La strada lunga un anno

La strada lunga un anno

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Girato nel ’58 con soldi jugoslavi perché in Italia nessuno lo voleva produrre, La strada lunga un anno di Giuseppe De Santis è il film corale per eccellenza, insieme melodramma, western e racconto civile. Alla 16esima edizione de I Mille Occhi per le corrispondenze di cineasti italiani.

Un sogno lungo un giorno

Zagora è un isolato paesino di montagna. Guglielmo, disoccupato, ha un’idea: costruire una strada che colleghi il paese con la costa. Nonostante nessuno lo paghi e nonostante la diffidenza e i contrasti con i suoi compaesani è convinto che in ogni caso, se continua con il lavoro, qualche cosa accadrà. [sinossi da Wikipedia]

Mette subito le cose in chiaro Giuseppe De Santis con l’incipit di La strada lunga un anno, presentato alla 16esima edizione de I Mille Occhi per la sezione dedicata alle corrispondenze di cineasti italiani. Sui titoli di testa si vede tornare al paese natale Chiacchiera (il personaggio interpretato da Massimo Girotti) e, nell’ultima inquadratura della breve sequenza, la macchina da presa si solleva con un dolly maestoso atto a mostrare la petrosa terra che circonda il povero e piccolo abitato. C’è già tutto in questo movimento: il melodramma, il western, il realismo sociale e il cinema di denuncia. Quella terra che non dà frutti tiene isolati chi vi abita: è la patria, ma insieme la maledizione. E solo una strada verso il mare potrebbe permetterle di comunicare con il resto del mondo.

La grandezza del cinema di De Santis, un cinema ambizioso, carnale (basti ricordare la sensualità conturbante della Silvana Mangano mondina in Riso amaro), violento e veemente, imponente nella coralità del racconto e nella magnificenza visiva, non sempre ha avuto il riconoscimento che meritava, tanto che proprio per realizzare La strada lunga un anno – opera che oggi ci appare come il suo massimo capolavoro – il cineasta natio di Fondi fu costretto a trovare una produzione jugoslava, visto che non trovava finanziamenti in Italia, e riuscì a realizzarlo solo nel ’58, dopo quattro anni di tentativi.
Ma, nonostante la location – il film venne girato in Istria – il paesino di Zagora è evidentemente un traslato dei poveri abitati ciociari arroccati sulle montagne cui il regista aveva già reso omaggio in particolare in Non c’è pace tra gli ulivi, e come d’altronde dimostra il dialetto in cui parlano i personaggi, interpretati da attori di varie nazionalità: italiani (il già citato Girotti, e poi Silvana Pampanini ed Eleonora Rossi Drago) e locali (a partire dallo sloveno Bert Sotlar, che interpreta Guglielmo, l’ideatore dello sciopero alla rovescia e cioè colui che comincia costruire la strada verso il mare senza che nessuno gliel’abbia chiesto). Tutti interpreti meravigliosi, in special modo Girotti, che qui si esibisce in un ruolo diverso da quello con cui è stato canonizzato: estroverso e sopra le righe, eccentrico, anarchico e sbruffone, malinconico ma soprattutto vagamente giullaresco (in tal senso è notevole il momento in cui, per rispondere alle battutine che gli rivolgono le donne dall’altro lato del fiume, si spoglia completamente nudo e comincia a ballare davanti ai loro sguardi imbarazzati).

La storia che De Santis ci racconta è quella della presa di consapevolezza di un intero paese: di fronte all’immobilismo delle istituzioni e dei ricchi (sindaco e notabili del luogo sono mostrati in tutta la loro meschinità), i popolani non possono far altro che agire, e dunque decidono di affiancare Guglielmo nell’impresa di costruire la strada che li porterà al mare. Per far questo, combattono l’ostilità del comune (che non li vuole pagare per un’attività non richiesta, eppure unanimemente indispensabile), come quella delle autorità costituite; e quando verranno tutti arrestati saranno le donne del paese a intervenire chiedendo la liberazione dei loro uomini, pena l’emigrazione in massa.
La solidarietà è chiaramente il filo che tiene unito il racconto – così come già accadeva in Non c’è pace tra gli ulivi -, solidarietà che arriva a infrangere volutamente e ostinatamente la Legge, quando questa in maniera ottusa non riconosce le esigenze di chi chiede solo di lavorare per mantenersi da vivere. E tutto – come in un grande racconto popolare – è mosso dall’amore. D’altronde uno dei personaggi lo dice esplicitamente: “A una vita come la nostra che resta se gli togliete l’amore?”.
Il personaggio di Girotti si innamora della donna che abita a valle, che aspetta da troppo tempo un marito di ritorno dall’America e che deve rinunciare alla sua casa per permettere il proseguimento della costruzione della strada. Ma anche gli altri personaggi – secondo un copione orchestrato perfettamente dal punto di vista narrativo – affrontano una serie di questioni sentimentali, dall’esito positivo o meno: si ricordi almeno la coppia che aspetta il passaporto per gli Stati Uniti e che, dopo che lei rimane incinta e visto l’impegno della strada in costruzione, decide alla fine di restare a vivere al paese.
La strada lunga un anno mette in scena in fondo una grande utopia, quella del popolo che si allea contro i potenti e che li convince a cambiare idea; ed è decisiva in tal senso la scena in cui il vecchio maestro, diventato ormai sindaco, si rende conto in un improvviso afflato umanitario che deve abbracciare anche lui la causa. L’utopia ovviamente è quella comunista, cui non si fa esplicito riferimento nel film, ma che appare in qualche modo ovvia per le conclusioni cui si giunge.

Di fronte però a una vicenda narrativamente tipica del cinema sovietico – si pensi solo a La linea generale di Ejzenstejn – De Santis opta per una messa in scena che sposa l’espressionismo visivo, e che piuttosto è evidentemente figlia del neorealismo, con in più quel senso di grandeur e di magnificenza tipicamente hollywoodiana. Tutto si tiene, in fin dei conti, in La strada lunga un anno: l’afflato civile e l’entertainment popolare, anche grazie a una galleria indimenticabile di personaggi in cui ciascuno di loro combatte l’egoismo che gli è proprio per donarsi all’altruismo. E gli stessi utensili di natura brechtiana – che a tratti sembravano eccessivi in un film come Non c’è pace tra gli ulivi – sono qui usati con moderazione – attraverso ad esempio delle poetiche didascalie – e senza mai interrompere apertamente il flusso del racconto. D’altronde il limite di certa drammaturgia di Brecht – come ad esempio Ascesa e caduta della città di Mahagonny, con cui La strada lunga un anno ha dei tratti in comune, soprattutto per la coralità ‘contrastata’ dell’andamento narrativo – sono abilmente superati soprattutto per via dell’amore sconfinato che De Santis mostra di avere per i suoi protagonisti. Ci piace almeno ricordare in tal senso un altro momento altamente espressivo: quello in cui due degli anziani rievocano con nostalgia ma anche con dolore gli anni vissuti insieme da migranti, cercando di riportare alla memoria la traduzione inglese di alcune parole particolarmente significative, come la fame e l’amore.

Su tutto, infine, aleggia il sentore di un film-cardine della storia del cinema, per quanto così poco visto e analizzato (l’anno prossimo a I Mille Occhi verrà mostrata anche la versione jugoslava): quell’atmosfera che si vive nella casa che deve essere abbattuta per far spazio alla strada non può non far venire in mente tanto western (a partire dal Sergio Leone di C’era una volta il West), quella precisione visiva e quella recitazione melodrammatica sempre al limite dell’overacting non può non ricordare i coevi risultati a Hollywood di un Elia Kazan; quel senso di dolente umanità isolata e sperduta non può non aver anticipato un film come Underground di Emir Kusturica.
E così, anche per via di tutte le sue traversie produttive, La strada lunga un anno ci appare oggi come uno di quei rari casi di film-monstre, in cui l’utopia è il cinema e il cinema è (era) utopia.

Info
La pagina Wikipedia di La strada lunga un anno.
Il sito de I Mille Occhi.
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