Con la grazia di un dio

Con la grazia di un dio

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Alle Giornate degli Autori, nella sezione Notti Veneziane, sbarca l’esordio alla regia di Alessandro Roia Con la grazia di un dio. Un nuovo noir tutto italiano, ambientato tra i caruggi genovesi: labirinti, pericoli, memoria e detection sono al centro di un intreccio scarno e magari risaputo ma non privo di sussulti e sorprese. E con un bravissimo Tommaso Ragno protagonista assoluto.

Città in agguato

Tornato a Genova dopo venticinque anni per partecipare ai funerali del migliore amico d’infanzia, Luca ritrova i vecchi compagni di un tempo. Tutti sembrano convinti che quella morte sia l’esito scontato di una vita di eccessi; tutti tranne Luca, che vuole vederci chiaro, indagare, capire. Scavando nella memoria, lascerà riaffiorare fantasmi e verità che sembravano sepolte, insieme alla propria vera natura, che pensava di aver domato per sempre… [sinossi]

Un altro film italiano che prende le vie del noir, traendo forza e suggestione dalla topografia della città. Per certi versi, un noir della memoria, come Nostalgia (2022) di Mario Martone: se lì Napoli era, per forza di cose, il luogo di un passato fantasmatico e di un presente disorientante, qui è Genova a tessere i fili di memorie e vendette personali. E se il Felice Lasco di Martone se n’era andato in Africa e in Medio Oriente per cercare di costruirsi una nuova vita, qui Luca si è spostato in Calabria, ha messo su un ristorantino sul mare, è diventato padre, ha una moglie (ci parla una volta soltanto per telefono, ma noi non la vediamo né sentiamo la sua voce). Eppure anche lui non è riuscito a mettere radici nell’altrove. Perché per ricostruire una vita bisogna che il passato non ci tormenti, non ci dia la caccia. Nel caso di Luca, è la morte di Vincenzo, suo vecchio amico fraterno e compagno di scorribande, a riportarlo a Genova. E il fatto di non vederci chiaro sulla sua morte apparentemente accidentale – un’overdose, si dice – riporta in superficie ricordi e dolori. Ma più ancora, possiamo dire, lo spoglia a poco a poco di quel travestimento da straniero con il quale ha fatto ritorno: calmo, affabile, imperturbabile…

Sono sempre più, queste città italiane rivisitate dal noir, luoghi labirintici in cui si torna a caccia di enigmi, per uccidere o per morire, forse per accertarsi di non essere mai vissuti, o di far parte di un trapassato remoto, forse mai avvenuto. Di essere divenuti dei fantasmi. La natura complessa e intermediaria della figura topica del noir, ovvero quella del detective privato, qui assente, è del resto proprio questo: un uomo che lotta per non scomparire, rischiando di essere risucchiato ad ogni passo dalla ragnatela infida di una città aggrovigliata e letale. E sappiamo bene che non è necessariamente il detective in quanto personaggio, ma la detection in sé ad essere al centro del noir. Quella, e la città in cui si svolge. Genova, dunque. Con i suoi caruggi, le banchine irrorate d’acqua di mare, ma anche con la novità “aliena” e assai scenografica dei murales giganti, che sempre di più compaiono in aree più o meno periferiche. E’ il caso, qui, di quello dedicato alla memoria di Paolo Villaggio e del suo Fantozzi, realizzato nel quartiere Certosa nel 2019.

E chi più di Tommaso Ragno possiede una maschera noirish? Nel già citato film di Martone, l’attore cinquantaseienne di Vieste ricopriva il ruolo di deuteragonista/antagonista e in definitiva di villain. Qui, finalmente promosso a protagonista assoluto, il suo volto mefistofelico viene riconvertito – in apparenza – in un’identità al tempo stesso fiera e mite, dolente, un po’ à la Jean Gabin: pur non essendo massiccio, a differenza del grande attore parigino, Ragno ha lo sguardo duro e penetrante di colui che sa, che ha visto e sentito di tutto e di più. A mano a mano che i conti non tornano e che la sua ricerca sulle vere ragioni dietro alla morte dell’amico s’inabissa sempre più nella città e nella notte, il Luca di un tempo, quello che combinava casini e che a un certo punto se n’era dovuto andare via, fa capolino sempre più spesso. E così, per tranquillizzare i suoi amici, più di una volta ripete “faccio il bravo”. Ma poi col cavolo che lo fa.

Più va avanti a indagare, a chiedere, a non darsi pace, più riceve voltafaccia e finanche minacce, persino dai suoi stessi amici. Tutti gli intimano di andarsene, ma Luca non ne vuole sapere. Perché non può. Mentre di notte percorre ostinato i caruggi, a un certo punto compare una scritta su un muro che recita “Amo i vicoli e i suoi pericoli”. Ed è proprio così, per Luca: uno stato di incertezza, di precarietò (anche e sopratuttto esistenziale), l’ipotesi sempre più probabile di essere pedinato, osservato, di poter subire un agguato mortale. Non è forse il bisogno di una scarica di adrenalina che restituisca alla vita la vera molla della sua indagine? Non è forse questo, al centro di tutte le indagini di tutti i noir? La mosca che cade nella tela e il ragno che la tesse: non sono forse i due lati di una stessa medaglia?

L’attore Alessandro Roia, qui al suo debutto dietro la macchina da presa, sembra sapere bene cosa mostrare, come e quando mostrarlo. La tensione è tutta in crescendo, senza precipizi, e la muta del protagonista (quel rivestirsi di vecchi panni e di vecchi intenti) è lenta ma inesorabile, quasi impercettibile, fino a creare sorpresa e sconcerto. Non ci viene dato modo di conoscere nel particolare gli antefatti: il passato resta passato, chiuso nei cuori e nella memoria di chi lo ha vissuto. Possiamo solo intuire, a un certo punto, che il legame tra Luca e Vincenzo, dietro le loro corse in moto e le loro lotte nei boschi, fosse qualcosa di più di un’amicizia, una tensione inespressa che ha portato il primo ad andarsene e il secondo a consumarsi nelle droghe. Roia gioca sui refrain narrativi, sulla malia delle strade e dei muri, sulla caccia al tesoro di indizi occultati. Scommette sul non detto, forse anche troppo: il personaggio dell’amica ed ex amante di Vincenzo, Claudia (Maya Sansa, come sempre non meno che ottima), rimane un po’ opaco e di contorno. Ma seguendo caparbiamente questa strada, il film trova comunque ispirazione e un certo slancio, servito egregiamente dai toni ossessivi, misterici e vagamente disarmonici del tappeto sonoro intessuto dalla nuova celebrità dell’elettronica: l’americana – ma berlinese d’adozione – Lyra Pramuk. Nulla di nuovo o di particolarmente incisivo, dunque, ma ci sono mestiere, capacità evocativa e il piacere di raccontare per immagini.

Info
Con la grazia di un dio sul sito delle Giornate degli Autori.

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