Mai più l’amore
di Anatole Litvak
Operetta con musiche e canzoni in forma di cinema, realizzata nella Germania di Weimar pochi anni prima dell’avvento del nazismo, Mai più l’amore (Nie wieder Liebe!) di Anatole Litvak mostra libertà espressive e lievi accenti di realismo piuttosto inediti per il tipo di prodotto al quale appartiene. Gradevole divertissement intento a esaltare le risorse del sonoro di recente acquisizione, fra guerra dei sessi e comicità raffreddata. Al Festival del Cinema Ritrovato 2024 di Bologna, per la retrospettiva Viaggi nella notte: il mondo di Anatole Litvak.
Uomini che (malgrado tutto) amano le donne
Stufo delle numerose delusioni d’amore raccolte, il miliardario Sandercroft scommette di rinunciare all’amore per cinque interi anni, isolandosi su uno yacht in viaggio per mare con il suo maggiordomo Jean e un equipaggio di marinai improvvisati. Benché tutti gli uomini imbarcati siano fieri della scelta di allontanarsi dalle donne, ben presto la nostalgia per l’universo femminile si fa sentire. A minacciare ulteriormente la scommessa di Sandercroft giunge una sconosciuta, raccolta dalle onde, che subito polarizza l’attenzione dell’intero equipaggio. Sandercroft pare resistere alle tentazioni, ma l’impresa è ovviamente difficile…
Autore apolide per vicende biografiche e per naturale inclinazione, l’ucraino Anatole Litvak compie i suoi primi passi nel cinema in Russia, ma la sua effettiva prima produzione è a oggi perduta. Spostatosi in Germania poiché non persuaso dell’ideologia sovietica, successivamente Litvak ripara in Francia all’avvento del nazismo, per poi approdare a Hollywood nella seconda metà degli anni Trenta. Realizzato nella Germania di Weimar del 1931, Mai più l’amore (Nie wieder Liebe!) è attualmente il primo film rintracciabile di Litvak, opera che nasce a sua volta all’insegna di una natura apolide e multiculturale; Litvak era ucraino in terra straniera, mentre come assistente alla regia troviamo nientemenoché Max Ophüls in una delle sue prime esperienze cinematografiche, tedesco di nascita con un futuro davanti a sé in Francia, Italia e Stati Uniti. D’altro canto l’attrice protagonista Lilian Harvey era un’artista britannica naturalizzata tedesca, e il resto del cast vede assemblarsi ebrei e anche persone di colore; il film stesso ha visto la realizzazione di più versioni in lingua diversa, consuetudine diffusa finché la pratica del doppiaggio non entrò in uso. È infine intimamente apolide il film stesso, ispirato all’opera teatrale Dover-Calais di Julius Berstl, realizzato in Germania dall’UFA con al centro una vicenda ambientata fra New York e Nizza. Weimar era probabilmente anche questo; ancorché seduto su un vulcano di disagio sociale pronto a esplodere, era anche un coacervo ribollente di interculturalità tragicamente destinato a essere spazzato via dall’avvento del nazismo. Fuggirà dalla Germania nazista anche buona parte del cast tecnico e attoriale del film, alcuni non più nelle condizioni di poter lavorare nel cinema poiché ebrei o addirittura neri; vedendo Mai più l’amore sembra in tal senso di assistere a una delle ultime feste allegre e gaudenti di un transatlantico in via di affondare.Dal film sembra di percepire anche il tentativo di concorrere con il cinema americano nella realizzazione di brillanti commedie upper class, composte di smaglianti gentlemen e da giovani donne spavalde e appuntite. Per questo genere di prodotto era utilizzato in Germania il termine Tonfilmoperette (operetta in forma di film sonoro) poiché allo spettacolo realizzato non restavano estranee le musiche, le canzoni e le coreografie. Del resto erano i primi anni dell’avvento del sonoro, e uno spettacolo poliedrico come quello offerto da Mai più l’amore poteva prestarsi all’esaltazione delle grandi potenzialità del suono appena acquisito al cinema.
In tal senso si lascia ampio spazio a leit-motiv canori, alla costruzione di coreografie e composizioni visive, alle quali si giunge tramite un uso sapiente di montaggio e movimenti di macchina. La vicenda narrata è altresì incardinata sul paradosso e sull’assurdo. Deluso dalle troppe fregature d’amore, il miliardario Sandercroft decide infatti di rinunciare all’amore, scommettendo di resistere per cinque interi anni e isolandosi con il suo maggiordomo Jean e un intero equipaggio di marinai su uno yacht in giro per i mari del mondo. L’intento brutalmente misogino è rifiutare la donna, ricacciarla lontana e affidarsi soltanto al conforto della solidarietà virile. Mai più l’amore, cantano tutti quanti al salpare dello yacht. Ovviamente il paradosso è destinato a durare il giusto. Dopo qualche anno si presenta infatti all’orizzonte la figura affascinante di una giovane donna, che viene tratta in salvo dalle onde e che subito porta scompiglio nel gruppo di soli uomini in viaggio per mare. Da lì si apre un consueto gioco di seduzione, fatto di avvicinamenti e allontanamenti, fra Sandercroft e la bella sconosciuta, nascosta sotto false identità che mutano più volte durante il racconto. In primo luogo è da rilevare che Mai più l’amore adotta un’idea di commedia brillante meno eccessiva dell’omologo modello americano nell’esibizione di una barocca eleganza profilmica. Fatta eccezione per l’appartamento di Sandercoft all’esordio (che pure è assai limitato nei suoi elementi di fasto e sfarzo), gli spazi abitati dai personaggi scendono finanche nei bassifondi sociali, specie all’esordio, strusciando volentieri con i reietti del mondo. Basti pensare al locale fumoso in cui il maggiordomo Jean si reca per raccogliere marinai improvvisati e disposti a partire immediatamente con Sandercroft per la sua bizzarra crociera senza fine. Anche in questo caso l’occasione è propizia per intarsiare il film di interventi canori che però conservano un fondo decisamente popolare. In modo ancor più decisivo Litvak mette la sordina allo sfarzo visivo per tutta l’ampia sezione centrale ambientata sullo yacht. Complice anche il formato d’epoca tendente al quadrato, l’inquadratura è sovente stretta intorno ai suoi protagonisti, mentre il montaggio è composto di brevi e rapide inquadrature giustapposte una all’altra. Raramente il frame si apre a orizzonti di ampio respiro. In luogo dell’esibizione del profilmico Mai più l’amore si affida molto più intensamente alle risorse dei movimenti di macchina. È spesso la macchina, e come si muove, ad amplificare il respiro di sequenze perlopiù affidate a una ricorrente orizzontalità visiva – basti pensare ai mesti volti degli uomini dell’equipaggio, nostalgici delle donne, che scorrono uno dopo l’altro lungo un sinuoso carrello.
A sua volta pure la comicità adotta un passo allentato e raffreddato. Appare in tal senso esemplare il contributo di Felix Bressart nei panni del maggiordomo Jean, sorta di Buster Keaton teutonico dal volto impassibile e dalle reazioni ritardate o contenute. Il suo umorismo freddo e indifferente si delinea più volte per una delle fonti di più schietto divertimento di tutto il film. D’altra parte Bressart contribuisce decisamente alla predilezione per l’assurdità che già di per sé è espressa da un simile soggetto – il maggiordomo Jean appare miracolosamente, e nei modi più impensati, a ricordare a Sandercroft la promessa di non cedere alle donne per tutto il quinquennio proprio nel momento in cui il miliardario sta per cedere. Vi è infine una discreta spregiudicatezza nell’affrontare la sensualità e il corpo femminile. Niente di particolarmente sconvolgente, certo. Però la donna salvata dalle acque si mostra in tutta la sua matericità fisica agli occhi degli uomini in astinenza, e le gambe di Lilian Harvey intervengono qua e là in dettaglio come elemento di fascino e seduzione. Tonfilmoperette con proporzionati aneliti di realismo, Mai più l’amore esprime anche una robusta adesione agli esterni e contestualmente un uso non invasivo delle riprese in studio. Vi è un ultimo capitolo tutto ambientato a Nizza che ricolloca en plein air una vicenda fino a quel momento incardinata nel sofisticato paradosso. Per un racconto in buona parte dedicato a un gioco di maschere fra uomo e donna, intervengono nell’ultima sezione i veri e propri mascheroni allegorici del Carnevale di Nizza, ed è proprio lì che non a caso si infittisce il gioco di scatole cinesi intorno all’identità della Gladys protagonista. Si respira insomma nel film di Anatole Litvak un’espressività libera e gradevole, che divaga con leggerezza fra spunti diversi ed eterogenei strumenti narrativi, adottando una globale fisionomia assai più destrutturata di quanto un prodotto del genere potrebbe lasciar supporre. Mai più l’amore, e mai più neanche la libertà, civile, sociale e pure artistica. Il nazismo è alle porte. E retrospettivamente, su questo cinema così leggero e privo di evidenti vincoli si allunga un’ombra nera che ne rende la visione più tetra e perturbante. Immagine fuggevole e transeunte di volti e corpi destinati all’evanescenza come lo stesso universo che li ospita nel racconto.
Info
Mai più l’amore sul sito del Cinema Ritrovato.
- Genere: commedia, musicale, sentimentale
- Titolo originale: Nie wieder Liebe!
- Paese/Anno: Germania | 1931
- Regia: Anatole Litvak
- Sceneggiatura: Anatole Litvak, Irma von Cube
- Fotografia: Franz Planer, Robert Baberske
- Montaggio: Alexander Uralsky
- Interpreti: Felix Bressart, Harry Liedtke, Hermann Speelmans, Julius Falkenstein, Lilian Harvey, Oskar Marion, Raoul Lange, Theo Lingen
- Colonna sonora: Mischa Spoliansky
- Produzione: Universum Film (UFA)
- Durata: 88'

Cinema Ritrovato 2024 – Presentazione