Rischiose abitudini
di Stephen Frears
Tratto da un romanzo di Jim Thompson e splendidamente musicato da Elmer Bernstein, Rischiose abitudini di Stephen Frears propone una rilettura del noir classico alle soglie degli anni Novanta. Avvitato intorno a un trio di personaggi dai morbosi rapporti, il film rende espliciti molti degli interdetti del noir anni Quaranta affidandosi a una strepitosa prova d’attori in cui svetta una splendida Anjelica Huston. Al Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna per la sezione Ritrovati e restaurati.
Le relazioni pericolose
Giovane imbroglione che vuole imporsi nel giro delle grandi truffe, il venticinquenne Roy finisce in ospedale dopo un piccolo raggiro andato male. Arriva in soccorso sua madre Lilly, che non vede da otto anni e che a sua volta è al soldo di un boss delle scommesse sui cavalli. In ospedale Lilly incontra Myra, nuova compagna di Roy, e da subito fra le due donne non corre buon sangue. Myra propone a Roy di mettersi in società per compiere truffe ambiziose, ma su suggerimento della madre il ragazzo inizia a maturare l’idea di rimettersi sulla retta via. Fuori di sé per il rifiuto di Roy, Myra inizia a pedinare Lilly per mandarle all’aria i loschi affari con le scommesse. [sinossi]
Il cinema di Hollywood si guarda continuamente indietro. Rilegge classici, affronta in epoche diverse dettami estetici di tempi lontani. Man mano che la storia del cinema diventa tale, cresce anche la consapevolezza di essa, e si può riflettere sul cinema pregresso nell’atto stesso della realizzazione di nuovo cinema. Sul finire degli anni Ottanta Rischiose abitudini (Stephen Frears, 1990) torna a riflettere sul noir classico – sia detto per inciso, il titolo italiano è decisamente opinabile, scelto in luogo dell’originale, sintetico e pregnante, The Grifters. Tratto da un romanzo di Jim Thompson pubblicato nel 1963, il film può concedersi innanzitutto un’esplicitezza che nel noir del cinema classico sarebbe stata sicuramente confinata nei territori dell’allusione – e del resto la stessa fonte letteraria alle origini del film presenta toni più franchi e provocatori della media. Imperniato su un trio di truffatori negli assolati paesaggi della California, Rischiose abitudini vede infatti in scena il venticinquenne Roy, provetto imbroglione che alterna piccole frodi ad attività più remunerative, sua madre Lilly, rimasta incinta appena quattordicenne e coinvolta nell’inquinamento delle scommesse sui cavalli, e la bella Myra, nuova compagna del ragazzo con un passato di truffe in grande stile. Il racconto si avvita interamente sulle dinamiche fra questi tre protagonisti, meravigliosamente interpretati da John Cusack, Annette Bening e Anjelica Huston, che svetta su tutti. È un film claustrofobico, Rischiose abitudini, non soltanto per l’uso ricorrente di interni (oltretutto spesso solcati, come noir classico vuole, dal riflesso di veneziane sulle pareti), ma soprattutto per gli oppressivi rapporti fra i tre personaggi in scena. Se di norma il noir si nutre di amarezza e disincanto, il film di Frears mostra un upgrade rispetto a tale tendenza dirigendosi verso una glacialità senza pari. Tutto ruota intorno al denaro, certo, ma al fondo si agita il desiderio neanche troppo malcelato di totale possesso dell’altro, di manipolazione della volontà altrui, di dominio e sottomissione. In tale direzione la lotta si articola in realtà intorno al possesso di Roy, soggetto sostanzialmente passivo di una guerra archetipicamente scatenatasi fra madre e compagna. Stephen Frears veniva dai freschi trionfi di Le relazioni pericolose (1988), e già in precedenza aveva avuto modo di affrontare un racconto di psicotico possesso reciproco con il bel Prick Up – L’importanza di essere Joe (1987), ispirato alla reale e tragica vicenda del commediografo britannico Joe Orton. Con Rischiose abitudini si assiste in qualche modo a una riproposizione di pericolosissime relazioni, dove la Merteuil/Anjelica Huston, novella Medea, si batte per il possesso del figlio Roy – sull’altra sponda del conflitto la Myra di Annette Bening è decisamente meno innocente della sventurata Madame de Tourvel. Per un curioso cortocircuito cinematografico Annette Bening aveva del resto impersonato la Marchesa de Merteuil in Valmont (Miloš Forman, 1989), ulteriore trasposizione del romanzo di Choderlos de Laclos realizzata a strettissimo ridosso di Le relazioni pericolose di Frears.
In linea con le dinamiche fra Merteuil e Valmont, in Rischiose abitudini il sadismo fisico e psicologico regna sovrano. Quello fisico si accanisce soprattutto nei confronti dei personaggi femminili. Strumento di un’organizzazione criminale, Lilly finisce vittima di terribili maltrattamenti per non aver fatto bene il proprio lavoro. È un’anima algida, indurita e raffreddata, quella di Lilly, a metà fra vera avidità e spirito di sopravvivenza, che riesce ancora ad avere qualche palpito affettivo soltanto per il figlio Roy, tuttavia sempre all’insegna del ricatto emotivo. Sceneggiato dal giallista Donald E. Westlake, Rischiose abitudini presenta una struttura narrativa abbastanza sui generis.In tutta la sua parte centrale il film si adagia infatti (fino quasi a sedersi) sulla descrizione dei suoi protagonisti, aprendo volentieri divertite parentesi sul loro passato commentate da uno straordinario score musicale a opera del glorioso Elmer Bernstein. Il passo più sostenuto del noir è poi recuperato nella sua seconda metà, quando l’intreccio di denaro e dominio psicologico finisce pure dalle parti dell’archetipico tema del doppio, giocato sulla sovrapponibilità fisica di Lilly e Myra. Con la stessa disinvoltura che caratterizza certe sue opere precedenti realizzate in terra britannica, Stephen Frears non arretra di fronte a nudi full frontal e alle più torbide nuances del romanzo di Jim Thompson, con una franchezza espressiva decisamente inconsueta per una produzione americana di prima fascia – benché ormai prossima a manifestarsi, la rivoluzione estetica innescata dal cinema di Quentin Tarantino era ancora di là da venire. Fra Roy e Lilly si agitano fantasmi incestuosi, ricondotti nel finale a un’effettiva presa di coscienza dagli esiti rabbrividenti. Se al fondo ancora si intuiscono sentimenti materni, d’altro canto l’animo di Lilly è decisamente pronto a tutto, nell’ordine della manipolazione psicologica, per salvarsi le pelle e mettere le mani sul bottino. Il film poi si conclude con un colpo di scena, terribile e tragico, che a tutt’oggi fa sobbalzare sulla poltrona per il senso di orrore. A suo tempo Stephen Frears disse di essere rimasto colpito dal romanzo di Jim Thompson perché in esso la narrativa pulp s’incrociava con la tragedia greca. È in effetti una tragica beffa del destino a chiudere la vicenda, e il pianto finale senza voce di Anjelica Huston si delinea per un puro e semplice capolavoro attoriale.
Sul piano stilistico Rischiose abitudini è caratterizzato da un’interessante ibridazione. Ancorché ambientato nella contemporaneità, il film di Frears conserva in tutto i tratti specifici di un racconto d’altri tempi. Gli intrecci fatali da noir classico, i fazzoletti neri a coprire le teste dei personaggi femminili, i motel di periferia con la ghiacciaia esterna, parlano di un cinema e di un’America di epoche lontane, qui rievocate tramite un linguaggio filmico della modernità che non cerca in alcun modo l’imitazione di stili del passato. Certo, restano le ombre delle veneziane, gli interni poco illuminati, certi tagli d’inquadratura. Tuttavia sembra di assistere a un presente che non è presente, e che non è neanche passato. Una sorta di atemporalità narrativa che lascia spazio all’universale tragedia del parto, della nascita, dell’autocoscienza individuale. Ma il denaro e la fame di sopravvivenza rendono bestie glaciali. E stavolta la dark lady è la madre.
Info
Rischiose abitudini sul sito del Cinema Ritrovato.
- Genere: noir
- Titolo originale: The Grifters
- Paese/Anno: USA | 1990
- Regia: Stephen Frears
- Sceneggiatura: Donald E. Westlake
- Fotografia: Oliver Stapleton
- Montaggio: Mick Audsley
- Interpreti: Anjelica Huston, Annette Bening, Gailard Sartain, Henry Jones, J.T. Walsh, John Cusack, Pat Hingle, Stephen Tobolowsky
- Colonna sonora: Elmer Bernstein
- Produzione: Cineplex Odeon Films
- Durata: 110'





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