1976

Film elegante ed essenziale come gli abiti indossati dalla protagonista, 1976 dell’esordiente cilena Manuela Martelli ruota attorno agli eventi senza aggiungere molto altro e ponendosi come racconto “alternativo” sulla borghesia cilena nel periodo di “massimo fulgore” della dittatura, quello più sanguinoso e repressivo nella seconda metà degli anni Settanta. Alla Quinzaine des Réalisateurs.

La conformista riluttante

Carmen è una signora dell’alta borghesia di Santiago del Cile: suo marito è uno stimato medico e lei, sempre elegantissima, si occupa di rendere elegantissima anche la loro casa al mare dove infatti Carmen va trascorrere alcune settimane, in attesa del compleanno di uno dei suoi nipotini che verrà lì festeggiato. Appena arrivata il parroco le chiede una mano per aiutare un ventenne malridotto e che il prete tiene ben nascosto: si tratta di un dissidente del regime e Carmen si ritroverà in una situazione per lei inedita… [sinossi]

Presentato nell’ambito della Quinzaine des réalisateurs 2022 (vinta da Un beau matin di Mia Hansen-Løve), 1976 è il primo film da regista dell’attrice cilena Manuela Martelli: come già la data del titolo fa presupporre, si parla ancora una volta del regime di Pinochet, ma è l’angolazione scelta dall’esordiente a essere interessante e non molto percorsa dai tanti film che hanno affrontato la tragica materia. Protagonista è infatti una bella ed elegante signora cinquantenne della Santiago “bene”, Carmen (interpretata dalla perfetta Aline Kuppenheim), per la quale le ripercussioni della dittatura sulla propria esistenza sono prossime allo zero, mentre la sua ricca famiglia e le persone che frequenta sono supporter dell’uomo forte che ha rimesso al loro posto i comunisti. Carmen non è insomma una dissidente e neppure si occupa di politica: è moglie e madre che veste all’ultima moda con un guardaroba da far invidia a Jackie – quel tempo – Onassis, attenta a impreziosire la sua seconda casa al mare. È proprio nella scelta del colore con cui tinteggiare una parete della villa che Carmen ci viene presentata, nella prima scena, sfogliando cataloghi per individuare la tonalità perfetta: siamo in un negozio di vernici mentre fuoricampo prende vita un’azione violenta, che non vediamo ma sentiamo. Una donna urla, qualcosa sta accadendo, ma nel negozio in cui siede Carmen solo un po’ di vernice cola sulle sue scarpe altrimenti immacolate; una volta uscita, Carmen trova sotto la sua macchina una scarpa, perduta nella colluttazione con la polizia che non abbiamo visto. Forse il senso di 1976 è tutto in questa bella prima sequenza che racconta quella classe di cileni per cui la dittatura è un’azione fuoricampo, da non far rientrare nel quadro visivo/esistenziale, qualcosa con cui non necessariamente dover fare i conti, una macchia su una scarpa elegante.

Le cose però si complicano perché, all’arrivo nella casa al mare, Carmen incontra Padre Sanchez (Hugo Medina), il prete del posto e caro amico di famiglia, il quale però la mette da parte di un problema, chiedendole aiuto. Il Padre sta infatti nascondendo un giovane, Elias (Nicolas Sepulveda), che le forze dell’ordine hanno aggredito e soprattutto cui hanno sparato alla gamba procurandogli una profonda ferita: il marito di Carmen è medico, dunque la donna può riuscire a trovare gli antibiotici che servono al giovane. Da qui il coinvolgimento della protagonista, prima del tutto estranea a queste dinamiche, sarà progressivo e crescente rendendo 1976 un film con momenti thriller: Carmen scoprirà che tutto può essere fonte di pericolo e ogni situazione può presentare insidie quando si entra nel campo della lotta. Fermarsi in un posto fuori mano a ordinare un hot dog, chiedere troppe volte gli antibiotici per il proprio cane, subire un controllo della polizia perché si sta percorrendo una strada poco trafficata a ridosso del corpifuoco, fare una passeggiata sulla spiaggia in un orario non consono: oggettivamente nessuno sa che Carmen sta aiutando un ragazzo a non essere buttato da un aereo o torturato a morte, ma quel che conta è che la percezione della donna è cambiata. La dittatura non è più fuori scena e la donna è un personaggio hitchcockianamente in pericolo, avendo assunto sulle proprie spalle qualcosa di incongruo rispetto alla classe di appartenenza, alla prassi della sua vita impeccabile. Sono dunque molte le scene che ragionano sulla suspense come elemento narrativo di una storia in cui la protagonista è lontanissima dall’avere una visione “onnisciente”. Ma perché una donna come Carmen aiuta un oppositore di un regime apprezzato da suo marito e dai suoi amici (notevole anche la scena della gita in barca, in cui il conflitto tra appartenenza sociale ed evoluzione del personaggio si fa scoperto ed evidente)? La spiegazione la fornisce Carmen stessa dialogando con Elias: in fondo lei non ha mai scelto qualcosa di sostanziale nella sua vita, visto che voleva studiare medicina mentre la sua famiglia l’ha incoraggiata piuttosto a sposarlo, un medico accreditato, a fare figli, a occuparsi della casa. Carmen è una conformista riluttante e le tradizioni culturali che vedono nel buon matrimonio la vera riuscita della donna borghese attingono la propria forza da radici assai più profonde rispetto alla dittatura: questa, semmai, è conseguenza del mantenimento dell’ordine che tanto piace alle classi “elevate” che infatti apprezzano Pinochet. Il marito, tra l’altro, rimprovera amorevolmente Carmen perché assume tranquillanti da sempre e al contempo beve e fuma: Carmen non dorme bene di notte, è una donna tormentata ma di giorno è inappuntabile e, in fondo, solo ciò che si vede conta.

Altro personaggio non banale è quello di Padre Sanchez: la Chiesa, ovviamente in elementi molto minoritari, ha cercato di dare una mano a qualche malcapitato o addirittura strutturalmente alla dissidenza. Padre Sanchez non pare mosso da un istinto rivoluzionario, ma da pietà umana ed empatia: sono queste le pulsioni che muovono il prete di famiglia, molto caro a Carmen e con cui la donna ha anche punti di convergenza visto che lei stessa vuole essere una brava cristiana, è gentile con la sua servitù, legge libri ai ciechi della parrocchia. Entrambi non sono rivoltosi e la loro finalità non è rovesciare la dittatura, ma faticano a permettere che tutto possa accadere e reagiscono all’evidenza dell’ingiustizia. Quando la violenza entra nel campo visivo, può coinvolgerci, parlarci, far vacillare le abitudini, metterci in pericolo: l’obiettivo della borghesia in fondo è lasciarla sempre fuoricampo e magari guardare alla tv un bel comizio di Pinochet che elogia la crescita economica del Paese cui lui stesso ha dato vita. Sanchez e Carmen cercano di fare del bene, il primo interpretando correttamente la propria missione pastorale, la seconda anche per salvare quel pezzo di se stessa che è rimasto anestetizzato e disconnesso, quella ragazza che forse aveva desideri differenti ma che ha seguito l’ovvio percorso tracciato per la sua classe sociale altolocata. La vera dissidenza e la vera violenza non sono centrali in 1976 proprio perché il film racconta non gli oppositori ma “i protetti” come Carmen, cui tutto sommato non succederà niente di grave ma che percepirà per la prima volta la sgradevole sensazione del pericolo, il disagio del dubbio. Film elegante ed essenziale come gli abiti indossati dalla protagonista, 1976 ruota attorno agli elementi sovraesposti senza aggiungere molto altro e ponendosi come racconto “alternativo” sulla borghesia cilena nel periodo di “massimo fulgore” della dittatura, quello più sanguinoso e repressivo nella seconda metà degli anni Settanta.

Info
1976 sul sito della Quinzaine des Réalisateurs.

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