The Piper

Se c’è un motivo per cui un horror come The Piper verrà ricordato sarà perché ospita l’ultima apparizione sullo schermo di Julian Sands prima della tragica scomparsa. Per il resto il film dell’islandese Erlingur Thoroddsen mette in mostra una scarsissima vena, ben poca propensione all’inquietudine, e una scrittura – tanto in sceneggiatura quanto musicale – raffazzonata.

Il trillo del diavolo

Alla giovane compositrice Mel viene data l’occasione della vita quando il suo direttore d’orchestra Gustafson la incarica di portare a termine la partitura del concerto iniziato dalla sua defunta mentore. Ma presto scoprirà che suonare quella musica può avere conseguenze mortali, e che le origini inquietanti della melodia possono risvegliare le forze del male. [sinossi]

Dopo aver girato in patria alcuni film di genere, fra cui l’horror Rift (Rökkur, 2017) e il thriller Kuldi (2023), il quarantenne regista islandese Erlingur Thoroddsen è stato “promosso” a Hollywood con questo The Piper. Si tratta di una rilettura in chiave orrorifica del Pifferaio di Hamelin, leggenda tedesca che risale ai tempi del Medioevo, messa per iscritto fra gli altri da Wolfgang Goethe e Robert Browning sotto forma di poesia e dai fratelli Grimm in prosa, inclusa però non tra le fiabe, ma appunto fra le Saghe germaniche. Al cinema invece è celebre la trasposizione che ne fece Jacques Demy, Il pifferaio di Hamelin (The Pied Piper, 1972), una più che dignitosa coproduzione internazionale, anche se non fra i suoi lavori più ispirati. Fatta questa pedante quanto doverosa premessa, veniamo al film. Tanto per cominciare, si può subito dire che The Piper è un film dell’orrore che ha la rara capacità, affidandosi quasi unicamente ai cosiddetti “jumpscare” nei momenti clou, di non suscitare salti sulla poltrona neanche una singola volta. Si obietterà, vista la fonte d’ispirazione, che il film dopotutto è inteso più come una fiaba nera che come un horror tout court. A maggior ragione, allora, si sarebbero potuti evitare i soliti, triti e ormai consunti stratagemmi in favore di qualcosa di più creativo, come ad esempio atmosfera, inventiva, immaginario. Oltre a questo, la sceneggiatura soffre di una schematicità eccessiva nel delineare i personaggi: i buoni sono buonissimi, i cattivi cattivissimi e lo stesso mostro/pifferaio non possiede alcuna peculiarità, alcun tratto distintivo per distinguerlo da un qualsiasi Babau del grande schermo degli ultimi quarant’anni, tanto da sembrare un incrocio tra Freddy Krueger – col piffero al posto degli artigli – e la famelica creatura di Jeepers Creepers (Victor Salva, 2001).

Si ha poi (ancora!) la baviana palla bianca che spunta dal nulla e rotola di Operazione paura, 1966, ripresa tra gli altri dal Fellini di Toby Dammit (episodio del trittico su Poe Tre passi nel delirio, 1968), oltre ovviamente a qualche topo qua e là, giusto per rimanere in tema. Ma l’aspetto più debole del film è poi quello su cui ci si sarebbe dovuti concentrare maggiormente, ovvero la colonna sonora. Tutto comincia infatti con un prologo in cui vediamo una compositrice di mezza età mentre tenta di dare fuoco a una partitura. Ma un’interferenza del soprannaturale fa sì che invece sia lei a finire arrosto. Qualche tempo dopo, la giovane protagonista, Mel (Charlotte Hope: era, fra le altre cose, la bella Myranda nel Trono di spade), flautista in un’orchestra, non sapendo più come fare per entrare nelle grazie del dispotico e arrogante direttore Gustafson (Julian Sands, alla sua ultima apparizione), il quale le preferisce l’ambizioso e antipatico Franklin (Philipp Christopher), gli propone di recuperare la parte mancante della partitura iniziata dalla compositrice morta, che era stata poi la sua maestra. Gustafson si lascia convincere, minacciandola, in caso di fallimento, di buttarla fuori dall’orchestra. Dopo varie peripezie, Mel entra in possesso dei preziosi nastri sui quali la compositrice aveva inciso la melodia per pianoforte della sua sinfonia, solo per scoprire che quelle note celano però in sé un potere oscuro che provoca allucinazioni ad adulti e, soprattutto, bambini, compresa sua figlia Zoe, anche lei un giovane talento musicale in erba. Non solo, ma una volta eseguita dall’intera orchestra, questa composizione porterà all’apertura di un varco dimensionale in grado di riportare il diabolico pifferaio in questo mondo.

Data l’importanza che la musica riveste nella vicenda era lecito attendersi dal compositore Christopher Young qualcosa di un po’ più originale di un frammento musicale davvero “basic”, che pare un Debussy virato verso Rachmaninoff (ma privo sia della poesia del primo che della complessità e della forza struggente del secondo), e che oltretutto viene ripetuto fino alla nausea per tutto il film. L’apparizione, o se si vuole rinascita, del mostro costituisce probabilmente la scena migliore del film, assieme alle evocative e promettenti visioni “aliene” di nevi e laghi ghiacciati, che si accontentano però di essere suggestive senza essere sfruttate fino in fondo. Alla fine The Piper sarà tristemente ricordato – se mai lo sarà – per essere l’ultima apparizione di Julian Sands, appassionato alpinista, scomparso nel gennaio 2023 durante un’escursione sul Monte San Antonio in California, e i cui resti sono stati ritrovati soltanto sei mesi dopo.

Info
The Piper, il trailer.

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