Vera

Sempre attratti da un mondo di natura circense e da una dimensione di decadenza, i registi Rainer Frimmel e Tizza Covi trovano in Vera, personaggio che dà il titolo al loro ultimo film presentato a Orizzonti, il paradigma della loro poetica. Vera Gemma, già il nome dice tutto, è la figlia di Giuliano Gemma, icona del cinema italiano. Nel raccontare la sua vita, il film tratta dello status triste di figlio d’arte, del divario tra il mondo rampante dello spettacolo e i borgatari romani, e della decadenza assoluta, quella del cinema, che non è più quella fabbrica dei sogni dell’epoca di Giuliano Gemma.

Cronaca Vera

Vera vive all’ombra di un padre famoso. Stanca della propria vita e delle proprie relazioni superficiali, vaga nell’alta società romana. Quando, in un incidente automobilistico in una zona di periferia, ferisce un bambino di otto anni, inizia con lui e con suo padre un’intensa relazione. Ma presto si rende conto che, anche in questo mondo, lei non è che uno strumento per gli altri. [sinossi]

Un uomo sui trampoli spunta tra la folla a un evento mondano nell’ambiente dell’alta moda. Come un trait d’union con il loro cinema precedente che spesso è tornato sul mondo circense, con La pivellina e Mister Universo. Ma ora Tizza Covi e Rainer Frimmel puntano il loro sguardo su un altro personaggio, dalla prorompente fisicità, una donna con cappello da cowboy d’ordinanza che partecipa al photocall di quell’evento. Si tratta di Vera Gemma, un nome che dice tutto, figlia del grande Giuliano, icona del cinema italiano. Attorno a questa figura la coppia di filmmaker costruisce il film Vera, presentato a Orizzonti di Venezia 79, con il suo tipico metodo di lavoro basato sulla memoria emozionale, sul mettere in scena momenti di vita vissuta con personaggi presi dalla strada, in modo che sia impossibile capire dove finisca il documentario e dove inizi la finzione. “L’artista se non vive, non ha niente da raccontare”, dice Vera. Una frase che suona come manifesto di questo film e del lavoro di Covi/Frimmel. Ci sono parti di realtà, parti che è impossibile siano vere, vedi la scena nella sala d’aspetto dell’ambulatorio medico dove una signora si arrabbia: non potrebbe succedere sapendo di avere una camera puntata addosso. Si tratta quindi di ricostruzioni, reenactment con o senza gli stessi personaggi della realtà. E poi ci sono momenti che virano verso la finzione, così almeno pare di capire. Non sempre il metodo funziona alla perfezione, come avevamo avuto modo di rilevare per Mister Universo: qualche personaggio non riesce a essere spontaneo. Qui il problema è ridotto al minimo, ci sono figure strepitose, quelle della nonna, dell’amica trans, dell’autista, che torna in tutti i film della coppia di filmmaker, e del bambino, mentre a incespicare nella recitazione è paradossalmente chi è figlio d’arte, come la sorella di Vera (vedi anche la scena, non spontanea, della litigata tra le due).

Sulla figura di Vera, sul suo volto e sul suo corpo modellati con la chirurgia estetica, avendo come modelli vuoi Eva Robin’s vuoi la Barbie, si giocano tanti discorsi. L’aver modellato il suo corpo è proprio un retaggio del mondo del cinema da cui proviene, dove vigeva la legge della perfezione di bellezza. Eppure anche qui c’è un rapporto di amore/odio verso le proprie origini. I genitori hanno fatto ritoccare il naso a Vera e sorella da bambine, ma Vera da adulta si è fatta fare un intervento chirurgico in modo da ritornare al naso originario, lei che è di casa dal chirurgo estetico. C’è la condizione triste di figlio d’arte, che significa vivere l’intera vita all’ombra di una figura entrata nell’empireo, un rapporto di amore e odio con questa pesante impronta paterna. Vera ha una gigantografia di Giuliano Gemma che troneggia sulla sua stanza da letto, mentre vorrebbe affrancarsene portando avanti la sua propria carriera. Su questa condizione si gioca una scena magistrale, quella in cui Vera insieme ad Asia Argento si recano al cimitero acatollico di Roma alla lapide del figlio anonimo di Goethe, sepolto semplicemente come “Goethe filius”. Attorno a Vera si gioca poi la contrapposizione tra l’ambiente frivolo e cafone del jet set romano, e il mondo dei borgatari della capitale che sembra ancora quello decantato da Pasolini, mondo che trova la sua celebrazione nella performance al ristorante sulle imperiture note di Tanto pe’ cantà. Un ambiente dove ancora si dice la preghiera prima dei pasti. Un mondo romano marginale e periferico dove il bambino non è mai stato nel centro della città. Ma il facile manicheismo svapora quando scopriamo la disonestà del padre, oltre a tutto il finale, che vuole truffare l’assicurazione, pur agendo in stato di necessità nelle sue precarie condizioni di vita, rimasto vedovo da poco. I buoni e i cattivi esistevano solo al cinema, nei film di genere come i western con Giuliano Gemma.

Ma soprattutto Vera di Frimmel/Covi, cineasti che si ostinano a lavorare in pellicola 16mm, è una grande discorso sulla decadenza del cinema, su un cinema fabbrica dei sogni, simboleggiato dagli spaghetti western di Giuliano Gemma. Sono diverse le proiezioni interne nel film. Ci sono i filmini in super8 della famiglia Gemma. C’è il momento in cui Vera porta il bambino al cinema. A vedere cosa? Un film d’animazione Pixar? Un film rutilante costruito in CGI? No, vedono Un marito servizievole (Hog Wild, 1930) con Stanlio e Ollio, in una proiezione in pellicola. Quando Vera fa un provino per un regista teatrale che le chiede di recitare un brano qualsiasi, lei declama un dialogo di Scarface di Brian De Palma, ancora grande cinema. E l’ombra della fabbrica dei sogni aleggia finanche nella carrozzeria dei borgatari dove ci sono, come dicono orgogliosi, anche macchine usate per il cinema. Il mondo dello spettacolo attuale è rappresentato dai due registi tronfi e intellettualoidi con cui Vera fa dei provini. Il primo vorrebbe fare un film in costume tratto da Schopenhauer (!!!); il secondo è un teatrante spocchioso che reputa di possedere la sacra arte. E durante l’audizione con il primo di questi, abbiamo un altro momento epico del film. I rapporti di forza del regista con Vera si ribaltano, quando lei rivela di chi è figlia, e lui passa dal trattarla con sufficienza allo stupore e all’ammirazione della frase fatta “Ho visto tutti i suoi film”. Per la cronaca stiamo parlando di una filmografia di oltre un centinaio di titoli. Frase ripetuta ironicamente anche alla fine del film, dal poliziotto: un finale divertente ma amaro in realtà che sancisce l’impossibilità per la donna di uscire dal suo status di figlia d’arte. Il glorioso cinema classico è morto e non resta che percorrere nuove strade, una delle quali è rappresentata proprio dal lavoro tra realtà e finzione di Tizza Covi e Rainer Frimmel. Per Vera che ha vissuto da bambina sui set cinematografici del padre, vuol dire raccontare la sua vita senza usare set.

Info
Vera sul sito della Biennale.

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