Léon Morin, prete

Léon Morin, prete

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Jean-Paul Belmondo esordisce nel cinema di Melville con un ruolo spiazzante e quasi conturbante: l’ecclesiastico di Léon Morin, prete è una sorta di casto Don Giovanni, che scatena la pulsione scopica della protagonista, interpretata da Emmanuelle Riva.

Il prete bel-mondo

In una cittadina della Francia occupata durante la Seconda Guerra Mondiale, la giovane vedova Barny si innamora di un affascinante prete. [sinossi]

Veder apparire in scena Jean-Paul Belmondo vestito da prete è uno choc che resiste al passare degli anni, da quel 1961 in cui Melville dirigeva per l’appunto Léon Morin, prete. E quello che potrebbe sembrare un clamoroso caso di miscasting è invece il fulcro della provocazione orchestrata dal cineasta francese che vedeva nel prete del titolo una sorta di Don Giovanni dedito però all’astinenza sessuale. D’altronde Belmondo stesso, che non voleva interpretare questo ruolo temendo uno svilimento della sua virilità agli occhi del pubblico, si convinse solo nel momento in cui Melville lo costrinse a indossare la sottana ecclesiastica: a quel punto l’attore si rese conto di come l’abito talare lo rendesse ancora più seducente. E infatti la chiave dell’adattamento del romanzo omonimo di Béatrix Beck, ispirato a vicende realmente vissute dalla scrittrice, risiede proprio in questa attrazione sessuale che man mano divora la protagonista, la giovane vedova Barny, interpretata da Emmanuelle Riva. Perché Léon Morin, prete è un film sul desiderio e sull’impotenza di questa donna, e – per traslato – di tutta la Francia, governata prima dai grotteschi fascisti italiani e poi dai feroci tedeschi durante l’Occupazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Sia lei che la Francia sono prigioniere nel mondo filmico di una sorta di surplace, di attesa, di svolta che non arriva mai e che spinge a vivere giorni tutti uguali a veder marciare il nemico in strada o notti agitate, piene di tormenti e di struggimenti.
Così il rifugio della chiesa per Barny/Riva è innanzitutto una distrazione, dato che lei è atea e marxista e il marito è morto da partigiano; in secondo luogo diventa un confronto intellettuale con l’abile prete belmondiano, affabulatore e manipolatore; e in terzo luogo si trasforma in attrazione irrefrenabile. D’altronde, sin dalla prima volta che lei entra in casa di lui, Melville indugia su due “materiche” soggettive della protagonista: nella prima si assiste a un movimento di macchina sul panciotto e sui bottoni del prelato, un movimento di macchina “birichino” che scende verso il basso; nella seconda ci si concentra su un dettaglio della spalla, da cui si evince una ricucitura alla bell’è meglio dell’abito (fatta da lui stesso, uomo solo, o da una precedente conoscenza femminile?) e da cui si indovina anche la smania della donna di poggiare una mano su quella spalla.

L’autrice del romanzo non fu contenta di questo adattamento e non c’è nulla di cui sorprendersi, visto che Melville, pur avendo una protagonista femminile, elemento rarissimo nella sua filmografia, volge tutto questo mondo al maschile o quantomeno lo declina in un ambiguo e stratificato groviglio di sensualità. E lo fa sin dall’inizio, da prima dell’apparizione talare di Belmondo, e cioè quando Barny/Riva osserva con cupidigia una collega di lavoro e poi spiega a un’amica che ciò che la attrae in quella ragazza sono gli elementi maschili più che quelli femminili. Questo conferma allora che in Barny/Riva si agitano due elementi contrapposti: il primo, che riguarda come già detto anche la Francia occupata, è l’impotenza all’azione, visto che per le convenzioni sociali avere una relazione con una ragazza o, addirittura, con un prete è impensabile; il secondo è il potere del suo sguardo, dato che le soggettive insistite della donna danno forma al mondo del film e ne guidano le dinamiche. Lei è dunque, in qualche modo, anche Melville stesso, il regista che guarda e che non può toccare la sua creatura, è l’incarnazione della pulsione scopica tipicamente cinematografica, che arriva a ribaltare le dinamiche classiche del cinema americano tanto amato da Melville, visto che Belmondo, pur essendo colui che orchestra il gioco intellettual-sensuale, è allo stesso tempo oggetto passivo dello sguardo della protagonista, e non il contrario, come per l’appunto accade abitualmente a Hollywood.
Tutto ciò sembrerebbe rappresentare un’eccezione anche all’interno dello stesso cinema melvilliano, quando invece si tratta solo di una diversa declinazione dei suoi temi abituali. Se, infatti, a livello strutturale, il film più vicino a Léon Morin, prete sembra essere Il silenzio del mare, dove a fare le veci del prete è un nazista “buono” e intellettuale, allo stesso tempo tutto il cinema del cineasta francese è attraversato da una dinamica di attrazione tra personaggi che vivono e “combattono” su opposte sponde: si veda, solo per fare un esempio, alle simpatie reciproche e alle amicizie così frequenti tra criminali e poliziotti, che costellano i suoi film. Qui l’unica differenza è un mondo non completamente virile, ma quasi transgender, il che riveste Léon Morin, prete di un’aura più sorprendente, quasi sconcertante.

Info
Léon Morin, prete, un trailer.

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