L’ottava meraviglia

L’ottava meraviglia

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Ottimismo, leggerezza e scopi edificanti a sostegno morale degli USA impegnati nella Seconda Guerra Mondiale. L’ottava meraviglia di Alexander Hall è cinema dei buoni sentimenti per una nazione con un gran bisogno di fiabe. In dvd per Sinister e CG.

Jerry Flynn è un impresario teatrale a rischio di fallimento per i troppi debiti accumulati. Per caso incontra Arthur, un bambino che con la sua armonica a bocca riesce a far ballare un bruco dentro una scatola da scarpe. Jerry pensa di sfruttare il prodigioso fenomeno per ricavarne soldi e fama, ma non ha fatto i conti con la caparbietà di Arthur, che non intende separarsi in alcun modo dal suo amico bruco. [sinossi]

Nel cinema gli USA sono stati da sempre anche grandi narratori di fiabe, cantori del bisogno di evadere, di farsi trascinare in un universo sia pure vagamente astratto rispetto alla realtà, di sognare e lasciarsi illudere che le storie finiscono bene, i torti si aggiustano, i codici morali si correggono in corso d’opera. Fin dal suo cartello iniziale, L’ottava meraviglia (1944) di Alexander Hall si colloca in tale territorio, oltretutto platealmente dichiarato nel titolo originale (Once Upon a Time).
Stavolta la fiaba è appena un gradino al di sopra della realtà, in un universo non smaccatamente fantastico ma comunque improbabile. Siamo nel territorio precipuo dell’illusione, dell’astrazione infantile, in una parola del meraviglioso, laddove piccoli grandi fenomeni inconsueti assumono tonalità scintillanti agli occhi di bambini ed eterni bambini, e anche agli occhi di un pubblico che proprio non vuole saperne di crescere.
D’altra parte L’ottava meraviglia vede la luce in pieno intervento americano nella Seconda Guerra Mondiale, e come qua e là emerge anche nei dialoghi del film (ma di nuovo è il cartello iniziale a dare chiari segnali) c’è un gran bisogno di fiabe, che distraggano dalle preoccupazioni per il destino dell’intero pianeta e per i cari impegnati negli scontri bellici lontano da casa. In tal senso il film di Hall sposa con ogni evidenza lo spirito delle commedie alla Frank Capra, di cui però lascia decantare il sia pur velato versante caustico, adagiandosi nel sorridente ottimismo di un prodotto anche destinato al pubblico dei ragazzi. Sono vari i segnali in questa direzione, a cominciare dall’utilizzo di un bambino come coprotagonista, dai riferimenti a Walt Disney e dalla palese struttura narrativa a scopo edificante.

Cary Grant è qui alle prese col personaggio di Jerry Flynn, impresario dello spettacolo che dopo grandi successi ha infilato tre fiaschi uno dopo l’altro e per i debiti accumulati rischia di vedersi cacciato dal teatro che ha gestito per anni. Pare però risolutivo l’incontro fortuito con il piccolo Arthur, ragazzino che intonando con la sua armonica a bocca “Yes Sir That’s My Baby” (ovvero il notissimo fox-trot anni ’20 che in italiano sarà adattato in “Lola cosa impari a scuola”) riesce incredibilmente a far danzare un bruco dentro una scatola da scarpe. Jerry pensa così di sfruttare tale piccola meraviglia per ricavarne fama e soldi, e viene contattato addirittura da Walt Disney che vuol costruire un film intorno al bruco ballerino. Ma Jerry dovrà scontrarsi con l’idealismo del piccolo Arthur.

Dato il riconoscibilissimo tipo di operazione cinematografica, non sarà certo uno spoiler per nessuno se diciamo che ovviamente tutti i salmi andranno in gloria, e che nell’epilogo farà addirittura capolino anche il cinema d’animazione, più volte evocato nel racconto dalla figura, già al tempo mitizzata, di Walt Disney.
L’ottava meraviglia è infatti cinema edificante della specie più cristallina, dove il cinico adulto si redime con puntualità svizzera e il versante lacrimoso è garantito da una baby star piangente a intervalli regolari (tra l’altro, il piccolo Ted Donaldson recita decisamente male).
Nella sua prima metà il film di Hall mostra anche risvolti interessanti, dal momento che il racconto si sofferma a narrare con accenti divertiti la creazione ad arte di un fenomeno di massa, amplificato dall’interazione di nuovi ed emergenti mass-media. Anzi, in questo senso Hall sembra assumere toni dissacranti nei confronti della società dello spettacolo, capace di creare un evento letteralmente dal nulla. Perché se da un lato tutti quanti sono convinti di vedere nella scatola il bruco che balla, dall’altro lo sguardo disincantato di Moke, assistente di Jerry, registra solamente qualche contorcimento, per cui si dubita che la cosiddetta danza del bruco sia mai veramente avvenuta. In altre parole la meraviglia non è tanto nell’oggetto, bensì nello sguardo del soggetto, perfettamente rispondente alle esigenze, dichiarate fin dal cartello iniziale, di tutta un’oscura epoca bellica.

Secondo tale linea di ragionamento Hall sembra voler regalare al pubblico leggerezza ed evasione, ma al contempo mostra anche una certa consapevolezza dei meccanismi difensivi di una società che vuole stordirsi ad ogni costo, e in particolare tramite la fruizione di massa di varie forme di spettacolo. Non è infatti da trascurare l’interessante riflessione sull’intrinseca meraviglia degli spettacoli ottici: il bruco che balla a tempo di musica può essere visto solo attraverso un foro praticato nella scatola (e noi spettatori del film non lo vediamo mai), con perfetta similitudine con alcune attrazioni di precinema (il Mondo nuovo) o con il più acceso concorrente del Cinématographe dei Lumière (il kinetoscopio di Thomas Edison).
Del resto è lo stesso personaggio di Cary Grant a enunciare tale rapporto tra il rudimentale spettacolo del bruco e la preistoria del cinema: in entrambi i casi si tratta di forme povere e popolari d’intrattenimento, che possono trasformarsi in esorcismo collettivo per fuggire dalle asperità della vita reale.
L’ottava meraviglia racconta quindi con perfetta consapevolezza anche tale dirompente carica illusoria insita nella fruizione di massa, soffermandosi sulla stretta collaborazione tra mass-media diversi nella quotidiana creazione di nuovi miti: radio, stampa, teatro concorrono all’allestimento di un enorme fiaba popolare ricavata da un minuscolo fenomeno, tanto che pure i soldati impegnati al fronte finiscono per dipingere il nome e l’effigie del bruco sugli aerei da guerra. In questo Alexander Hall mostra una discreta sagacia satirica che tuttavia non intende mai spingere il coltello troppo a fondo. Il film si mantiene infatti in un territorio ambiguo tra burla e complicità, e restano comunque prioritari l’intento edificante, la celebrazione e il trionfo dei buoni sentimenti, l’archetipico percorso di redenzione di un adulto grazie all’incontro con un bambino. La debole verve satirica è del resto confermata dall’evidente glorificazione auto-celebrativa che Hall tributa al cinema stesso tramite l’evocazione della figura di Walt Disney, indicato come sommo maestro nella costruzione di fiabe per le masse. E il definitivo sconfinamento verso il cinema per ragazzi è dato dall’inaspettata irruzione finale del cinema d’animazione, che si rivela funzionale a un altro tòpos del cinema americano delle buone intenzioni: la maturazione di un bambino tramite la scoperta del dolore e del distacco.

Autore di un impareggiabile gioiellino come L’inafferrabile signor Jordan (1941) rifatto da Warren Beatty e Buck Henry in Il paradiso può attendere (1978) e pure dai fratelli Weitz nel 2001, Alexander Hall cercava quindi risposte al coevo fabbisogno nazionale di cinema, tentando di infondere al pubblico ottimismo, leggerezza e lacrime moraleggianti piazzate al momento giusto. Mentre Cary Grant si prestava alla bisogna, mettendo il suo talento sopraffino al servizio di un film senza infamia e senza lode, che nulla toglie e poco aggiunge alla sua eccellente carriera.

Extra: galleria fotografica.
Info
La scheda di L’ottava meraviglia sul sito di CG Entertainment.
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