Caruso Pascoski (di padre polacco)

Caruso Pascoski (di padre polacco)

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Quarta regia per Francesco Nuti, Caruso Pascoski (di padre polacco) è un fuoco di fila di comicità feroce e politicamente scorrettissima, affiancata ai consueti toni surreali e malinconici dell’attore/autore. In tutto questo, Nuti riesce a dire anche qualcosa di corposo e significativo sul maschio italiano del suo tempo, sulla sua fragilità passivo/aggressiva, sul senso di disorientamento culturale e affettivo di fronte a una donna diventata oggetto illeggibile agli occhi dell’uomo.

Dammi un bacino

Firenze. Psicanalista alle prese con pazienti decisamente bizzarri e aggressivi, il trentenne Caruso Pascoski vive una lunghissima storia d’amore con l’adorata Giulia, che va avanti fin da quando erano bambini e che si è tramutata in un matrimonio fatto di amore viscerale e di straripante attività sessuale. All’improvviso, però, Giulia lascia il marito senza dare alcuna spiegazione e chiede il divorzio. Caruso sprofonda immediatamente in un abisso di incredula angoscia, inanellando un episodio di ubriachezza molesta dopo l’altro. Indagando sulle ragioni dell’abbandono subito da parte di Giulia, Caruso scopre che in realtà la donna si è innamorata di Edoardo, un paziente di Caruso in terapia da anni che non riesce ad accettare la propria omosessualità… [sinossi]

Si ride tanto. Caruso Pascoski (di padre polacco) di Francesco Nuti, uscito nelle sale italiane per il Natale del 1988, è a tutt’oggi il film più sanamente sbellichevole del suo compianto autore, scomparso pochi giorni fa. Per gli spettatori della generazione di chi scrive (e chi scrive è toscano, ma si può allargare il discorso un po’ a tutta Italia) citare a memoria praticamente tutto il film è cosa abbastanza agevole, visto che tra la sua uscita in sala e almeno i successivi dieci anni non si contano le visioni e re-visioni individuali e collettive del film. Interi brani e sequenze sono entrati nel linguaggio quotidiano – «Dammi un bacino», «Toccati, toccati…», «Basta che tu dica Caruso… Edoardo eccomi», «C’ho il cane grosso», «Se me lo sento io, figuriamoci te», «E i radicali?», «Io sogno un uomo che dorme, e che russa»… Appena si accenna a una di queste battute, il riconoscimento è immediato, anche fra persone pressoché sconosciute. È un linguaggio comune, cementato da un culto solidissimo, neppure lontanamente scalfito dalla rimozione collettiva che è scesa su Francesco Nuti e il suo cinema nei suoi ultimi vent’anni di vita. Il successo fu enorme, uno dei film di maggiore incasso fra quelli realizzati da Nuti lungo tutti gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Caruso Pascoski (di padre polacco) marca uno scarto consistente rispetto ai film precedenti. Quarta regia per Nuti, nelle opere realizzate fino a quel momento era nettamente prevalente la tendenza a una commedia romantica raffinata e malinconica, con volenterosi richiami alla classicità americana – Casablanca, Casablanca (1985), Tutta colpa del Paradiso (1985) e in modo assai più corposo nel cupo e mestissimo Stregati (1986). Caruso Pascoski è invece un’esplosione fragorosa di vitalità. Un film zeppo di eccessi, dalla comicità spesso grassissima e volgarissima, sempre avvitato intorno alle dinamiche sentimentali fra uomo e donna ma all’esatto opposto rispetto ai toni soffusi adottati da Nuti fino a quel momento sia come attore-regista, sia come attore diretto da altri in film del resto totalmente personalizzati su se stesso – il trittico girato con Maurizio Ponzi, Madonna che silenzio c’è stasera (1982), Io, Chiara e lo Scuro (1982) e Son contento (1983). In Caruso Pascoski Nuti rompe gli argini, straripa. Molti dissero che straripava pure in autocompiacimento. Ai nostri occhi sembra invece che straripi di vitalità, intuizione, inventiva, fantasia e voglia di provocare. È vero che la robusta e decisa adesione alla volgarità può sembrare un arretramento rispetto al suo cinema pregresso, servito su un piatto d’argento a un pubblico desideroso nel periodo di Natale di farsi due risate facili facili. È altrettanto vero che la comicità di Caruso Pascoski è spesso sanamente liberatoria, alimentata da un viscerale politicamente scorretto, ancor più percepibile nei nostri anni di ipercorrettismo etico.

A fare da collante fra il Nuti sofisticato del suo cinema precedente e il Nuti sbrindellato di Caruso Pascoski troviamo una particolarissima vena surreale, che spesso prende le mosse dal quotidiano per ingigantirlo e sovvertirlo fino al paradosso. Da dentro al Nuti triste e malinconico fa di frequente capolino un tenero mimo, che affida a trovate tutte fisiche l’espressività lunare di un’intera sequenza. In Caruso Pascoski basta pensare al geniale fuor d’opera degli scambi di gesti al bancone con il barista dagli occhi spiritati, che si conclude con reciproche pistole puntate uno all’altro – e Caruso ci rimedia un proiettile a ventosa sulla fronte. Il surreale abbina spesso fisico e verbale – il leit-motiv di Caruso alle prese con il maresciallo dei carabinieri Novello Novelli e l’ossessione erotico-affettiva del povero psicanalista ubriaco e abbandonato che si avventa su camerieri, e pure sul maresciallo, per baciarli, suggellando il desiderio con un iterato «Dammi un bacino». In un contesto forse più normalizzato sotto il profilo narrativo, tale vena surreale percorre comunque anche Caruso Pascoski da cima a fondo, raggiungendo punte meravigliose in alcuni incontri episodici e pure autocitazionisti – il bambino cattivissimo munito di pistola, che proviene direttamente da Madonna che silenzio c’è stasera.

Ma chi è questo Caruso Pascoski, protagonista dal nome stranissimo e di discendenza polacca (trovata, questa sì, che rimane bizzarramente gratuita nel racconto)? È uno psicanalista nella Firenze di fine anni Ottanta, che viene da una lunghissima storia d’amore iniziata da bambini sulle spiagge di Viareggio con la sua adorata Giulia, che è convolato a giuste nozze da molti anni ed è particolarmente focoso (fa sesso con la sua donna fino a sette volte al giorno), e che improvvisamente si trova abbandonato dalla sua dolce metà senza alcuna spiegazione. Davanti al giudice che deve sancire il divorzio richiesto da Giulia, la donna appare immotivatamente durissima, inflessibile, nascosta dietro un paio di occhiali neri. Caruso impazzisce, si dispera. Perché? Perché questa rottura improvvisa all’interno di una coppia che viveva un eterno idillio fin dagli anni dell’infanzia? Passando da una sbronza facinorosa all’altra, fra una segnalazione dai carabinieri e il sostegno di un amico avvocato, Caruso scopre poi che Giulia si è innamorata di un suo paziente, tal Edoardo, in terapia da Caruso da molti anni e alle prese con il rifiuto della propria omosessualità. Comicamente dilaniato fra la deontologia professionale e l’interesse personale, prima Caruso si munisce di pistola per ucciderli entrambi (e il tentativo finisce in modo esilarante…), poi è ancor più sorpreso dal ritorno di Giulia, travolta da nuova passione per il suo ex-marito, adesso catapultato inaspettatamente nel ruolo dell’amante poiché lei è andata a convivere con Edoardo.

Tale triangolo amoroso, dall’esito abbastanza imprevedibile, è l’occasione non solo per dare sfogo a estemporanee vene surreali, ma anche per liberare uno scatenato vortice di comicità aggressiva. Si scherza sui matti, sugli ipovedenti, sulle donne grasse, sui minidotati, si picchiano donne violente per difendersi, e le donne appioppano calci agli uomini ben assestati là dove i maschi sono più fragili. Si prendono i bambini a badilate (fuori scena, lasciando intendere soltanto i rumori artefatti e giganteschi di un cartoon, e l’effetto è esilarante pure con qualche nota di rabbrividente). Certo, magari negli anni Ottanta si era meno ossessionati dal politicamente corretto come invece sta succedendo adesso con toni sempre più isterici da cancel culture. Ma in Caruso Pascoski è comunque percepibile un ulteriore salto rispetto alle consuetudini espressive dei suoi tempi, un’aggressività furibonda e isterica davvero infrequente nel coevo cinema italiano di consumo. A questo Nuti aggiunge una provocatoria mescolanza di ruoli che da un lato sembra voler registrare il disorientamento del maschio italiano anni Ottanta (tratto in qualche modo comune ad altri malincomici di casa nostra: davanti alla donna Massimo Troisi balbetta tutte le proprie inadeguatezze, mentre Carlo Verdone sprofonda spesso nel vero e proprio imbranato nevrotico), dall’altro dà conto con un certo anticipo sui tempi di una generale rarefazione d’identità. Nessun altro malincomico della sua generazione ha affrontato con altrettanta franchezza la fluidità dell’orientamento erotico-affettivo. Per molti il cinema di Nuti è nutrito di maschilismo. Se lo è, ciò è dovuto nient’altro che al suo tempo e alla relativa cultura – e in Toscana, forse, questo è ancor più accentuato almeno fino a quegli anni dall’innata tendenza alla burla, al machismo e a tutti i conseguenti sfottò. Non si percepisce, del resto, una totale adesione e compartecipazione del Nuti autore nei confronti del personaggio di Caruso. Nuti sta un po’ a metà del guado. Da un lato empatizza con Caruso e con il suo dolore, fa di tutto per delinearlo come personaggio tenero e irresistibile nelle sue malinconie, tratteggiando una sorta di tipizzazione del maschio medio italiano del suo tempo, che idealizza l’amore per la propria donna, crede all’eternità dei sentimenti e, soprattutto per ragioni culturali (la rapida sequenza a episodi dell’incipit dove si fa cenno ai genitori di Caruso), elabora malissimo l’abbandono. Dall’altro, però, Nuti non nasconde niente delle meschinità del suo protagonista, ne racconta l’assoluta mancanza di dignità e amor proprio, la sua totale passività nei confronti del suo unico e solo obiettivo di riacciuffare Giulia. Per lei accetta tutto e di tutto. Si traveste da donna per incontrarla di nascosto nei bagni del cinema, e in prefinale pare di capire che accetta pure un rapporto omosessuale non propriamente desiderato. Dal canto suo il ritratto di Giulia è perfettamente funzionale al disorientamento del protagonista. Giulia è una sfinge impenetrabile, ha pochissime battute e le motivazioni del suo personaggio restano avvolte nel mistero. È umorale, capricciosa, violenta nelle sue reazioni. Per Caruso la sua donna è un inarrivabile oggetto del desiderio, impossibile da conquistare e in qualche modo imprigionare definitivamente. Al fondo Caruso ha paura di Giulia, non solo per il mistero che si porta appresso e per le sue imprevedibili reazioni e svolte, ma anche e soprattutto perché ha il potere di lasciarlo in qualsiasi momento. In tal senso Caruso Pascoski (di padre polacco) sembra una sorta di primo tempo più morbido del successivo Donne con le gonne (1991), dove l’ambizione del ritratto sociologico italiano, già qui frammentariamente intravisto, assume tratti più corposi e il tentativo di imprigionamento nei confronti della donna è reale, concreto, violento, qua e là pure sinceramente drammatico.

Caruso accetta dunque a malincuore l’avance di Edoardo pur di riavere la sua Giulia. L’affettività ferita e insanabile di Caruso tracima del resto fin dalle prime battute, quando ubriaco si avventa sui camerieri e carabinieri cercando di baciarli. Caruso ha un inarginabile e violento bisogno d’amore, da ottenere dagli altri e da esprimere per gli altri. Va bene pure baciare un uomo, basta sentire il calore di qualcuno. Anzi, forse pure meglio baciare un uomo, visto che le donne sono cattive e ti abbandonano («Ma perché non siamo nati tutti finocchi?», gridava il Melandri di Gastone Moschin in Amici miei, Mario Monicelli, 1975). Su questo punto vi è da registrare la spigliata spregiudicatezza di Nuti nell’affrontare un rapporto a tre fra i suoi protagonisti dove è ben percepibile la rarefazione dei ruoli tradizionali. Caruso finisce travestito da donna, e ai carabinieri che lo arrestano per atti osceni in luogo pubblico si dichiara «uomo perplesso». Giulia ha invece la durezza e determinazione tipicamente maschile. Edoardo, il personaggio forse più sacrificato nel racconto, è un gay che non riesce ad accettarsi. Il tema della fluidità non è certo dichiarato fra i principali del film, ma senza dare troppo nell’occhio Nuti racconta intanto, in una consueta produzione natalizia targata Cecchi Gori, di due uomini e una donna che ciascuno, a turno, ha una relazione con gli altri due. Nessuno si scandalizzava né scuoteva la testa perché tutto passava all’insegna della comicità, magari accolta con una buona dose di omofobia d’epoca – ah come ci fa ridere Caruso Pascoski che accetta un rapporto con un uomo pur di riconquistare la sua donna, ah che meschino tappetino, ah succedesse a me figurati… In realtà, fatta la tara a qualche convenzionale battuta omofobica, Nuti mostra un buon margine di rispetto nei confronti del personaggio di Edoardo, tutto fuorché macchietta, e in prefinale Caruso snocciola una morale abbastanza convinta e convincente sull’universalità dei sentimenti e degli orientamenti affettivi. C’è un’altra sequenza in tal senso significativa, che magari nel fuoco di fila di situazioni comiche può rischiare di passare inosservata: quel lungo dialogo, serio e malinconico, fra Caruso e Giulia alla Biblioteca Riccardiana, dove in una situazione sentimentale sempre più sfrangiata e imprendibile vi è in ballo nientemenoché la conciliazione dei sentimenti con il rispetto per gli altri. Fra le altre cose, insomma, Caruso Pascoski si fa timido e umile testimone della fine di un’epoca e di una lunga cultura condivisa, cogliendo uomini e donne nella confusa fase di transizione fra il passato e il futuro. Non si è certo ancora alla consapevolezza del gender fluid, ma intanto qualcosa di nuovo e di stordente s’inizia a percepire nell’aria.

Come molti dei film di Francesco Nuti, Caruso Pascoski (di padre polacco) ha una sceneggiatura confusa, slabbrata, tutto fuorché convenzionale. Cerca di conservare un principale braccio narrativo ma lo tempesta di parentesi fuor d’opera, di trovate estemporanee, tutte dedicate alle doti surreali del Nuti attore. Per molti è ingenuità e incapacità di scrittura. Per altri è un convinto schiaffo in faccia alle convenzioni del coevo cinema italiano di consumo, una consapevole provocazione che riusciva comunque a garantire strepitosi risultati al botteghino. Prendere o lasciare. Scostata la tendina dell’immediato effetto comico, si può però scoprire anche un autore che aveva qualcosa da dire sul suo tempo, che almeno cercava di leggerlo e interpretarlo. E che, ultimo dato ma non trascurabile, dimostrava ancora possibile fare cinema (e buon cinema) a Firenze, circostanza ormai sempre più rara.

Info
Caruso Pascoski (di padre polacco), una clip.

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