Harvest

Harvest segna il ritorno alla regia della regista greca Athina Rachel Tsangari a poco meno di un decennio di distanza da Chevalier, nonché il suo nuovo approdo in concorso a Venezia a quattordici anni da Attenberg. Qui si confronta con una produzione britannica e la lingua inglese, adattando il romanzo di Jim Crace che concentra l’attenzione su un momento di passaggio epocale del sistema socio-economico.

La mappatura del villaggio

Nel corso di sette giorni allucinati assistiamo alla scomparsa di un villaggio senza nome in un’epoca e un luogo indefiniti. In questa tragicomica interpretazione del genere western, Walter Thirsk, uomo di città datosi all’agricoltura, e l’impacciato proprietario Charles Kent, suo amico d’infanzia, stanno per affrontare un’invasione dal mondo esterno: il trauma della modernità.[sinossi]

Lo sguardo di Athina Rachel Tsangari si perde estatico all’inseguimento/pedinamento di Walter Thirsk, che si muove tra l’erba alta, accoglie sulla sua mano una farfalla, si immerge in uno specchio d’acqua. Principia così Harvest, quarto lungometraggio della cineasta greca che arriva a quasi un decennio di distanza dal precedente Chevalier e che segna il suo allontanamento dalla madre patria per cercare gloria in terra britannica, come già avvenuto a molti dei suoi colleghi (ovviamente Yorgos Lanthimos, ma anche Alexandros Avranas dopo la vittoria del Leone d’Oro con Miss Violence ha prediletto lidi anglofoni); Tsangari sospende immediatamente la narrazione, preferendole la visione, come sembra testimoniare fin da subito il passaggio successivo, con un fienile che va a fuoco e l’intero villaggio che si adopera per spegnere l’incendio, fingendo poi di non sapere che a compiere l’insano gesto siano stati tre loro compaesani. La regista, accompagnata nel compito dalla co-sceneggiatrice Joslyn Barnes, assume l’onere con Harvest di tradurre in immagini il romanzo omonimo di Jim Crace, ma lo fa scegliendo a suo modo di mostrarsi più criptica, a partire da un’ambientazione che pur facendo riferimento in maniera evidente a un’epoca pre-industriale non è possibile collocare in un tempo preciso. L’intento palese è quello di mostrare il reiterarsi sempre uguale a sé di uno schema che si rinnova di periodo storico in periodo storico, nonostante i cambi di struttura sociale e di sistema economico. Così l’apparente Bengodi rappresentato da un villaggio che fa capo a un padrone che si comporta quasi come pari dei suoi servi, trattandoli senza alcuna durezza e festeggiando anche con loro la fine della spigolatura, verrà stravolto dalle velleità del cugino del padrone – Master Kent – che ha deciso di portare con sé in quella landa lontano da tutto e tutti la modernità sotto forma di revisione totale del sistema agricolo con i terreni per la semina che dovranno diventare pascoli per greggi di pecore.

Il romanzo di Crace basava gran parte del suo fascino sulla scelta fuori da ogni regola di avere una voce narrante, Walter Thirsk, che raccontava fatti che nella stragrande maggioranza dei casi non lo vedevano come protagonista diretto. Le sue lesioni, infatti, lo lasciavano sempre indietro rispetto a ciò che accade nel villaggio e nella villa padronale, permettendogli solo di riportare voci o di arrivare a deduzioni. Questa scelta, che rende compiutamente anti-storico il romanzo, si tramuta in una continua ricerca dell’oggettività da parte di Tsangari, che invece ha un suo protagonista – per di più affatto ferito, se non forse nell’animo (ma anche in questo caso senza particolare chiarezza) – che è sempre presente, testimone oculare quando non direttamente coinvolto nelle situazioni che porteranno nel giro di appena una settimana alla distruzione completa del villaggio. In questo modo Harvest perde in fascino, risultato cui contribuiscono molti elementi che la regista e la sua sodale in fase di scrittura decidono di rivedere, modificare: smarrisce consistenza il personaggio della signora Beldam, la moglie di uno degli uomini messi alla gogna – accusati dell’incendio pur essendo evidentemente innocenti, solo in qualità di stranieri – che i villici ritengono una strega; e ancor più viene depotenziato il personaggio del cartografo Quill, che deve mappare il terreno per agevolare le modifiche volute dal cugino di Master Kent ma finirà per simpatizzare con Thirsk.

Alternative di scrittura che convincono poco, e non riescono a trovare un reale punto d’appoggio nella regia di Tsangari, che troppo allude finendo per stringere davvero poco. Come si fa in fin dei conti a raccontare un cambio epocale (che è poi quello che deriva dai cosiddetti Inclosure acts, gli atti giudiziali che modificheranno completamente il territorio di Inghilterra e Galles, in particolar modo per quel che concerne i campi aperti e le terre comuni) del sistema politico, economico, e sociale, se non si entra mai in profondità in tale discorso, e non si rende nemmeno chiara la struttura che fino a quel momento ha retto la comunità nel suo insieme? Come si può allo stesso tempo innalzare tale racconto a metafora del contemporaneo – lo sfruttamento non solo del lavoro ma anche e soprattutto della terra come bene principale – se la scansione narrativa è volutamente enigmatica, sibillina, più attenta alle suggestioni visive che a un discorso coerente? Harvest fallisce là dove il recente Poor Things! di Lanthimos riusciva a eccellere, vale a dire nella capacità di rendere attraverso l’immagine il senso politico e poetico di quel che un romanzo cercava di trasmettere ricorrendo alle parole. Essere insomma in grado di utilizzare la grammatica della propria arte come metodo dialettico. In Harvest, come già accaduto con i film di Tsangari, si resta invece alla mera suggestione, a tratti anche un po’ sterile, e a poco vale l’interpretazione del sempre valido Caleb Landry Jones.

Info
Harvest sul sito della Biennale.

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