Riso amaro
di Giuseppe De Santis
Capolavoro immortale, Riso amaro di Giuseppe De Santis segna una tappa fondamentale nella storia del cinema italiano e non solo, collocandosi a un’entusiasmante crocevia fra neorealismo, noir americano, melodramma, musical, impegno sociale e Realismo Socialista, all’insegna di una scatenata sperimentazione linguistica. Magistralmente diretto, avvolgente e appassionante come pochi altri. Prima grande affermazione da protagonista per Silvana Mangano. Al Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna per la sezione Ritrovati e restaurati.
Scene di lotta di classe nel vercellese
Piemonte. All’inizio dei quaranta giorni della coltura del riso masse di mondine si accalcano alla stazione del treno per ottenere un impiego nelle campagne circostanti. Fra di esse si nasconde Francesca, ex-cameriera a servizio da una famiglia benestante che ha rubato una preziosa collana per aiutare il compagno Walter, poco di buono coinvolto in loschi affari che si fa mantenere dalla donna. Francesca sale sul treno per nascondersi nella risaia portando con sé la collana, e incontra Silvana, giovane donna di procace bellezza. Alla risaia, in mezzo a durissime ore di lavoro, a scontri e a rivendicazioni, Francesca e Silvana incontrano Marco, militare di buona etica e buoni sentimenti. Tuttavia Walter non si fa attendere, e giunto a sua volta alla risaia cerca di coinvolgere le due donne nel furto colossale di tutto il raccolto. [sinossi]
Riso amaro (Giuseppe De Santis, 1949) è una meraviglia audiovisiva. Per avviarsi verso qualsiasi tipo di disamina è bene partire innanzitutto da questa certezza, che ha ricevuto un’ulteriore e vigorosa riconferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) dal Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna, dove il film è stato ripresentato dopo il restauro effettuato dal laboratorio bolognese «L’Immagine Ritrovata». La sua visione resta un’esperienza potente e travolgente, che a tutt’oggi manda all’aria collaudate griglie interpretative e abitudini ermeneutiche riservate alla storia del cinema. Quel che a suo tempo venne rimproverato a De Santis (eccesso fotoromanzesco, innanzitutto) si conferma fra i pregi più evidenti del film. Benché a sua volta partecipe del clima creativo del coevo neorealismo italiano e annoverato fra i titoli più significativi di quella splendida stagione cinematografica, Riso amaro sfugge in realtà da qualsiasi immediata classificazione. Certo, c’è l’universo delle mondine. C’è l’adesione agli strati popolari ed emarginati della società. C’è l’interesse socio-antropologico nei confronti di una delle forme più reiette e faticose di lavoro. C’è lo scrupolo di documentazione e denuncia per le disumane condizioni lavorative in cui masse di donne erano costrette a operare nelle risaie. Ci sono il Nord e la campagna con il loro clima inclemente, c’è il contributo di Cesare Pavese e c’è l’arrembante coscienza marxista di De Santis. Ma c’è anche, e soprattutto, la capacità di scartare a ogni passo, di assemblare le ascendenze più disparate verso una forma di spettacolo totale che prima di ogni altra cosa testimonia una preziosissima padronanza del mezzo espressivo.
Fin dalle prime battute De Santis mostra infatti di saper maneggiare con rara maestria gli strumenti espressivi del cinema, dando luogo a un racconto di sopraffina eleganza formale. È cinema colto e popolare. È ideologico e romanzesco. È sociale e coreografico. L’idea di cinema desantisiana è nutrita di un contagioso entusiasmo espressivo. Basti pensare al prodigioso incipit, dove un cronista con sguardo in macchina lascia poi spazio alla corsa delle mondine verso i treni, e dove gru e dolly seguono il movimento di massa appoggiandosi ai canti popolari in colonna audio. De Santis mostra di amare in egual misura modelli sovietici e americani. Da un lato, il dramma rurale, l’esaltazione del lavoro proletario, la protesta che viene dal basso contro spietati meccanismi di sfruttamento; dall’altro, il noir, il boogie woogie, accenti sparsi di musical, l’intrigo di passione, crimine e denaro. E se di prima impressione viene pure da pensare all’impianto del grande melodramma, in realtà esso non è poi troppo presente. Certo, Silvana e Francesca sono due figure femminili divise fra la passione oscura per il criminale Walter e l’amore salvifico per il probo militare Marco. Ma di fatto non vi è molto spazio per dialoghi colmi di conclamata passione amorosa. Semmai, il dilemma melodrammatico è tutto incardinato intorno al tema di una tormentata presa di coscienza socio-politica. Continuare a vivere indifferenti al mondo, o comprendere che si fa parte di una classe sociale che ha bisogno del sostegno di tutti per far sentire la propria voce? Abbandonarsi alla dimensione individuale del piacere, o entrare a far parte attivamente di una collettività e preoccuparsi del suo destino? In tal senso la figura di Francesca compie un proprio percorso di redenzione marxista, esordendo come perduta dark lady e approdando poi, tramite l’esperienza del lavoro di gruppo, a un radioso finale in cui poter ancora sperare nelle magnifiche sorti di una lotta di classe unitaria. La traiettoria di Silvana, invece, è più sfumata e problematica. I termini del conflitto sono i medesimi, e nel drammatico finale Marco e Francesca cercano più volte di richiamare la ragazza alla propria coscienza. Ma la sua è una coscienza più intermittente, tormentata e addolorata. In fin dei conti è meglio sfruttare la situazione secondo il proprio tornaconto, ballare il boogie woogie, vivere di immagine e di pallidi trionfi (il premio di Miss Mondina 1948), affascinare gli uomini e aderire poderosamente alla dimensione del piacere. Se il tragico finale vede in Silvana un’esplosione di lacerante consapevolezza, d’altro canto l’ambivalenza del suo profilo è ben disegnata in due momenti del racconto fra i più travolgenti – presa da Walter con la violenza, la ragazza passa dal riso, al grido, al pianto in una rapida escalation emotiva di perturbante temperatura. Poco dopo, sotto la pioggia incessante, il disgusto per se stessa e per la propria condizione deflagra in urla squassanti, sequenza che fa il paio con la coroncina di Miss Mondina bruscamente strappata dalla testa in prefinale.
De Santis non teme le tinte forti e il sensazionalismo, ma l’amalgama è di rara efficacia, e più volte Riso amaro raggiunge inusitate vette di intensità drammatica. È un film di grande impeto narrativo, Riso amaro, che come pochi altri, e con estrema naturalezza, riesce a rendere omogenei i registri più disparati. Non mancano le scene madri, i momenti a effetto, le grida umane e stilistiche – la magnifica sequenza della mondina incinta che, vittima di un malore, finisce per abortire. La sensualità è esasperata, una condanna dalla quale è impossibile difendersi; i richiami erotici sono più che dichiarati. Il racconto è talmente fluido e avvolgente da ricondurre il tutto nel solco di una prodigiosa compattezza espressiva. Basti pensare all’uso scaltrissimo degli ambienti, a cominciare da quei depositi del raccolto in cui i protagonisti si nascondono scivolando spesso sui cumuli di riso. Intanto, il noir raggiunge punte intensissime verso lo scioglimento, dove l’infame finisce fatalmente appeso a un gancio di macelleria come un quarto di bue. De Santis è capace anche di questo. Tradurre il canone noir americano in rilettura concettuale, dove la consueta fine dell’infame contiene al contempo una riflessione intellettuale – l’uomo ridotto a carne esposta, in un’ottica di mercificazione e sfruttamento massivo che del resto coinvolge tutta la realtà produttiva narrata. Così Riso amaro è spettacolo e impegno civile. È neorealismo, noir, musical e fotoromanzo. È racconto di proteste collettive e contratti di lavoro, colto nella carne viva di una realtà antropologica (i canti, il duro lavoro nella risaia, la condizione della donna…). È Raf Vallone, probo eroe popolare in qualche modo disceso dal Realismo Socialista, e Vittorio Gassman, brutto ceffo da noir americano. È Doris Dowling, attrice statunitense, e Silvana Mangano, radiosa bellezza di casa nostra. È grida e musica – fondamentale il contributo di Goffredo Petrassi e Armando Trovajoli. In ultima analisi, Riso amaro è un capolavoro di straordinaria modernità espressiva, un pezzo più unico che raro nel panorama del cinema italiano anni Quaranta e pure oltre. E, diciamolo pure, nel panorama del cinema mondiale.
Info
Riso amaro sul sito del Cinema Ritrovato.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Riso amaro
- Paese/Anno: Italia | 1949
- Regia: Giuseppe De Santis
- Sceneggiatura: Carlo Lizzani, Carlo Musso, Corrado Alvaro, Gianni Puccini, Giuseppe De Santis, Ivo Perilli
- Fotografia: Otello Martelli
- Montaggio: Gabriele Varriale
- Interpreti: Adriana Sivieri, Checco Rissone, Doris Dowling, Lia Corelli, Nico Pepe, Raf Vallone, Silvana Mangano, Vittorio Gassman
- Colonna sonora: Goffredo Petrassi
- Produzione: Lux Film
- Durata: 108'






Il Cinema Ritrovato 2025
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire
Giorni d’amore
La strada lunga un anno
Roma, ore 11