My Little Sister

In un concorso della Berlinale per ora decisamente convincente, tocca alle svizzere Stéphanie Chuat e Véronique Reymond invertire anche solo momentaneamente la rotta. Il loro My Little Sister, racconto di una donna che deve affrontare la malattia che ha colpito il fratello gemello, brillante attore teatrale, contiene al proprio interno tutti i ricatti e i mezzucci della peggiore cinematografia del dolore. A nulla valgono gli sforzi attoriali di Nina Hoss e Lars Eidinger, impegnati nei ruoli dei gemelli.

Ricordati che devi morire

Lisa ha rinunciato alle sue ambizioni di drammaturga a Berlino e si è trasferita in Svizzera con i suoi figli e suo marito, con il quale gestisce una scuola internazionale. Quando suo fratello gemello Sven, attore protagonista al teatro Schaubühne di Berlino, si ammala di leucemia, Lisa ritorna nella capitale tedesca. Le sue speranze di tornare sul palco danno a Sven la forza di cui ha bisogno per combattere la malattia. Ma quando le sue condizioni peggiorano e sua madre, anche lei attrice, si dimostra inaffidabile, Lisa prende le redini e riporta suo fratello in Svizzera. Spera che i nuovi trattamenti, la vita familiare e l’aria di montagna possano fare un miracolo. Fratello e sorella, Berlino e Svizzera, vita e teatro, malattia e salute. [sinossi]

Non esistono tabù per quel che riguarda il racconto per immagini. È lecito parlare e approfondire i temi più disparati, ed è altrettanto lecito scegliere i punti di vista più differenti per farlo. Ci sono materie però che meritano una mano più gentile, meno rozza, maggiormente in grado di affrontare quel che deve divenire immagine con sguardo attento, scrupoloso, perfino rispettoso. Uno dei temi che dovrebbero essere affrontati con scrupolo è senza dubbio la malattia terminale, quel periodo d’angoscia in cui non si sa se si riuscirà a uscire indenni da ciò che ha minato il corpo in profondità. Tra le pieghe del dolore umano, e ancor più della paura tangibile di non esistere più, di terminare la propria esistenza, si annidano pericoli notevoli per chi decidesse di lanciarsi a corpo morto nella narrazione. Si rischia il patetico, ovviamente, ma ancora di più si rischia di frugare con morbosità nell’animo dei propri protagonisti, quasi a voler rubare una lacrima in più, in una rappresentazione eternamente mediocre della via crucis. Tutti questi rischi fanno crollare fin dalle primissime sequenze un film come My Little Sister (in originale Schwesterlein, letteralmente “sorella”), scritto e diretto a quattro mani dalle svizzere Stéphanie Chuat e Véronique Reymond, già autrici un paio di anni fa del documentario Les Dames, in cui indagavano la vita intima di alcune sessantenni. Qui, al primo lungometraggio di finzione, Chuat e Reymond decidono di raccontare la storia di due gemelli sulla quarantina, Lisa e Sven. Berlinesi, figli di figure rilevanti del teatro tedesco, i due hanno separato le loro strade quando Lisa ha abbandonato l’idea di scrivere per spostarsi in Svizzera, dove gestisce insieme al marito una scuola internazionale e cresce i suoi due bambini. Sven è invece divenuto un nome importante nella scena teatrale berlinese, specializzandosi nel personaggio dell’Amleto. Ben poco amletico è però il dubbio di fronte al quale lo pongono le due registe: non è troppo difficile la scelta tra voler guarire e voler morire quando si è attaccati da un cancro.

La prima inquadratura, che vede Sven nella camera sterile, già evidenzia quelle che saranno le scelte della sceneggiatura: puntare l’accento sul dolore in ogni modo possibile e immaginabile, rimarcando con tanto di dettagli (le mani di Lisa mentre prepara un caffè, tanto per fare un esempio concreto) la fatica del vivere una situazione così estrema, e che può portare anche alla morte. Una volta intrapreso un percorso di questo tipo in realtà la drammaturgia si fa fin troppo facile: si dovrà infatti solo scegliere se il protagonista ha diritto a continuare a vivere o se dovrà soccombere di fronte alla malattia per garantire un surplus di lacrime agli spettatori. Lacrime forzate oltre ogni dire, ricercate al punto da ricorrere a stratagemmi davvero scorretti, come l’evidenza dei lividi che hanno oramai invaso il corpo di Sven o un improvvido volo in deltaplano sulle montagne svizzere. Per rimpolpare poi il tutto, e provare a dare un senso anche al personaggio di Lisa – evitando almeno di ridurla al mero ruolo di crocerossina – Chuat e Reymond architettano un mondo esterno a quello dei due gemelli a dir poco ferale, crudele ai limiti del sadismo. Che senso ha che il regista storico di Sven non solo si premuri annullando le repliche dell’Amleto per puntare su un nuovo spettacolo (e non ci sarebbe nulla di così scandaloso) ma addirittura arrivi a negare a Lisa anche solo la soddisfazione di dare una rapida letta al testo teatrale che sta approntando sul/per il fratello morente? E come si giustifica il comportamento sempre più egoista e truffaldino del marito della donna? Facile, avendo un nemico principale invisibile bisogna trovare materializzazioni che diano un senso alle frustrazioni e alle rabbie dei due protagonisti. Ennesima dimostrazione della scarsa qualità di una scrittura tesa solo al climax, all’elemento dirompente, cui fa seguito una regia altrettanto spettacolare, e quindi vacua, priva di alcuna reale forza emotiva e stilistica.

A provare a salvare dal naufragio My Little Sister sono solo Nina Hoss e Lars Eidinger (lei è stata per anni la musa di Christian Petzold, con cui vinse l’Orso alla migliore interpretazione femminile per Yella nel 2007; lui si fece notare in Alle Anderen di Maren Ade, poi ha lavorato tra gli altri con Olivier Assayas, Hans-Christian Schmid, Peter Greenaway e Claire Denis), ma è impossibile trovare verità in personaggi che sono stati costruiti solo per essere funzioni, agenti di una lacrima dello spettatore, e nulla più. E se il cast può giustificare la presenza alla Berlinale del film – si tratta pur sempre di due delle star del cinema tedesco odierno –, sarebbe stato preferibile non vederlo partecipare a un concorso che per il resto sta regalando non poche soddisfazioni.

Info
La scheda di My Little Sister sul sito della Berlinale.

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