenendo una rotta troppo lineare, purtroppo fuori tempo massimo.
Viene da pensare a un’altra pellicola presentata alla Settima della Critica, ma nell’edizione 2018: M (Experimental Film) di Anna Eriksson, non dissimile per ambizione e ispirazione, per i riferimenti alti, per un certo ammirevole coraggio. Ancora Lynch, ma questa volta in una sorta di adesione totale, senza rete. In entrambi i casi, nonostante le intenzioni e gli obiettivi, il risultato sembra lontano dalle premesse: M (Experimental Film) e Psychosia si portano dietro le scorie dell’opera prima, quello sfasamento tra il cinema amato e il cinema realizzato. Più che un eccesso di ambizione, un percorso appena iniziato.

Info
Psychosia sul sito della SIC.

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