Dall’altra parte

Dall’altra parte

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Riflettendo su quelli che, dopo oltre vent’anni, sono ancora gli strascichi del sanguinoso conflitto jugoslavo, Dall’altra parte del regista croato Zrinko Ogresta si interroga sul perdono, sui sensi di colpa, sui fantasmi del passato, sulla società attuale, sulle cicatrici psicologiche, personali e sociali. In concorso al 28esimo Trieste Film Festival.

La guerra è (in)finita

Da 20 anni Vesna è arrivata a Zagabria con la famiglia in fuga da eventi che stavano quasi per distruggere la loro vita. Tuttavia una telefonata inaspettata farà riaffiorare quei segreti che la donna aveva cercato di nascondere per tutti quegli anni. [sinossi]

A volte, basta un trillo del telefono in una sera qualunque perché una tranquillità faticosamente raggiunta dopo oltre vent’anni di dolore, sensi di colpa e segreti inconfessabili torni a sgretolarsi nelle nebbie del passato, nei traumi, in una tempesta di ricordi ed emozioni contrastanti. Vesna, infermiera di mezza età che vive a Zagabria con i propri figli – Vlado è sposato e in attesa del secondo pargolo, Jadranska una brillante laureata in legge disoccupata che, in attesa di trovare lavoro, è intenta nella pianificazione del proprio matrimonio –, prima di cominciare questa vita era profondamente innamorata del marito Žarko. Un marito ormai rimosso dalla propria esistenza, un marito ormai relegato nei ricordi più atroci, un marito ormai nascosto, segreto, del quale quasi nessuno è a conoscenza e nessun altro deve sapere.
Eppure Vesna e Žarko erano semplicemente una famiglia nella Jugoslavia degli anni Ottanta, una famiglia come tante, con tre figli e infinite speranze. Un idillio spazzato via dall’arrivo dei devastanti anni Novanta, e con loro dal conflitto nei Balcani e dagli orrori della pulizia etnica in Bosnia, con Žarko pronto ad arruolarsi nel JNA di Milosevic e a macchiarsi dei peggiori crimini di guerra tanto da spingere il figlio Zoran, gemello di Vlado, al gesto estremo del suicidio.

Tutto questo però Dall’altra parte, atipico thriller psicologico per la regia del croato Zrinko Ogresta che giunge in concorso al Trieste Film Festival dopo il passaggio in Panorama alla scorsa Berlinale e in attesa della distribuzione nelle sale italiane, non lo dice subito, ma fa in modo che emerga progressivamente, da una prima telefonata che scoperchia il vaso di Pandora tenuto così a lungo chiuso nel cuore a un carteggio telefonico che continua segreto, fino a diventare via via fantasma del passato, ricordo, rimpianto e poi dubbio, fra la vergogna e l’umanità, fra il risentimento e la comprensione.
È possibile perdonare chi ha commesso crimini così efferati ed è responsabile del suicidio del figlio? È possibile fidarsi di nuovo, con in mezzo la condanna del tribunale a L’Aja e vent’anni per riflettere e pentirsi, di chi ha già abbandonato la famiglia, tradito, ucciso, eppure ora si ripresenta così sincero e straziato? È possibile che il tempo possa cicatrizzare anche dolori così grandi e vergogne così profonde, soprattutto nel momento in cui il solo cognome di un padre considerato morto da oltre due decadi è ancora oggi un imprescindibile ostacolo lavorativo per i figli? Di sicuro non è possibile dimenticare, non è possibile fare finta di nulla, non è possibile lasciare da parte il male subito. Ma nemmeno ignorare una richiesta d’attenzione così intima.

Vesna e ciò che resta della sua famiglia hanno vissuto per tanti anni nel segreto più inconfessabile, nel terrore che qualcuno potesse scoprire la loro parentela con un simile criminale di guerra e nel sospetto dei pochissimi che sapevano, fra uomini che ancora le bussano alla porta per cercare di sapere dove siano sepolti i propri cari trucidati 20 anni prima e i suoi imbarazzati “Non lo so” come risposta. Eppure, quella sera, sentire la voce straziata di Žarko all’altro capo del telefono la fa ripiombare in turbinio di emozioni incompatibili, nel ricordo del vecchio amore e nella consapevolezza dell’attuale odio, ma anche nell’inaspettata pietà che nasce dall’ascolto di una voce almeno apparentemente distrutta dai propri sensi di colpa, nuovamente umana, sinceramente pentita. E a quella telefonata, inevitabilmente, ne seguiranno altre, sempre più profonde, personali, dolorosamente ancestrali. Del resto, Vesna ha consacrato la sua intera nuova vita alla pietà e al rispetto del prossimo, infermiera in un centro per anziani che lava, cura e veste con amore, dissimulando nell’efficienza lavorativa e nella profonda umanità del suo operato tutta la propria profonda depressione e solitudine.

Dall’altra parte è l’altro lato della Storia, è l’altro lato della frontiera fra la Croazia dove vive Vesna, la Serbia da cui la chiama Žarko come una voce dall’oltretomba e la Jugoslavia/Bosnia in cui sono rimaste sepolte le ferite più profonde e gli inevitabili strappi. È l’altro lato di una mente scossa dalla pioggia di ricordi e da un progressivo riavvicinamento, dall’iniziale strenuo rifiuto alla decisione di partire per rivederlo, ma è anche l’altro lato della realtà, magari da cercarsi all’altro lato del pianerottolo. In uno stile minimale e immersivo che quasi ricorda quel piccolo miracolo cinematografico che è in questi anni la new wave rumena, uno stile fatto di long take unici o quasi per ogni sequenza, movimenti di macchina ridotti all’osso, lentissime carrellate in avanti, dialoghi incorniciati dalle porte di casa e un montaggio che si limita in sostanza a qualche campo/controcampo nel corso delle telefonate, Zrinko Ogresta innesta un congegno narrativo efficace, capace di far calare uno dopo l’altro gli inevitabili veli con i quali Vesna ha ovattato la propria vita da esule pervasa da un atavico senso di vergogna, capace di diradare le nebbie della Storia e della politica per inoltrarsi progressivamente nel suo sconquasso affettivo, emotivo e, giocoforza, psicologico, capace di interrogarsi sul rapporto dell’individuo con la Storia e su come la pietà a volte possa essere l’unica risposta, ben al di là di ogni possibile razionalità.

Dilatato e riflessivo, Dall’altra parte affianca a un preciso processo di scrittura una messa in scena accurata, fatta non solo delle parole ma anche e soprattutto dei silenzi, fatta di gesti nervosi e di cambi quasi impercettibili d’espressione, fatta di lunghe traversate in auto per Zagabria e di telefoni sempre pronti a squillare nei momenti più inaspettati.
In una pura finzione che si ricollega a orrori realmente accaduti e ormai drammaticamente radicati nell’immaginario di ogni abitante balcanico, il film di Ogresta mostra la società attuale del suo Paese, riflettendo su come gli strascichi della guerra siano ancora più che presenti fra un patronimico che impedisce l’accesso all’avvocatura “perché in questi campi ci sono controlli di sicurezza da affrontare” e il telegiornale che annuncia la fine della pena per i criminali, fra cui Žarko, condannati dal tribunale internazionale.
Le colpe dei genitori ricadono sui figli, in Dall’altra parte, anche quando le telefonate fra Vesna e Žarko (ri)diventano sempre più intime e i figli inorridiscono alla decisione della madre di rivedere dopo tanti anni un uomo che ha fatto loro, e non solo a loro, così tanto male. È un film sull’irrazionalità dell’anima e dei sentimenti, su come il distacco emotivo dalla guerra sia ancora impossibile, ma al contempo stia iniziando il suo lentissimo processo partendo proprio dal dubbio, dal dilemma etico e morale, dalla voglia di perdonare e tornare a essere semplicemente esseri umani. L’opera settima di Ogresta è un film sul trauma, sul pentimento, sulla comprensione, su come la colpa abbia diverse ramificazioni, e su come nessuno di questi rami possa evitare di rinsecchire in un dolore che si propaga in ogni direzione mietendo ancora oggi solo vittime.

Allerta spoiler: visto l’alone di mistero che il film porta con sé, ma anche l’importanza concettuale del colpo di scena su cui l’ultimo atto di quest’opera si basa, da questo momento in poi non potremo più fare a meno di svelare dettagli fondamentali della trama.
Dall’altra parte, nella sua esplorazione delle ambiguità legate al conflitto jugoslavo e nella complessità dell’attuale scacchiere politico e sociale (non solo) croato, suggerisce infine nella sua ultima sezione un’altra tematica fondamentale, quella della vendetta trasversale, e di come ci si renda inevitabilmente conto che provocare dolore a una persona innocente non possa in alcun modo far diminuire il proprio dolore, ma anzi lo alimenti con ulteriori sensi di colpa. Con un ribaltamento finale degno del giallista più consumato, il “ritorno” del marito si rivela una semplice messa in scena, una finzione cogitata dal vicino di casa di Vesna, ogni giorno in lacrime di fronte alle fotografie della propria famiglia trucidata, perché un secondo abbandono potesse diventare per lei ancora più doloroso del primo.
Ma la ricerca di soddisfazione nel colpire l’intimità di Vesna si rivelerà un nuovo e profondo errore, un colpo di coda della guerra che nient’altro provoca se non un ulteriore terremoto emotivo pronto a riaprire le cicatrici di entrambi, nello strazio di una parola di scuse strozzata nel telefono e di un ritorno a casa in cui la si incontra, ignara e innocente, e ci si sente crudeli, ingiusti, sadici, esattamente come gli orrori subiti in passato.
Non era certo Vesna, vittima nel passato e vittima nel presente, ora apatica e disperata nell’abitacolo della sua auto, la responsabile dei dolori del suo vicino di casa, vittima di allora che oggi si improvvisa carnefice, né tanto meno degli orrori perpetrati da un marito lasciato alle spalle, ancora vivo ma ormai difficoltosamente sepolto, lasciato indietro, dimenticato. Fino a quando, quella notte maledetta, non si è messo a suonare il telefono rimettendo tutto ancora una volta in discussione, ferendo le anime, rivelando ancora una volta l’inutilità e la crudeltà di ogni conflitto, grande o piccolo che sia. E tornare indietro un’altra volta sarà forse ancora più doloroso, sempre ammesso che sia possibile.

Info
La scheda di Dall’altra parte sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di Dall’altra parte su Youtube.
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