Return to Dust

Return to Dust

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Return to Dust è il sesto lungometraggio del trentottenne cinese Li Ruijun, che affronta una drammatica e a suo modo dolce storia d’amore tra due reietti della società con uno sguardo prossimo a quello dei registi della cosiddetta Quinta Generazione. In concorso alla Berlinale 2022, Return to Dust sembra provenire da un’epoca passata, per rivendicare la sua contemporaneità.

La Quinta Generazione

Ma e Guiying conducono due vite similari, anche nelle difficoltà. Lui è un contadino, l’ultimo della sua famiglia a rimanere celibe; lei, donna disabile e sterile, ha superato da tempo quella che è considerata l’età del matrimonio nella Cina rurale. Il loro matrimonio combinato, che unisce due persone abituate all’isolamento e all’umiliazione, sembrerebbe costringerli a una relazione che peggiorerà la vita di entrambi. Invece diviene l’opportunità di elevarsi al di sopra di se stessi e scoprire il loro destino comune. Imparano come diventare compagni intimi, come parlare apertamente, come prendersi cura l’uno dell’altro e persino come sorridere. Tutto questo nonostante il duro lavoro loro richiesto dal loro legame con la terra e le prove che li attendono sul cammino. [sinossi]

Durante la visione di Return to Dust (in originale 隐入尘烟, traslitterabile in Yin Ru Chen Yan), sesto lungometraggio da regista per il trentottenne cinese Li Ruijun, la mente corre rapida indietro nel tempo: quel cielo blu che si staglia sopra le dune di sabbia rimanda a Terra gialla di Chen Kaige, la tradizione rurale riecheggia Sorgo rosso di Zhang Yimou, così come il realismo contadino è parente prossimo de La storia di Qiu Ju. È interessante notare come tornando a concentrare l’attenzione sul mondo dei campi da coltivare, Li torni a sua volta a casa, perché il film è ambientato nella contea di Gaotai, nel nord della provincia di Gansu, una zona che si estende fra l’altopiano tibetano, la Mongolia Interna e il Loess, altopiano per lo più desertico. Se nel precedente Walking Past the Future, visto a Cannes, il giovane regista sembrava inseguire il mito di Jia Zhangke, adagiando il proprio racconto nell’oramai solita analisi dello spaesamento che si vive nelle immense conurbazioni urbane e metropolitane, con Return to Dust si tratta per l’appunto di un ritorno, e di un ritorno alla polvere: polvere dovuta alla condizione di estrema povertà dei protagonisti, ma anche all’onnipresente sabbia, e perfino alla polvere del tempo, quella che si deposita sul film suggerendo una filiazione lontana, in quell’epoca esaltante della rinascita del cinema cinese convenzionalmente chiamato Quinta Generazione. Non è di prammatica che quel movimento fondamentale all’interno della produzione cinese che in qualche misura prende lo slancio da The Modernization of the Language of Film, saggio della cineasta Zhang Nuanxin (faro della Quarta Generazione di registi) trovi ospitalità nella Cina contemporanea, e dopotutto lo Stato non vide mai di buon occhio quella schiatta di titoli e di autori. Anche per questo sembra rilevante l’operazione compiuta da Li, che dopo aver tentato – e fallito – l’ingresso nel mainstream con Walking Past the Future, è tornato a una dimensione più indipendente e periferica, già occupata con lavori quali The Old Donkey, e Fly with the Crane.

Se però quei due titoli apparivano in ogni caso fin troppo lavorati, levigati, costruiti esteticamente per poter colpire l’attenzione del pubblico, e degli addetti ai lavori, in Return to Dust si respira una maggiore sincerità. Per quanto non manchino le digressioni retoriche, Li sembra in grado di tenerle a bada: e anche la fin troppo esibita metafora del popolo cui viene letteralmente succhiato il sangue – Guiying è costretta a donare il proprio sangue a un ricco padrone con cui è compatibile – riesce a essere contenuta, e a non prevaricare il vero centro pulsante della narrazione, vale a dire la relazione affettiva tra i due protagonisti. Perché Li concentra tutta l’attenzione su questo aspetto, sulla possibilità di raccontare la nascita e lo sviluppo di un amore nonostante le condizioni costrittive in cui si è concretizzata l’unione matrimoniale: i due protagonisti, un vero e proprio peso per le rispettive famiglie, sono al centro di un matrimonio combinato, e uniscono le rispettive miserie fisiche e professionali. Il gentile lirismo che attraversava come una brezza alcune precedenti sortite registiche di Li si è fatto vento impetuoso, e ora sa sferzare le dune di sabbia, e sa trasformarsi in dramma credibile, in visione umanista, in riflessione sulla vita. Tra catapecchie da demolire, improvvisate incubatrici per pulcini che sembrano lanterne magiche, e aratri, Li firma sì un’elegia contadina, ma non dimentica mai il dolore intimo dei suoi due personaggi; conosce il potere dell’immagine ma fa in modo che la geometria dell’inquadratura non soverchi mai il racconto.

Quel che ne deriva è un’opera fuori dal tempo, che alcuni potrebbero perfino definire “passatista”, ma che in realtà non si adatta a conformarsi con la marea montante, e si tiene invece a distanza da certe abitudini del cinema cinese di oggi. Return to Dust è una accorata e riuscita storia d’amore, un inno alla capacità dell’umano di trovare conforto nell’altro-da-sé, scandito dallo scorrere delle stagioni, da un rapporto osmotico con la natura – la liberazione dell’asino è in qualche modo liberazione di se stessi –, e dalla certezza di rappresentare una periferia del mondo, anche all’interno di un sistema abnorme come quello cinese. Un ritratto di provincia non privo di reiterazioni e forse anche di semplificazioni, ma accorato, a tratti dirompente, e dominato dalla presenza scenica degli eccellenti Hai Qing e Wu Renlin.

Info
La scheda di Return to Dust sul sito della Berlinale.

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