Jours de France

Jours de France

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Flânerie anti-urbana alla ricerca del ritorno ai ‘fondamentali’, come la geografia, il paesaggio e l’ortografia, Jours de France – film d’esordio di Jérôme Reybaud – è una riflessione sulla perdita del sé e l’annullamento nell’Altro. In concorso alla Settimana della Critica 2016.

I giorni del ‘muorisolo’

Un uomo si lascia tutto alle spalle per viaggiare senza meta attraverso la Francia, lasciandosi guidare solamente dalle persone e dai paesaggi che incontra: quattro giorni e quattro notti durante i quali, mentre lui si allontana sempre più, il suo innamorato cerca di localizzarlo tramite Grindr, un’app di incontri per smartphone. [sinossi]

“Prendete la strada”, diceva Breton. Così sentenzia una anziana attrice di teatro mentre parla al telefono con il nipote che è scappato da Parigi, abbandonando il compagno in piena notte. E il gesto di prendere la strada – in macchina, perché “solo la macchina ti può dare certe sensazioni”, come dice qualcun altro – è il gesto centrale di Jours de France, opera prima di Jérôme Reybaud, presentata in concorso alla 31esima edizione della Settimana della Critica.
Già autore di un documentario su Paul Vecchiali, Qui êtes-vous Paul Vecchiali?, Reybaud mostra di aver introiettato la lezione del nobile cinema francese (nobile inteso anche come positivamente aristocratico), quello più letterario e allo stesso tempo sottilmente cinematografico, slabbrato, naturale e pensatissimo, in una formula pressoché perfetta come solo oltralpe si è riusciti a trovare.
Ma, pur rientrando nel filone di una delle tante disparate e preziose eredità portate in dono dalla Nouvelle Vague, Jours de France ha anche una dimensione prettamente personale che si esplica in particolare in un viaggio da flâneur che, al contrario del solito, non avviene sullo sfondo del paesaggio urbano parigino, ma anzi nel resto della Francia, quella più solitaria e disabitata, passando dal centro (l’ex-Alvernia), fino al più estremo Sud al confine con l’Italia.

Gli incontri che il protagonista fa in questo suo viaggio dagli aspetti anche danteschi, in questo limbo, sono il vero centro-non-centro di Jours de France: digressivi, disturbanti, divertenti, disperati, episodici, catartici. Tutti tesi comunque a mostrare un desiderio di perdita del proprio io a favore di un annullamento nell’Altro, che è d’altronde il senso ultimo del viaggio ed è anche un aspetto fondamentale del cinema moderno post-neorealistico: guardare il mondo intorno a sé e non dentro di sé.
Ma, nel frattempo, mentre qualcuno si perde, qualcun altro cerca disperatamente: è il compagno del protagonista, che si lancia al suo inseguimento sfruttando un’app per incontri sessuali. E il montaggio alternato tra i due, oltre ad instillare una sorta di detection a suo modo avvincente, si fa man mano più corposo di senso, nella specularità d’approccio dei due che arriva fino alla ‘copia quasi conforme’ del reciproco incontro con una anziana e smemorata signora.

Reybaud ama tutti i suoi interpreti e li ama con una dolcezza e un’amarezza che commuove, dalla già citata anziana attrice alla ladruncola, dall’oste “che gli si rizza solo nel silenzio” fino al ventenne che sogna Parigi; tutti a sorreggere e supportare un protagonista (Pascal Cervo) che, nella sua ambiguità di giovane uomo con già delle rughe ma con un aspetto ancora da adolescente (così come gli dice una sua ex insegnante), appare la perfetta incarnazione dello spirito francese (e probabilmente europeo) odierno: l’insoddisfazione non verbalizzata, la sensazione di essere già vecchi, la mancanza di un fine, una finalità, sia pure geografica.
In tal senso viene alla mente, a tratti, Nel corso del tempo di Wim Wenders, recentemente riportato in sala, per un simile annullamento nel paesaggio e nell’Altro, per un approccio al territorio europeo come spazio da ri-attraversare e ri-scoprire. Ma sarebbe meglio dire che Jours de France è un ‘nel corso dello spazio’, un attraversamento geografico improvvisamente a-temporale, paratattico, quasi come una nuova passione cristologica, in cui si vorrebbe tornare forse ai fondamentali (tornare a dare il nome alle cose e alle cittadine, così come tornare all’ortografia, o a un quadro di Poussin), almeno solo per poche ore.

In tutto questo Reybaud mostra di avere una sicurezza inusuale nel rapportarsi alla macchina-cinema: senza mai essere virtuosistico o estetizzante, riesce infatti a regalarci uno sguardo preciso sul mondo, corposo, denso, con un uso della camera che si fa espressamente simbolico solo a tratti e sempre nei momenti ‘giusti’: dalla masturbazione solitaria a due, al piano-sequenza tra interno ed esterno in una casa per anziani.
Era da tempo che non capitava di vedere un esordio così riuscito e insieme così ambizioso, e a questo punto si spera che Reybaud con i suoi prossimi film dia rinnovata vitalità al generalmente asfittico cinema europeo di questi grigi tempi.

Info
La scheda di Jours de France sul sito della SIC.
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