Green Border

Green Border

di

Era dal 2002, quando partecipò in concorso con Julie Walking Home, che la regista polacca Agnieszka Holland non tornava al Lido. L’occasione, sempre in competizione per il Leone d’Oro, gliela fornisce oggi Green Border, accorato racconto dei migranti ai confini dell’Europa. Un lavoro sicuramente raffinato, anche nella ricerca visiva, ma che non rinuncia a una retorica debordante, e a qualche ridondanza eccessiva.

Europa Europa (Parte Seconda)

Nelle insidiose foreste paludose che costituiscono il cosiddetto “confine verde” tra Bielorussia e Polonia, i rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa che cercano di raggiungere l’Unione Europea si trovano intrappolati in una crisi geopolitica cinicamente architettata dal dittatore bielorusso Aljaksandr Lukašėnko. Nel tentativo di provocare l’Europa, i rifugiati sono attirati al confine dalla propaganda che promette un facile passaggio verso l’UE. Pedine di questa guerra sommersa, le vite di Julia, un’attivista di recente formazione che ha rinunciato a una confortevole esistenza, di Jan, una giovane guardia di frontiera, e di una famiglia siriana si intrecciano. [sinossi]

Alla fine di Europa Europa, oltre trent’anni fa, il protagonista Salomon/Sally decideva di abbandonare il Vecchio Continente oramai liberato per riappropriarsi delle proprie radici ebraiche nel nascente Stato di Israele. Dopo un cupo racconto bellico, dunque, l’eroe preferiva lasciare al suo destino un mondo destinato in qualche modo a riprodurre i propri schemi brutali per cercare altrove una “nuova” vita. Si era nel 1990, il Muro di Berlino era stato abbattuto da pochi mesi e si prefigurava all’orizzonte la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La “nuova” Europa stava sorgendo, sulle ceneri di un conflitto mai davvero affrontato dal continente in tutta la sua traumatica possanza. Trentatré anni più tardi, e con nel mezzo una dozzina di lungometraggi, la cineasta polacca Agnieszka Holland sembra quasi riallacciare il discorso a quei due punti nevralgici per comprendere la Storia dal 1945 in poi, vale a dire la fine della Seconda guerra mondiale con la sconfitta delle truppe tedesche e italiane, e il termine della Guerra Fredda con la vittoria dell’occidente capitalista. Dopo i ben poco convincenti Pokot, L’ombra di Stalin, e Charlatan, Holland torna con Green Border (Zielona granica è il titolo originale polacco) a uno dei motivi principali del suo cinema – almeno nel versante produttivo europeo, visto che la settantacinquenne cineasta ha lavorato, con altri ritmi e altre ambizioni, anche a Hollywood –, vale a dire l’affresco del continente in cui è nata durante le sue massime tragedie. Ecco dunque che l’oggi viene letto nella diaspora infelice e tragica dei disperati che dalle zone più afflitte del mondo cercano di trovare un riparo – che non otterranno – nell’opulenta Europa. Il tema dei migranti, già al centro restando alle opere viste alla Mostra di Venezia in Io capitano di Matteo Garrone, viene preso dalla prospettiva di chi, proveniente dal Medio Oriente, dalla vicina Asia, e dall’Africa, non solo ha faticato duramente per avvicinarsi all’Europa, ma si è anche suo malgrado trovato invischiato in una situazione di geografia politica a dir poco inquietante, visto che è nel febbraio 2022 l’esercito russo ha superato il confine ucraino dando vita al conflitto che è al centro del dibattito europeo da oltre un anno e mezzo.

Una scelta senza dubbio chiara e netta, quella di Holland, e senza dubbio apprezzabile, anche perché ha il coraggio di suggerire come nell’immaginario collettivo occidentale esistano profughi di “serie A” e di “serie B”, visto il differente sentimento che accompagna da un lato la fuga dalla guerra da Kiev e dintorni e dall’altro chi proviene da altre tragedie, meno vicine per chilometri e per cultura. Green Border, che la regista ha anche scritto insieme a Maciej Pisuk e Gabriela Łazarkiewicz-Sieczko (avvalendosi come assistenza alla regia dell’aiuto sostanziale di Kamila Tarabura e Katarzyna Warzecha), sceglie di suddividere il racconto in quattro parti – con l’aggiunta di epilogo (su cui si tornerà più avanti) – in modo da poter squadernare uno sguardo più ampio possibile sulle vicende narrate, e che sono ambientate nel corso del 2021. C’è una famiglia siriana che vorrebbe ricongiungersi con i consanguinei che hanno già trovato ospitalità in Svezia; un giovane soldato che è stato mandato a controllare la frontiera; gli attivisti che volontaristicamente cercano di fornire aiuto in una situazione tanto deprecabile; e una psicologa cui è dedicato il quarto e penultimo capitolo. Ovviamente, seguendo lo schema classico della scrittura, questa differente e sotto certi versi divergente umanità sarà costretta a incontrarsi e scontrarsi in quella vergognosa fase storica – antecedente al conflitto russo-ucraino – in cui l’esercito bielorusso e la polizia di frontiera polacca hanno apertamente giocato con i corpi, la disperazione, e le farraginosi leggi europee sull’accoglienza, rendendo ancor più infernale la vita dei profughi in cerca di riparo.

Holland, che sposa uno stile asciutto e reso all’apparenza rigoroso dall’utilizzo – anche qui, come nella maggior parte del cinema contemporaneo, puramente esornativo – del bianco e nero, costruisce una tragedia a tappe in odor di arthouse senza risparmiarsi una crudezza estrema, e sfiorando dunque quella pornografia del dolore che un’opera dalla concisione quasi documentaristica dovrebbe in realtà rifuggire. La regista si adopera acciocché l’eleganza non venga mai meno, e così Green Border assicura qualche colpo ben assestato alle certezze visive dello spettatore ma al contempo riesce a cullarlo attraverso lo splendore fotografico, la nettezza dei contrasti, la perfezione del quadro. Nulla di nuovo, e se si vuole neanche di deprecabile, ma che non può che aprire il fianco a una retorica che a tratti giace come la polvere sotto il tappeto ma di quando in quando deborda, tracimando e appesantendo in modo forte l’insieme. Allo stesso modo il doveroso j’accuse che la cineasta muove nei confronti dell’immobilismo dell’Unione Europea e dell’ipocrisia politica della Polonia viene in parte smorzato dalla stessa posa autoriale, e da un intento moraleggiante che travalica i confini di una cronaca che è d’altro canto resa inerte proprio dalla stessa costruzione visiva – così apertamente rifinita – scelta per la messa in scena. In un film che si articola attraverso un perenne paradosso (mostrare il vero rifinendo l’immagine e lavorandola “ad arte”) appare semmai interessante la forte scelta dell’epilogo, già accennata dianzi, in cui si pone un paragone annichilente tra le modalità d’accoglienza cui sono andati incontro coloro che fuggivano dall’atroce bombardamento russo e gli immigrati d’altra etnia, non caucasica, che ancora oggi sono intrappolati in quel confine verde cui giustamente fa riferimento il titolo. Un atto di coraggio reale, e soprattutto una dichiarazione politica che si articola al di sopra di una lettura meramente retorica o semplicistica, e che palesa l’enorme buco nel cuore dell’Europa, e del suo senso. E non ci sono più nazioni “nuove” in cui potersi rifugiare.

Info
Green Border sul sito della Biennale.

  • the-green-border-zielona-granica-2023-agnieszka-holland-01.jpg
  • the-green-border-zielona-granica-2023-agnieszka-holland-02.jpg

Articoli correlati

Array
  • Venezia 2023

    Venezia 2023 – Minuto per minuto

    Venezia 2023 festeggia le ottanta edizioni della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, contraddistinguendosi per lo spazio rilevante concesso alla produzione nazionale, a partire dalla presenza in concorso di ben sei film italiani.
  • Venezia 2023

    Venezia 2023

    Venezia 2023, ottantesima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, conferma la struttura che è quella consolidata dal 2012, cioè a dire da quando Alberto Barbera ha ripreso il timone del comando: grande spazio all'occidente con il resto del mondo relegato in un cantuccio.
  • Festival

    Venezia 2023 – Presentazione

    Venezia 2023, ottantesima edizione della Mostra e penultima sotto l'egida di Alberto Barbera, si era inaugurata con la defezione di Challengers di Luca Guadagnino, scelto come film d'apertura. La Mostra ha avuto però la forza di trattenere gli altri film hollywoodiani selezionati, e guarda ancora a occidente.
  • Berlinale 2019

    Mr. Jones RecensioneMr. Jones

    di Mr. Jones, presentato in concorso alla Berlinale 2019, è il biopic, firmato da Agnieszka Holland, sul giornalista gallese Gareth Jones che riuscì a infiltrarsi in Unione Sovietica e a testimoniare gli orrori staliniani e la carestia del 1932-33. Tutto annegato nel piatto calligrafismo tipico della regista.
  • Archivio

    In Darkness RecensioneIn Darkness

    di Tra le scelte stilistiche più riuscite, nel bel film della Holland, vi è una marcata contrapposizione tra la luce e le tenebre, tra i pericoli che si annidano in superficie e la necessità di nascondersi nel sottosuolo.