Planetarium

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Fuori concorso a Venezia 73, Planetarium di Rebecca Zlotowski è una sfilacciata e artificiale digressione estetizzante che non dice nulla ma tenta di farlo nella maniera più leziosa e irritante possibile, riflettendo, si fa per dire, sul cinema e sull’ipnosi come due facce di una stessa medaglia.

Cinema sotto ipnosi

Parigi, tardi anni Trenta. Kate e Laura Barlow sono due medium americane, che si occupano di sedute spiritiche e sono pronte a intraprendere un viaggio in giro per il mondo. Irretito dalle loro capacità, André Korben, produttore cinematografico francese, mette gli occhi su di loro procurando un lavoro nel cinema alle due giovani donne… [sinossi]

Mettere sullo stesso piano il cinema e l’ipnosi, concettualmente, può essere un accostamento a dir poco interessante. Probabilmente perché entrambi implicano uno stato, più o meno parziale, di passività della percezione, ma anche un coinvolgimento del corpo decisivo e non trascurabile, che nell’atto di guardare un film è ben più marcato di quanto si è soliti pensare, come è stato tra l’altro ampiamente dimostrato e confermato da diversi studi e altrettanti esperti che si sono dedicati all’argomento. Insomma il cinema, spesso e volentieri, può muoversi agevolmente e con pertinenza sui territori dell’ipnosi, dell’incantamento subdolo e non accomodante dello sguardo e delle sue molteplici estensioni.
È da tale seducente premessa che muove il film Planetarium della regista francese Rebecca Zlotowski, giunta alla sua opera terza: a conti fatti un’operazione più concettuale che visiva, nonostante la confezione estetica a dir poco leziosa, dove però il cinema e l’ipnosi non sono mai messi davvero sullo stesso piano, per sottolinearne le intersezioni e i punti di contatto, ma ci si limita a sacrificare tutt’e due gli aspetti sull’altare di un’ampollosità che non ha nemmeno il coraggio di essere (davvero) estetizzante: sia il discorso cinefilo, oltretutto stantio e telefonato, che quello relativo all’ipnosi, sacrificato all’interno di un meccanismo patinato, ludico e stralunato, ne emergono così piuttosto malconci.

La vicenda delle due sorelle interpretate da Natalie Portman e Lily-Rose Depp nella Parigi degli anni Trenta non smette mai di essere, dalla prima all’ultima sequenza, una giostra di situazioni frenetica ma sterile, innamorata dei propri rimandi eleganti e schiava di una voglia palese ma non per questo appagante di amplificare gli orpelli e i ghirigori di una messa in scena già di suo a dir poco impalpabile e priva di appigli di riferimento.
La Zlotowski, concentrandosi su una specie di backstage perpetuo dei suoi personaggi e delle loro azioni che è anche – altrove – una delle dimensioni più interessanti del cinema e della serialità contemporanei, preferisce l’allusione dinamica al dinamismo vero e proprio, la strizzata d’occhio allo sguardo. Un vizio di forma non da poco, per un’autrice che in questo film si prefigge di parlare di cinema con gli strumenti del cinema, o comunque con qualcosa di ad esso assai vicino.

La cripticità degli eventi in luogo di una più sana e auspicabile complessità, la stucchevole sottolineatura del già noto al posto della curiosità, dell’esplorazione reale data dall’assenza di punti fermi, della scoperta: la regia della Zlotowski sarà anche fluida e avvolgente, ma il suo sguardo è vitreo e algido, inconsistente e privo di tridimensionalità, sia che tiri in ballo il nazionalsocialismo sia che faccia declamare al personaggio di Natalie Portman delle riflessioni stereotipate sulle differenze tra l’Europa e l’America e le rispettive cinematografie nazionali. Tutto viene dunque livellato e sospinto verso la mediocrità pasticciata e artificiale di un involucro oltretutto nemmeno così bello da vedere.
Se la medium della Portman, che recita in francese ed è la protagonista del film, si presenta come un personaggio sfilacciato e decisamente approssimativo, non se la passa meglio la sorella più piccola, vessata oltretutto dalle doti recitative non eccelse e ancora piuttosto vaghe di Lily Rose-Depp. Meglio tacere in tronco, infine, sul discorso metacinematografico, che non restituisce né il clima produttivo e artistico dell’epoca, la Francia degli anni ’30, né tantomeno riesce a infondere un alito di vita e di interesse alle immagini che attraversa.

Info
La scheda di Planetarium sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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