Per grazia ricevuta

Per grazia ricevuta

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Primo lungometraggio diretto da Nino Manfredi, Per grazia ricevuta è una dolente riflessione sul rapporto tra individuo e condizionamenti socio-culturali. Intelligente, profondo, sorprendentemente ricco sul piano visivo, decisamente lontano dagli schemi della commedia. Assolutamente da recuperare. In dvd per Mustang e CG.

In una clinica sulle rive del mare viene richiamato d’urgenza un chirurgo per operare Benedetto Parisi, sopravvissuto a un tentato suicidio. Il disagio dell’uomo viene da un tormentoso rapporto, fin da piccolo, con la dimensione religiosa. Bambino vivace e curioso, orfano e cresciuto dalla zia in un isolato paesello rurale del Lazio, Benedetto sopravvive infatti alla caduta da un dirupo senza riportare neanche un graffio, e la credenza popolare attribuisce il salvataggio del bambino a un miracolo operato da Sant’Eusebio, suo nume protettore. Divenuto un adulto spaventato dal mondo, Benedetto vive e lavora presso un convento isolato di frati, in attesa di una “chiamata divina” alla vita religiosa che però non arriva mai. Arrivano costantemente invece le chiamate alla vita profana, poiché Benedetto nutre forti curiosità per le donne. Sono gli stessi frati a incoraggiarlo a uscire nel mondo. Messosi a fare il venditore ambulante, l’uomo deve tuttavia affrontare enormi ostacoli per inserirsi in una realtà a lui completamente sconosciuta…[sinossi]

L’essere umano, questo strano oggetto. Capace di concepire se stesso (libertà) e la negazione di sé (qualsiasi forma di opprimente interdizione culturale). Venuto a segnare l’esordio in lungometraggio di Nino Manfredi dietro la macchina da presa, Per grazia ricevuta (1971) riscosse al tempo della sua uscita un ottimo successo di critica e pubblico, raccogliendo il premio alla migliore opera prima al Festival di Cannes e piazzandosi in testa agli incassi italiani della stagione. A rivederlo oggi, tale felice incrocio tra apprezzamento di specialisti e di spettatori appare anche decisamente sorprendente. Per grazia ricevuta è infatti tutto fuorché un film di consumo immediato, conserva pochissimo della commedia e si colloca per lo più in una dimensione astratta e sospesa, autoriflessiva e dolente. Per il suo esordio come regista di lungometraggi, a cui seguirà un solo altro film dieci anni dopo (l’irrisolto ma affascinante Nudo di donna, 1981), Manfredi scelse di dedicarsi a un racconto fortemente autobiografico, che rievocasse il contesto della sua infanzia e la pesantezza dei relativi condizionamenti sociali.

Sul piano stilistico tuttavia, spiazzando forse le aspettative di chi era abituato a vederlo nei panni di uno dei colonnelli della nostra commedia, Manfredi optò per un deciso allentamento dei meccanismi della risata, fuggendo da immediati effetti di intrattenimento e adagiandosi al contrario in un soffuso sentimento di surrealtà e malinconia. Di una delle letture della commedia di casa nostra, quella del survoltato bozzetto sociale, resta soltanto un generale grottesco riservato a un contesto rurale e provinciale, che si affida intensamente alla macchietta e alle tinte forti. Tuttavia Manfredi fa un uso intelligente di quel colore locale, piegandolo a una più generale estremizzazione del grottesco che conduce fin dentro all’astrazione. Qua e là, nel quadretto di una società italiana agreste tutta votata al rispetto di una religione ridotta ai limiti della superstizione, Manfredi sembra evocare reminiscenze felliniane, dove il grottesco si avvale non soltanto della caricatura psicofisica e del pacchiano rito collettivo, ma si scatena anche in precise scelte visive, soprattutto tramite l’utilizzo di colori accesi e contrastanti.

Spesso l’inquadratura di Per grazia ricevuta si affolla di elementi, secondo le linee di un kitsch consapevole e insistito – si pensi al camioncino di venditore del protagonista Benedetto, che esplode di manichini e indumenti di biancheria, alle luci artificiali colorate, o alla bruttezza inaudita della statua di Sant’Eusebio intagliata nel legno. Il risultato è un punto di grottesco fortemente personale e originale, pochissimo somigliante a qualsiasi altra ascendenza di casa nostra. Oltretutto, tale gusto per il grottesco si sposa a un suo costante depotenziamento tramite la sospensione surreale e il racconto intrapsichico. Presentando all’esordio il protagonista Benedetto Parisi reduce da un tentativo di suicidio, di lì in poi Manfredi snoda infatti il racconto scegliendo una generale e affascinante rarefazione degli elementi di realtà. La clinica dove si tenta di salvare Benedetto è isolata sulle rive del mare; all’interno di essa appaiono solo pochi personaggi, sorta di proiezioni intrapsichiche e memoriali del protagonista, collocati in un limbo tra vita e morte dove ha luogo un bilancio esistenziale composto di flashback e amare riflessioni. Nelle sequenze dedicate al “presente” del racconto presso la clinica sembra di assistere a una timida versione tutta italiana di un racconto bergmaniano, dove sul tavolo dello psicologo ci finiscono di nuovo un confronto tra sacro ed essere umano, riletto secondo chiavi molto più terrene e contingenti rispetto agli assoluti del Maestro svedese. E Manfredi non sembra neanche ignaro del lascito di Italo Svevo, delineando il suo Benedetto Parisi come una sorta di rilettura naif e contadina della tormentosa inattività di Zeno Cosini.

Come ai protagonisti di Bergman, anche al buon Benedetto tocca confrontarsi infatti con l’oppressione del Sacro, qui ricondotto a un piano più eminentemente sociale. Nella campagna italiana narrata la religione è ai limiti dell’adorazione del feticcio, e a tale costante oppressione, tra santini e onnipresenti parroci, si accompagna un’insistita sessuofobia. È altrettanto diffuso il miracolismo, cosicché Benedetto, caduto in un dirupo da bambino e sopravvissuto senza un graffio, finisce da adulto in una strana condizione, a mezza via tra la vocazione clericale e i richiami della realtà. Di fatto Benedetto è un incompiuto; portando in sé uno schiacciante senso di colpa e di riconoscenza verso il Sant’Eusebio che si dice l’abbia miracolato, da grande è un eterno bambino che non vuol crescere, impaurito dal mondo, isolato in un convento insieme ai frati in attesa di una “chiamata divina” alla vita ecclesiastica che non arriva mai. Perché fortissima è invece la chiamata della realtà. Pur dovendo combattere coi sensi di colpa, Benedetto è infatti fortemente incuriosito dalle donne, salvo poi trovarsi del tutto incapace di dedicarsi ai piaceri della carne, schiacciato com’è dai complessi culturali che il suo contesto sociale gli ha inculcato.

A suo modo, Benedetto Parisi è dunque un caso sveviano da manuale psicanalitico. Condannato alla nevrotica inattività, spaventato dal mondo e al contempo incapace di elevarsi a una vita solo spirituale, Benedetto è una bozza incompiuta di un essere umano, in cerca di continue protezioni che lo schermino dall’incontro con la realtà. Prima saranno i frati, poi il bizzarro anarchico interpretato da Lionel Stander (doppiato in fiorentino!), nel quale l’orfano Benedetto trova un padre e anche un’eccentrica chiave di lettura della vita più in linea con le proprie necessità. Di fatto Per grazia ricevuta si delinea a poco a poco come un bildungsroman in cui è in gioco la costruzione di un’identità, in cerca di un proprio profilo che sia quanto più libero da qualsiasi condizionamento – dopo essersi scrollato di dosso il giogo sessuofobico della religione, Benedetto dovrà affrancarsi pure dal padre putativo Oreste-Lionel Stander scoprendone la debole permeabilità al meccanico rito religioso sul proprio letto di morte. Per far questo, Manfredi si avvale di un armamentario audiovisivo sorprendentemente ricco, che si fa forte di uno splendido lavoro di Armando Nannuzzi sul colore. L’espressività cromatica si abbina costantemente a un grande lavoro intorno alla deformazione del profilmico, in particolare nella sezione dedicata all’infanzia di Benedetto. Pedinando il bambino tra una marachella e l’altra, tra una curiosità erotica e un rimprovero del parroco, Manfredi evoca soprattutto una costante dimensione di “incubo culturale”, in cui Benedetto non fa che nutrire e accrescere in sé paure infantili trasformandole a poco a poco in tabù e interdetti adulti. Tale dimensione incubatica è perseguita tramite ripetute deformazioni visive, spesso affidate a disinquadrati primi piani con angolate fughe prospettiche. L’evocazione di un orizzonte surreale è poi riconfermato nella sezione ambientata al convento (i frati conficcati con le teste nella parete). È altrettanto apprezzabile il tocco gentile che l’esordiente regista dimostra nel trattare un caso di impotenza.

Manfredi azzecca gli accenti nell’incontro tra Benedetto e Giovanna, entrambi con un rapporto complicato nei confronti del sesso e capaci di costruire un rapporto di profonda comprensione reciproca, culminante nel rifiuto congiunto del matrimonio religioso. In cotanta ricchezza espressiva, Per grazia ricevuta conferma una volta di più grande intelligenza di scrittura nello scioglimento, quando il tentato suicidio assomma in sé una sfida al sacro e il bisogno di espiazione tramite un secondo vissuto traumatico che ricalchi il “miracolo” dal quale una vita è uscita (forse) irrimediabilmente segnata. Solo suicidandosi e sopravvivendo ancora, forse Benedetto potrà completare davvero il recupero di se stesso.

Anticlericale ma non di pancia, bensì di profonda e consapevole capacità analitica, Per grazia ricevuta mostra un autore giunto al suo primo lungometraggio che forse non padroneggia saldamente i ritmi narrativi, caratterizzati da strani allentamenti e accelerazioni, ma assolutamente capace di proporre una propria idea di cinema. Oltre alla profondità della riflessione colpisce la ricchezza visiva, significativamente intrecciata a un racconto che vuol essere materia intrapsichica, sogno, incubo pre-mortem, bilancio di una vita. Mai vissuta, sprecata, regalata all’ingerenza dell’altro. Forse sopravvivere due volte è l’unico modo per rinascere. O per nascere, finalmente, per la prima volta. Extra: assenti.

Info:
La scheda di Per grazia ricevuta sul sito di CG Entertainment.

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