Intervista a Lars von Trier

Intervista a Lars von Trier

Lo scorso 10 dicembre a San Giovanni Valdarno, in provincia di Arezzo, Lars von Trier ha ricevuto il Premio Marco Melani 2022, riconoscimento che con cadenza annuale è attribuito a partire dal 2006 per volontà del Comune di San Giovanni Valdarno ed Enrico Ghezzi allo scopo di mantenere viva la memoria dell’autore Marco Melani (nato a San Giovanni Valdarno nel 1948 e morto a Roma nel 1996) attraverso un omaggio a un artista contemporaneo distintosi per la sperimentazione linguistica e formale in ambito cinematografico e audiovisivo. A causa delle sue condizioni di salute il grande regista danese non ha potuto presenziare, e il premio lo ha ritirato in sua vece Willem Dafoe, attore che con Trier ha lavorato in cinque occasioni (Manderlay, Antichrist, Nymphomaniac vol. 1 e vol. 2, e il recente The Kingdom Exodus).
Grazie all’ufficio stampa dell’evento abbiamo avuto modo di intervistare via mail Trier, che si è preso un paio di settimane per rispondere alle nostre domande, che intendono aprire un piccolo scorcio non tanto sulla sua geniale e irripetibile opera, su cui sarebbe necessario uno studio approfondito ed esaustivo quanto mancante in Italia, ma soprattutto sulla personalità complessa che da oltre 40 anni l’ha abitata, edificata e percorsa. [photo credit: Zentropa / Casper Sejersen]

Quando ha iniziato a fare cinema, ai tempi de L’elemento del crimine, ha spesso dichiarato che i suoi film erano molto “poco danesi”: dopo 40 anni, come pensa di aver cambiato la produzione del cinema danese – anche attraverso Zentropa – e come è cambiato il suo rapporto con il suo Paese, se è cambiato?

Lars von Trier: Non so se ho cambiato qualcosa. Ho il principio di non guardare i film più recenti perché nei film che considero le mie principali fondamenta ci sono tante belle cose, tante cose che potremmo apprezzare oggi. Credo comunque che l’idea di ribellione sia completamente scomparsa. Il mio Paese è cambiato politicamente a destra, non così tanto come l’Italia. E sono molto preoccupato per il futuro, sia dal punto di vista politico che climatico.

Lei ha giocato molto con la sua immagine, contribuendo anche all’elaborazione di un “personaggio” Lars von Trier in parallelo con il regista von Trier: inizialmente è stata una mossa, per certi versi, forse anche per imporsi sulla scena internazionale, ma se potesse dare un consiglio al suo io più giovane riguardo a questo suo lato pubblico, cosa gli direbbe in proposito?

Lars von Trier: Non credo di aver cambiato consapevolmente qualcosa per favorire la mia carriera. Posso solo rispondere come risponderebbero altri nella mia situazione, ovvero che è impossibile interpretare un ruolo che non sia compreso nell’essere se stessi. Ho incontrato parecchie persone famose nella mia vita privata e ogni volta ho scoperto che sono se stesse fino in fondo, anche se in pubblico vengono giudicate come interpreti di ruoli, ed è proprio per questo che appaiono così iconiche, perché il ruolo che interpretano è al 100% loro.

Visto che noi europei siamo stati “colonizzati” dall’audiovisivo americano, lei ha legittimamente ambientato molti dei suoi film negli Stati Uniti, non solo Dancer in the Dark o Dogville e Manderlay, ma anche The House That Jack Built, Antichrist e Melancholia sono ambientati lì: che cosa rappresentano gli USA per lei politicamente e nella definizione del suo immaginario personale?

Lars von Trier: Innanzitutto, per quanto riguarda la mia descrizione dell’America, ho il vantaggio di non esserci mai stato a causa della mia paura di volare. Non conosco molte persone che non siano state in America. Questo significa che posso descrivere l’America nello stesso modo in cui poteva farlo Kafka, che non c’era mai stato e che all’inizio del suo romanzo America descrive la statua della libertà con una spada in mano e non con una torcia. Apprezzo l’immagine che Kafka ha dell’America, anche se so che non ha nulla a che fare con la realtà; d’altra parte, deve essere interessante per gli americani conoscere come gli europei pensano l’America. Da giovanissimo ho partecipato a diverse manifestazioni contro la guerra del Vietnam e quindi in opposizione all’America ufficiale. Non voglio dire di avere un odio particolare verso gli Stati Uniti per questo motivo. L’America è diventata una sorta di terra di fantasia dove i film possono svolgersi in modo completamente libero.

Al di là della sua celebre attenzione alle regole con cui spesso struttura i suoi film, lei ha sempre costruito dispositivi cinematografici molto specifici e sempre diversi, in un modo molto particolare: attraverso i dispositivi si può vedere la storia interiore di una persona che cambia nel corso degli anni. In questo cambiamento, il dialogo tra due personaggi opposti sembra sempre più centrale nei suoi ultimi film: perché?

Lars von Trier: Sembra che lei mi conosca meglio di me. La mia scelta di film e contenuti può essere spiegata solo in base al mio desiderio personale. Non c’è una ragione più profonda.

Sua madre era comunista e suo marito socialdemocratico: lei è cresciuto in una famiglia decisamente di sinistra e lei stesso è una persona decisamente di sinistra. In che modo il socialismo e la sua formazione sono legati alla sua sete di ciò che è radicale, vero e scomodo da portare alla luce?

Lars von Trier: Forse a causa della mia nuova malattia, il Parkinson, che credo abbia ridotto la mia intelligenza cognitiva di almeno il 25%, non capisco la domanda. Mi dispiace.

Il giovane artista Victor Morse, protagonista del suo mediometraggio The Orchid Gardener (1977), dopo 45 anni ha trovato un modo di esprimersi che lo ha pienamente soddisfatto?

Lars von Trier: Se intende dire se sono soddisfatto della mia attuale interpretazione del mezzo in cui interpreto il personaggio di Victor Morse, posso solo dire di no. Con il passare degli anni, sono emerse più domande che risposte. Qualche giorno fa ho rivisto questo piccolo film e mi sono reso conto di ciò che avevo dimenticato da tempo, ovvero che la mia ispirazione visiva proviene in gran parte dalla fotografia di moda, in primo luogo dall’edizione francese di Vogue e in particolare dal fotografo Guy Bourdin. Amo molto Guy Bourdin. Nonostante alcune battute imbarazzanti, The Orchid Gardener è un film migliore di quanto ricordassi.

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