Geometria

Geometria

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Tutti i cinefili sanno che Guillermo del Toro esordì nel 1993 con Cronos. Eppure per prepararsi a quel primo lungometraggio il regista messicano girò un gran numero di corti, per l’esattezza dieci: di questi sono stati resi visibili solo due, uno dei quali è Geometria, irridente pastiche comico-horror che gioca già con gli stilemi del genere.

La matematica non è un’opinione, neanche per i demoni

Una vedova messicana riceve una lettera in cui il liceo frequentato dal figlio le annuncia che il ragazzo verrà bocciato in geometria. La donna si arrabbia con il giovane, che le promette che non sbaglierà più un esame e si rinchiude nella sua cameretta con l’intenzione di invocare un demone che esaudisca questo suo desiderio… [sinossi]

Nel maggio del 1993, all’interno della selezione della Semaine de la critique a Cannes, gli addetti ai lavori si imbatterono in Cronos, bizzarra narrazione di alchimia, vampirismo e amore parentale che segnò l’esordio alla regia di un lungometraggio per l’allora ventinovenne messicano Guillermo del Toro. Il film, accolto con grande favore sulla Croisette, si portò a casa il premio principale della sezione, sbaragliando la concorrenza – la Semaine quell’anno ospitò tra gli altri anche l’esordio di Francesco Ranieri Martinotti, l’oramai dimenticato Abissinia –; un riconoscimento che spalancò a del Toro le porte di Hollywood, visto che il successivo Mimic (1997), in cui degli enormi insetti invadono New York, fu prodotto dalla combattiva Dimension Films. La carriera di del Toro spiccò dunque il volo, tra successi di critica e di pubblico, riflessioni sul franchismo (La spina del diavolo, Il labirinto del fauno) e debordanti creature fantasy, fino alla consacrazione internazionale ottenuta tra il 2017 e il 2018 con La forma dell’acqua, dapprima premiato con il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e quindi subissato di premi Oscar, compresi quelli per miglior film e miglior regia. In questo trentennio o poco meno ci si è perfino dimenticati degli esordi di del Toro, al punto da non porsi neanche più la domanda cruciale: cosa c’era prima dell’opera prima? Un quesito che torna invece a riecheggiare ora che il nuovo film, l’undicesimo della sua carriera, quel Nightmare Alley su cui si vagheggia da tempo – in Italia uscirà con il titolo La fiera delle illusioni –, è stato finalmente distribuito su suolo statunitense, andando incontro però a una risposta del tutto deludente del pubblico, destino che Nightmare Alley condivide con il sommo West Side Story di Steven Spielberg. Ma d’altro canto chi può pensare di questi tempi di spuntarla sull’Uomo Ragno?

Non è inusuale che i registi in erba decidano di farsi le ossa portando a termine lavori sulla breve distanza: anzi, la maggior parte delle scuole professionali di cinema sparse in giro per il mondo utilizzano il cortometraggio come vera e propria materia didattica, il terreno di gioco ideale per mettere alla prova quelli che si spera possano diventare i futuri autori. Stando così le cose non c’è dunque da stupirsi se anche Guillermo del Toro sia partito da lì, ma c’è un piccolo mistero che riguarda questi suoi film brevi: nessuno ha mai potuto vederli, con l’eccezione di due. Neanche si trattasse dell’ala segreta del castello nella quale nessuno deve mai mettere piede, o dell’ultima stanza chiusa a chiave da Barbablù, della maggior parte dei corti del giovane del Toro non è dato sapere nulla, per sempre celati agli occhi del pubblico di cultori. Le eccezioni, come scritto dianzi, sono solo due, e riguardano Doña Lupe, che del Toro diresse nel 1983, ad appena diciannove anni, per poi chiudere effettivamente il montaggio solo nel 1985, e Geometria, diretto nel 1987. Due lavori che in qualche misura creano già una dialettica interna al cinema del giovanissimo cineasta messicano. Opposta è la durata, con Doña Lupe che si attesta attorno alla mezz’ora e Geometria che si chiude ben prima dei dieci minuti; opposta la tensione dell’immaginario, visto che il primo è un horror che flirta con il noir e il mystery, mentre il secondo è una commedia che sfrutta l’elemento orrorifico come estremo sberleffo; opposto è in fin dei conti anche il risultato finale, perché se Geometria merita di essere riscoperto, non fosse altro per la sua riuscita dissacrazione del genere, Doña Lupe appare in tutto e per tutto acerbo, frutto di una grande passione cinefila ma di una consapevolezza ancora zoppicante del proprio sguardo.

“Qui non c’è nulla, solo il vuoto”, sentenzia l’epigrafe su cui si apre Geometria, una scritta rossa su sfondo nero che sembra già sottolineare i due colori dominanti del film: il rosso del sangue e il nero della perdizione. Per scrivere la storia del Toro si è vagamente ispirato a un racconto di Fredric Brown apparso negli anni Cinquanta sulla mitica rivista “Beyond Fantasy Fiction” edita da H.L. Gold; inutile forse sottolineare come dell’originale Naturally non resti in Geometria che lo scheletro narrativo, e non solo per l’ambientazione a Guadalajara. In realtà del Toro prende l’idea basica del racconto e lo trasforma in un semplice, eppure efficacissimo, meccanismo a orologeria teso a farsi beffe in maniera aperta e dichiarata dell’horror, e delle sue convenzioni. Pur rispettandole tutte, sia chiaro: c’è il morto vivente che torna dalla tomba per cibarsi della moglie, il demone che viene evocato, il pentacolo tracciato a terra proprio per creare una zona di sicurezza rispetto al demone… Anzi no, il pentacolo non c’è: certo, ci sono dei segni tracciati con il sangue, ma dopotutto il ragazzo protagonista non è proprio un esperto di geometria. Per quanto il film assomigli più che altro a uno scherzo – ma vista la difficoltà di del Toro a maneggiare pochi anni prima una storia più strutturata può anche essersi trattato di una scelta lungimirante –, Geometria contiene al proprio interno alcuni degli elementi che si incisteranno con maggior forza nella poetica espressiva del regista nel corso degli anni successivi. Si pensi in tal senso a opere come Hellboy e Hellboy: The Golden Army, ad esempio, e alla loro iconoclastia al limitar del comico; si pensi all’utilizzo così dichiarato della cinefilia con tanto di bonaria presa in giro de L’esorcista; si pensi al ricorso al soprannaturale per dirimere questioni puramente pratiche, elemento che caratterizza tanto Il labirinto del fauno quanto – ad esempio – Crimson Peak. Per il resto è apprezzabile il gioco palesato in scena da del Toro, la sua capacità di mettere una regia tutt’altro che improvvisata al servizio di un’azione ludica e, nella sua qualità di scherzo, perfino fine a se stessa. Un divertissement croccante, destinato a un applauso spontaneo quanto effimero. Non è certo un crimine che il mondo cinefilo abbia dimenticato Geometria, eppure nelle sue immagini si riesce già a scorgere lo sguardo beffardo di del Toro, ventitreenne alla ricerca della formula magica per diventare regista. Un’evocazione andata a buon fine.

ps. Decenni dopo la realizzazione del corto Guillermo del Toro è tornato a mettere mano al montaggio, tagliando quasi due minuti e fermandosi a meno di sette minuti complessivi.

Info
Geometria su Youtube.

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