I complessi

Warner Bros ripropone in dvd I complessi, uno dei film a episodi più riusciti della nostra commedia anni Sessanta. Con il famoso personaggio del Dentone di Alberto Sordi, ma anche con due ottimi Nino Manfredi e Ugo Tognazzi.

Nella grande famiglia della commedia all’italiana anni Sessanta, merita un discorso a parte il fortunato sottogruppo del film a episodi. Oggetto eminentemente industriale, si configurava come un’operazione spesso produttivamente “perfetta”: si potevano assoldare più mattatori per lo stesso film, contenere i costi, incentivare gli incassi (più primattori nello stesso film non potevano che attrarre più ampie fette di pubblico), e preservare il fiero e orgoglioso protagonismo dei nostri colonnelli della commedia, riservando a ciascuno di loro un singolo segmento in cui essere istrioni solitari e assoluti. In qualche modo, tale pragmatismo industriale era anche segnale di sanissime condizioni del settore: se la nostra cinematografia poteva permettersi di ragionare secondo tali termini “merceologici”, ciò non faceva che confermare l’esistenza di una vera industria, ben funzionante e soprattutto pluralistica, in cui coabitavano numerose case di produzione che si combattevano spazi e incassi in un effettivo mercato, vivo e pulsante. Il film a episodi, quindi, appare una sorta di termometro, un attestato di buona salute; talvolta lo spirito industriale si faceva prendere un po’ la mano, e nel film a episodi ci finivano dentro sceneggiature scartate, bozzetti dalla scrittura esile e facilona, affidati poi al puro e semplice appeal remunerativo dei nostri migliori attori. Così come i migliori registi della commedia all’italiana si prestavano a tale gioco per ragioni altrettanto alimentari.

I complessi (1965), riproposto in home video da Warner Bros, si allontana da questo schema, e anzi viene una volta di più a riconfermarci che da una situazione iper-industriale possono vedere comunque la luce prodotti di altissima professionalità e di pregnanza stilistica. Il film è molto amato e stampato nella memoria collettiva soprattutto per l’episodio “Guglielmo il Dentone” con Alberto Sordi, ma a uno sguardo più attento rimane forse il più debole dei tre, quello in cui il profilo del macchiettone comico prevale su tutto il resto, a scapito della scrittura e della compattezza narrativa.
Il film nasce secondo le linee produttive del film a episodi di cui parlavamo più sopra: tre brevi storie, tre mattatori (Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi), tre autori di commedia e non solo (Dino Risi, Franco Rossi, Luigi Filippo D’Amico), un titolo collettivo che richiama vagamente un filo conduttore unificante, assolutamente pretestuoso (qui sono i complessi, altrove erano mariti, mogli, fate, “streghe”, oppure un’idea di novella aggiornata agli anni ’60: il kolossal del film a episodi Boccaccio ’70), e tre realizzazioni che divergono più o meno sensibilmente una dall’altra. In altri casi, i tre episodi risultavano del tutto altalenanti e disomogenei; in altri casi ancora, gli episodi esistevano addirittura a prescindere dal progetto del film collettivo, e solo successivamente venivano affiancati ad altri episodi per giungere alla durata di un lungometraggio. I complessi, invece, mostra una maggiore compattezza e una solidità di struttura che quasi trasforma realmente tutto il film in un’opera unitaria e indivisibile. E’ la sostanza più profonda della commedia all’italiana anni Sessanta ad attraversare il film per tutta la sua durata: l’Italia del boom, del neo-consumismo, della vita incanalata in nuovi rigidi percorsi, della progressiva scomparsa di un approccio spontaneo all’esistenza verso forme sociali e individuali dominate dalla coazione a ripetere, dell’ipocrisia, del conformismo e della censura democristiana, delle neonate retoriche televisive.

Dalla gita aziendale del primo episodio, alla censura cinematografica del secondo, all’idea di decoro televisivo del terzo, assistiamo a tre brevi storie che affondano decisamente nel tessuto sociale dell’epoca, facendosi forte degli strumenti migliori della nostra commedia al suo massimo splendore. Tuttavia, le singole personalità dei diversi autori conservano ugualmente una loro indipendenza creativa: stilisticamente i tre episodi mostrano infatti sensibili differenze. Sia sotto il profilo del racconto filmico, sia di una maggiore finezza di sceneggiatura, il segmento con Nino Manfredi, diretto da Dino Risi, resta senz’altro il migliore. In questo caso il “complesso” raccontato è quello della timidezza, ma in realtà è riduttivo parlare in questi termini. L’impiegato Quirino, impersonato da Manfredi, racconta in filigrana un nuovo tipo sociale, diretta conseguenza di mutate condizioni antropologiche. Più che timido, Quirino è vittima di schemi moralistici, e terrorizzato all’idea di non essere amato o escluso dal consorzio sociale. La sua è un’endemica mancanza di volontà, di capacità d’imporre i propri desideri. Così, lasciandosi trascinare dagli eventi, finisce per corteggiare suo malgrado una collega poco avvenente, mentre l’altra a cui ambisce da tempo sarebbe pure disposta a farsi sposare. Rispetto a Tognazzi e Sordi negli altri due episodi, Manfredi è forse il più umile, il meno istrione. Mette la sua forza protagonistica a servizio di una breve storia molto significativa, la cui scrittura porta i segni inconfondibili della coppia Ruggero Maccari-Ettore Scola. La finezza di regia è pure sensibilmente diversa rispetto agli altri segmenti. Dino Risi fa un uso sapiente del campo lungo in apertura di episodio, per adottare poi anche intelligenti e non insistiti piani-sequenza nella scena del party. Altrettanto acuto è l’uso dei piani d’inquadratura: quando Manfredi e la sua amata Ilaria Occhini si proteggono dalla pioggia sotto una capanna, la macchina da presa gioca abilmente tra gli avvicinamenti e gli allontanamenti di Quirino nella profondità di campo.

Ugo Tognazzi, invece, è protagonista di un bozzetto che conserva ancora una sua solidità narrativa, ma che appare assai più focalizzato su una figura centrale “mostruosa” (la retorica dei “Mostri” resterà ben salda nella commedia all’italiana per tutto il decennio e oltre). Il mostro di perbenismo e ipocrisia è un tal professor Gildo Beozi, cattolico, moralista e per questo assai prolifico (è in attesa del quarto figlio), ricoperto di incarichi istituzionali e per questo gelosissimo del proprio decoro borghese. L’ossessione per un filmetto peplum in cui sua moglie appare a seno nudo per pochi secondi lo condurrà in una catena di eventi in cui finirà per perdere davvero il decoro da lui tanto preservato. Bozzetto rapido e di scrittura meno sottile, l’episodio di Franco Rossi resta interessante sia per la bella caratterizzazione di Tognazzi, sempre bravissimo nel tratteggiare figure di patetici mostri, sia per l’attacco diretto alla censura cinematografica. Non è né la prima né l’ultima occasione in cui in quegli anni il cinema italiano parla di se stesso e delle sue difficoltà ad avere piena e libera espressione.

Infine, il Dentone di Alberto Sordi, l’episodio più proverbiale de I complessi. In questo caso domina incontrastata la macchietta sordiana, che conserva a sua volta una sua mostruosità, non per i denti enormi bensì per la sua viscerale antipatia, saccenza, arrogante arrivismo. Ma stavolta l’arroganza tipica dei personaggi sordiani è del tutto in empatia con lo spettatore, spinto a deprecare i dirigenti Rai che vogliono invalidare un concorso pubblico perché a loro avviso è inaccettabile mostrare un “dentone” in tv. Anche in questo caso il racconto s’impernia sui nuovi profili antropologici anni Sessanta e su rinnovati moralismi di decoro. L’impatto sociale della neonata tv, in quegli anni, fu enorme, e per una delle prime volte “Guglielmo il Dentone” venne a raccontare quanto di preconcetto e falsificante vi fosse dietro l’inedita forma di decoro televisivo.
Dei tre episodi, però, resta il più debole, radicalmente innamorato del suo esilarante personaggio centrale da non preoccuparsi di costruirgli intorno un vero racconto. Non a caso, Sordi si sceglie il regista meno “autore” dei tre. Con Luigi Filippo D’Amico, anzi, Sordi aveva già instaurato e confermerà successivamente un sodalizio artistico fondato sul proprio protagonismo. Un solido e affidabile mestierante per un attore che ama legittimamente essere l’incontrastato mattatore.

Nel suo insieme, comunque, I complessi rimane una delle punte più alte del nostro film a episodi, e probabilmente di tutta la nostra commedia anni Sessanta. Ribadiamo, un’industria seria e solida può dare vita a un ottimo cinema anche quando progettato su intenzioni fortemente commerciali. Ogni confronto con l’attuale commedia italiana a episodi, che pure sta vivendo una stagione di grande riscoperta, è impietoso, se non improponibile.

Il dvd è di ottima qualità, ma mostra extra quasi assenti. E’ disponibile infatti solo il trailer originale del film.

Info:
La pagina dedicata a I complessi sul sito della Warner Bros. Home Video

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